ALL’OPPOSIZIONE PIÙ DELLE PIAZZE SERVE STUDIARE E CONFRONTARSI da IL FATTO
All’opposizione più delle piazze serve studiare e confrontarsi
Giandomenico Crapis 16 Luglio 2026
“Piazza, bella piazza” cantava Claudio Lolli nel 1974, “vi passò una lepre pazza…”. La lepre pazza non è quella del campo largo, certo, molto di là da venire, ma la domanda da farsi dopo la manifestazione di Napoli è: ma davvero in questo momento c’è bisogno di piazze per l’opposizione? Scendere in piazza, mobilitare le piazze, etc, la piazza è sempre stata una risorsa per il movimento progressista di tutto il mondo, senza le piazze la storia del nostro, come di altri paesi, sarebbe impossibile a farsi. E del resto lo storico Mario Isnenghi ci scrisse un bel libro molti anni fa, L’Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai nostri giorni. È chiaro dunque che la piazza rappresenta un luogo fondamentale del teatro politico e sociale, e naturalmente lo resterà. Il punto che vorrei trattare però è se in questo preciso momento serva di più all’opposizione mobilitare le piazze (è quello che è stato fatto nella battaglia sul referendum dove hanno funzionato le piazze dei social ma anche, eccome, quelle reali) oppure mobilitare le menti, le migliori intelligenze disponibili, politiche e non, per un lavoro serio e urgente di approfondimento di questioni ritenute essenziali per cambiare il paese. E non servono nemmeno, diciamocelo, le campagne d’ascolto, che rischiano in questa fase di essere inutili, solo una perdita di tempo e di energie da spendere per altro. Senza aggiungere poi che se un partito, o un movimento, è radicato nel paese sa già i cittadini cosa vogliono. Sono convinto, e ogni giorno che passa mi stupisco del perché non accada, che il cosiddetto campo largo debba inaugurare subito una stagione, non lunga ma densa, di conferenze programmatiche, di seminari, di appuntamenti, insomma, di studio e di confronto dove, con l’ausilio dei tanti specialismi a disposizione (sarebbe un modo per la politica di riconnettersi con gli intellettuali), mettere a fuoco i due/ tre temi fondanti sui quali costruire l’alternativa allo stato di cose esistente, come si diceva una volta. Il vecchio Pci, prima di finire ai margini del sistema e nelle sabbie mobili del compromesso, alle piazze seppe associare tanti momenti di elaborazione intellettuale che diventarono le premesse della sua proposta politica ed elettorale. Così faceva non solo il Pci ma anche gli altri partiti, a cominciare dalla Dc, che costruivano in questi eventi i passaggi obbligati delle loro strategie di consenso.
È proprio difficile organizzare alcuni appuntamenti/conferenze nelle quali chiamare esperti, intellettuali, uomini di cultura, professori, esponenti del mondo del lavoro e perché no dell’impresa illuminata, a discutere e confrontarsi su proposte di cambiamento? Penserei a temi come la sicurezza/ integrazione, da trattare fuori dalle parole d’ordine usuali, con proposte concrete: in questo senso l’ipotesi presentata in una puntata di Report dalla Gabanelli alcuni anni fa potrebbe essere ripresa e rivista (prevedeva l’uso di fondi europei per la riattivazione delle caserme dismesse ai fini dell’avviamento a un lavoro e della scolarizzazione dei migranti). O come il fisco, magari centrando la discussione anche sulla tassa dei “centomilionari” (non chiamiamola patrimoniale), ne ha scritto pure Emanuele Felice storico ed economista già nel gruppo dirigente Pd. O come il lavoro, magari con il fattivo contributo di sociologi, economisti, sindacalisti, per scrivere un piano industriale che scongiuri il declino.
Due, tre eventi, dicevo, della durata di due/tre giorni (non meno) in cui dal confronto e dalla discussione emerga un programma possibile, condiviso dalle forze che ambiscono a costruire l’alternativa alla destra. Anche un modo per stabilire chi sta con chi: vedremmo così se i sedicenti ‘riformisti’ le riforme le vogliono per davvero.
La destra ha l’arma, ma la vera battaglia sarà dentro le urne
Massimo Villone 16 Luglio 2026
Sulle preferenze farlocche è mancata una quarantina di voti. Non è stato un banale incidente di percorso, posto che l’emendamento bocciato avrebbe dovuto esprimere l’accordo raggiunto nella maggioranza, che ha comunque fatto finta di nulla. Le opposizioni hanno ritirato gli emendamenti, vista la sordità della maggioranza su punti politicamente significativi, come appunto le preferenze, il premio di maggioranza, incluso l’emendamento che alzava la soglia secondo il modello legge truffa (50,1%), la parità di genere, la firma digitale per le liste. Una parziale eccezione solo per i fuori sede. Meloni con un post aveva sfidato le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ma certo sapeva che, per regolamento e soprattutto nel caso di uno scontro frontale, le opposizioni hanno una sola possibilità: trarre vantaggio dai dissensi nella maggioranza, in specie attraverso il voto segreto se consentito. Quindi sapeva che la richiesta non sarebbe stata accolta. E allora perché? Per una diffida ai soci di coalizione, o un pezzo di teatro. Ma le divergenze nella destra sono reali e vanno oltre la rappresentazione scenica. Si vuole passare al proporzionale con premio di maggioranza del Melonellum per la probabile sconfitta al centro e al Sud nei collegi uninominali maggioritari del Rosatellum. Ma il cambio avvantaggia FdI a danno dei partner minori. Il riequilibrio richiede un numero adeguato di posti, sicuri grazie al voto bloccato, da distribuire agli alleati. Limitare il blocco al capolista non ripristina davvero le preferenze, ma nemmeno risponde alle esigenze dei partner minori, che porterebbero in parlamento qualche esponente della dirigenza nazionale e poco altro. E chi si mette in campagna elettorale senza una anche minima prospettiva di conquistare il seggio?
Diverso il caso di Futuro Nazionale. Votando l’emendamento bocciato ha mandato un messaggio a Meloni. E non è irrilevante che nella mattina di ieri un emendamento di FN, ancora sulle preferenze, è stato respinto, ma con 139 voti a favore: una convergenza di FdI e FN, con Lega e FI fuori dal coro. Uno scambio di messaggi criptati? Certo è che la joint venture per Meloni è una necessità, per Vannacci – se mantiene e consolida i consensi – è un optional.
Intanto, Meloni non sale al Colle. Del resto, se lo facesse, probabilmente Mattarella la rimanderebbe in Parlamento per un nuovo voto di fiducia. Le opposizioni chiamano in causa la Consulta. Ma non basta argomentare vizi di costituzionalità in astratto, bisogna essere in grado di farli valere efficacemente in concreto. Nella specie, l’esito rimane incerto.
Ripetendo l’esperienza del Porcellum si potrà arrivare in Corte, ma probabilmente – come allora – dopo il voto, e rimanendo poi in carica il Parlamento già eletto (Corte cost., sent 1/2014). I dubbi sono certo molteplici e li ho già più volte segnalati. Ma bisogna essere prudenti sull’orientamento della Corte. Non a caso Donzelli (FdI) dichiarando il voto sull’art. 1 ha richiamato espressamente a sostegno le sentenze 1/2014 e 35/2017, contestando alle opposizioni di non averle lette. Probabilmente la proposta è stata scritta con un occhio alle esigenze della maggioranza e l’altro alla giurisprudenza della Consulta, sfruttandone tutti i possibili punti deboli. Per esempio, sulle preferenze farlocche leggiamo che la possibilità per le liste minori di avere eletti solo tra i capilista bloccati “costituisce una conseguenza (certo rilevante politicamente) che deriva, di fatto, anche dal modo in cui il sistema dei partiti è concretamente articolato, e che non può, di per sé, tradursi in un vizio d’illegittimità costituzionale” (Corte cost., 35/2017).
Quindi, prepariamo le carte bollate. Ma sapendo che il primo e decisivo duello è nelle urne e l’arma (la legge elettorale) la sceglie la destra. Il seguito della storia dipenderà da chi vince e chi perde.
Guardoni in festa
Marco Travaglio 16 Luglio 2026
Non vorremmo guastare la festa alle opposizioni, giustamente esultanti per il Bottarellum sul Melonellum rimediato da Giorgia e i suoi fratelli. Ma un conto è compiacersi per lo smacco all’immagine vincente della Meloni (già sfregiata dal referendum) e per l’ennesimo sfarinamento della maggioranza. Un altro è spacciare una faida tutta a destra per un successo del centrosinistra, che non vi ha toccato palla. Come se un calciatore della Nazionale italiana eliminata ai Mondiali esultasse perché la Spagna ha eliminato la Francia in semifinale: e lui che c’entra? Quello di vantarsi ed esultare per conto terzi è un vecchio malvezzo: da quando è nato 21 anni fa, il Pd non ha mai vinto un’elezione, però s’è intestato da mosca cocchiera tutti i successi dei progressisti all’estero (Obama, Biden, Sànchez, Lula, Starmer ecc.). La consolazione dei guardoni. Fra l’altro la bocciatura del famoso emendamento sulle finte preferenze ha peggiorato ulteriormente la schiforma: se fosse passato, almeno qualche eletto dei due o tre partiti maggiori sarebbe stato scelto dagli elettori, in un mare di capilista bloccati: così invece il Melonellum è passato nel modello-base. Col premio di maggioranza monstre a chi prende il 42% dei voti e i nominati dai capipartito. E, salvo sorprese al Senato, sarà la legge con cui voteremo nel 2027, prima che la Consulta possa farla a pezzi. Una legge terrificante, che molti a sinistra paragonano alla legge Acerbo di Mussolini o alla “legge truffa” di De Gasperi per nascondere che le preferenze non le vuole neppure il Pd ed evitare confronti imbarazzanti con l’Italicum e il Rosatellum, imposti dal Pd renziano nel 2014 e nel 2017 (addirittura col voto di fiducia ai governi Renzi e Gentiloni) per togliere agli elettori il diritto di scelta e all’avversario (allora erano i 5Stelle) il diritto di vincere le elezioni e governare.
Nella classifica della porcata più porca, non vince il Melonellum, ma l’Italicum, seguito a pari merito dal Porcellum e dal Rosatellum. Ma tutt’e quattro hanno in comune l’esproprio agli elettori, perpetrato ora con le liste bloccate ora con i capilista bloccati. Le liste bloccate le inventò nel 1993 il Mattarellum per il 25% di quota proporzionale, ma almeno nel 75% di maggioritario i cittadini potevano scegliersi il candidato preferito nel proprio collegio (per quanto deciso dai partiti). Quindi la preferenza è abolita dal 1994: infatti i cittadini, sapendo di contare pochissimo, disertano vieppiù le urne. Chi volesse riportarli a votare dovrebbe battersi per la legge del 1992: proporzionale con preferenza unica, la stessa poi sancita dalla Consulta nel 2013 con la sentenza che bocciava il Porcellum. Quindi sicuramente costituzionale. Quanti dei leader che l’altra sera festeggiavano in piazza sono pronti a firmarla?
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