CON I RAID, TRUMP HA SOLO PEGGIORATO PROBLEMI GIÀ RISOLTI da IL FATTO e IL MANIFESTO
Con i raid, Trump ha solo peggiorato problemi già risolti
Alessandro Orsini 13 Giugno 2026
Se il piano di pace è quello che sta circolando sui grandi media, siamo in presenza di un disastro di portata difficilmente calcolabile per Trump.
Il piano che dovrebbe essere firmato domenica a Ginevra è un trionfo per l’Iran. Prevede, infatti: 1) Lo sblocco di 24 miliardi di fondi iraniani congelati nelle banche estere. L’Iran riceverebbe 12 miliardi prima delle trattative sul nucleare e 12 miliardi alla loro conclusione; 2) Il cessate il fuoco in Libano, cioè una vittoria di Hezbollah su Israele. Di più: il governo di Teheran ha dimostrato di difendere i libanesi meglio del governo del Libano; 3) nessun impegno preliminare sul nucleare. È un’altra vittoria dell’Iran, che aveva chiesto di separare le trattative sul nucleare da quelle per la riapertura di Hormuz. Trump aveva giurato che le due cose sarebbero state risolte insieme, ma alla fine si è piegato; 4) la fine del blocco statunitense dei porti iraniani; 5) la riapertura dello Stretto, ma senza pedaggi, che non esistevano nemmeno prima della guerra; 6) la revoca delle sanzioni petrolifere; 7) l’impegno degli Usa a ritirare le proprie forze dalle aree circostanti l’Iran: è il segno più vistoso della sconfitta. Anziché rovesciare il regime di Teheran, Trump dovrà rafforzarlo ritirando missili e soldati dalle basi americane semidistrutte dai missili iraniani.
Il 6 marzo 2026, Trump aveva dichiarato: “Non ci sarà nessun accordo, ma soltanto la resa senza condizioni”. Per misurare la portata della sconfitta, occorre confrontare gli obiettivi iniziali di Trump con quelli raggiunti: 1) fine del programma nucleare dell’Iran: nessun risultato; 2) fine del programma missilistico: nessun risultato; 3) rovesciamento del regime: nessun risultato; 4) consegna dei 440 kg di uranio ai soldati americani: nessun risultato; 5) fine dei rapporti tra l’Iran e Hamas-Hezbollah-Houthi: nessun risultato.
Trump si difende sostenendo che l’Iran si impegnerà a non costruire la bomba atomica. Ma l’Iran aveva già preso quell’impegno con gli accordi di Obama. Le agenzie internazionali avevano certificato che l’Iran stava rispettando scrupolosamente gli accordi. L’Iran ha ripreso ad arricchire l’uranio dopo la decisione di Trump di ritirarsi dagli accordi di Obama. Ritirandosi dagli accordi, Trump ha peggiorato un problema risolto.
Trump ha peggiorato la posizione degli Stati Uniti, che adesso dovranno firmare un accordo più svantaggioso di quello precedente. Ai fini dei miei studi, è interessantissima la strategia che Trump ha utilizzato per manipolare l’opinione pubblica. Trump ha bombardato l’Iran per indurre i cittadini a credere di avere costretto l’Iran a firmare gli accordi con la forza. In realtà, l’ultimo bombardamento di Trump è stato ininfluente ai fini degli accordi, già definiti. Trump ha usato l’ultimo bombardamento dell’Iran – che chiamerò il “bombardamento inutile” – per salvare l’ideologia della destra repubblicana che si basa sul mito della forza in stile Ice. Grazie al bombardamento inutile del 10 giugno 2026, Trump può dire: “Visto? Le cose si ottengono con le bombe!”. Tutte le bombe sganciate sull’Iran gli sono costate una sconfitta. Trump non ha ottenuto nulla con le bombe e ha dovuto trattare come Obama. E ha pure distrutto la retorica del Corriere della Sera secondo cui le democrazie occidentali sono moralmente superiori alla Russia perché rispettano il diritto internazionale.
Nella guerra fine a se stessa, la vittoria non esiste
Andrea Fabozzi 13/06/2026
Senza tregua La guerra con l’Iran, Trump l’ha vinta una mezza dozzina di volte prima ancora di essere riuscito a finirla. Siamo ormai abituati agli annunci trionfali, ai post con l’happy end che il Caligola di Washington distribuisce ogni giorno
La guerra con l’Iran, Trump l’ha vinta una mezza dozzina di volte prima ancora di essere riuscito a finirla. Siamo ormai abituati agli annunci trionfali, ai post con l’happy end che il Caligola di Washington distribuisce ogni giorno.
E quando non basta scriverli lui si attacca al telefono per provare a convincere. Siamo molto oltre George W. Bush che annunciò su una portaerei di aver concluso la missione circa otto anni prima che la guerra in Iraq terminasse davvero. Qui gli annunci sono continui e soprattutto smentiti un minuto dopo dallo stesso autore.
Ieri, per esempio, il presidente prima ha dichiarato che era stato raggiunto l’accordo con l’Iran, poi ha detto che l’annuncio dell’accordo da parte dell’Iran era debole e patetico. Detti e contraddetti quotidiani rendono difficile raccontare lo sviluppo di un conflitto peraltro difficile da spiegare razionalmente anche in partenza. E rendono quasi impossibile ogni analisi seria, tanto più che la differenza tra tregua e guerra, anche quella, è saltata. A Gaza, in Libano, in Iran si muore ammazzati nell’una come nell’altra. Non è detto che la confusione sia casuale, quando la guerra va male la prima cosa è confondere le acque. L’incontinenza verbale di Trump e la sua voglia di farsi un regalo di compleanno – accanto ai riti gladiatori organizzati alla Casa bianca – aggiungono solo l’enfasi della follia a una confusione che è anche politica.
Perché a ben vedere è il concetto stesso di vittoria che non si adatterà mai a questa guerra. Quando terminerà, prima o poi, avrà bruciato tantissime cose, a partire dalle vite umane (e poi anche case, infrastrutture, soldi), rovinato la vita di centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini, impoverito milioni di persone, devastato un altro po’ il pianeta. Non torneremo al punto di partenza, ma parecchio indietro, anche per quanto riguarda l’ulteriore affermazione della prepotenza sul diritto che fa sempre precedente. E qualsiasi accordo Trump potrà negoziare sarà sicuramente peggiore anche dal punto di vista esclusivo degli Stati uniti rispetto alle condizioni che c’erano prima.
Se va cercata allora una spiegazione razionale guardando al cui prodest? ci si può avvicinare pensando che questa guerra deleteria per tutti è servita certamente ai due che l’hanno scatenata. Soprattutto a Netanyahu che ne ha approfittato per occupare un pezzo importante del Libano contando sull’impunità di cui gode Israele che è massima in tempo di combattimenti. Del resto se il premier genocida si è mantenuto in sella e tenterà di restarci è proprio grazie alla condizione di guerra permanente nella quale governa – con consenso – il suo Paese. Ma anche Trump ha smentito le sue promesse e aperto gli occhi ai tanti che gli avevano creduto quando si presentava come pacifista (anche qui da noi e non solo a destra) perché alla ricerca di un diversivo dai disastri economici in buona parte provocati dalla sua stessa politica dei dazi. Ancora una volta la guerra è l’approdo inevitabile anche se irragionevole dei nazionalismi e dei fascismi. Poi è inutile cercare dov’è la vittoria. Semplicemente non c’è, anche quando ci sono i suoi annunci.
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