TUCIDIDE? WHO IS THIS GUY? da SIMPLICISSIMUS e IL MANIFESTO
Tucidide? Who is this guy?
ilsimplicissimus 16 Maggio 2026
Vola la fantasia… e a Washington non manca mai: se la realtà è matrigna, allora meglio sognare, come il sistema narrativo occidentale ci dice di fare ogni giorno, ogni ora, in qualsiasi occasione. No, Trump non rinuncia ai suoi sogni e se non è riuscito a cavare un ragno dal buco a Pechino, chissenefrega, diciamo lo stesso meraviglie. Basta vedere la straordinaria divergenza tra le versioni del vertice di Pechino, data dal governo cinese e dall’amministrazione americana, per comprendere appieno il fallimento e il tentativo di gonfiare il canotto per far navigare mister President nella palude in cui si è cacciato. Per la verità non esistono dei documenti ufficiali, nemmeno una dichiarazione finale, ma solo considerazioni dei due governi, distanti come il giorno e la notte. La Casa Bianca afferma che la Cina ha accettato la tesi che l’Iran non debba mai possedere un’arma nucleare e che è anche d’accordo sull’impedire un sistema di pedaggi iraniani ad Hormuz, ma in realtà, come sappiamo da indiscrezioni provenienti da fonti affidabili, Xi ha respinto fermamente la richiesta di Trump di esercitare pressioni sull’Iran e di contribuire all’apertura dello Stretto di Hormuz.
Sogna, ragazzo sogna. Washington ha messo assieme un comunicato ufficiale in cui dice testualmente: “le due parti hanno concordato che lo Stretto di Hormuz deve rimanere aperto per garantire il libero flusso di energia. Il presidente Xi ha inoltre chiarito l’opposizione della Cina alla militarizzazione dello Stretto e a qualsiasi tentativo di imporre un pedaggio per il suo utilizzo, ed ha espresso interesse ad acquistare più petrolio americano per ridurre in futuro la dipendenza della Cina dallo Stretto. Entrambi i paesi hanno convenuto che l’Iran non potrà mai dotarsi di armi nucleari.” Ma il comunicato cinese si limita a dire che ” le due parti hanno discusso del conflitto in Medio Oriente.”
E questo è accaduto in pratica su ogni capitolo di discussione. Gli Usa dicono che le due parti hanno discusso di “aumentare gli acquisti cinesi di prodotti agricoli statunitensi”, mentre il comunicato cinese si limita a citare scambi “reciprocamente vantaggiosi” il che, visto il costo dei prodotti americani, peraltro anche pesantemente manipolati, esclude grandi quantità di commerci in questo settore. Ma su un altro punto le divergenze sono ancora più accentuate. Washington sostiene che Pechino si è trovata d’accordo “sull’ampliamento dell’accesso al mercato cinese per le imprese americane e sull’aumento degli investimenti cinesi nelle industrie statunitensi”, mentre invece le cose stanno molto diversamente visto che la Cina sostiene di voler “aprire le sue porte più ampiamente“, ma alle proprie condizioni, non come una risposta alle richieste statunitensi di accesso al mercato. E infatti mentre Trump parla di fantastici affari che sarebbero stati fatti dalla folla di capi di aziende tecnologiche che si è portato dietro, i cinesi considerano queste presenze solo come un atto di cortesia.
Credo il clou dell’incontro sia stato quando Xi ha chiesto a Trump se la Cina e gli Stati Uniti possono superare la trappola di Tucidide e creare un nuovo paradigma di relazioni tra grandi potenze. Tucidide? Chi è mai costui? Un wrestler, una nuova marca di patatine oppure una nuova griffe giapponese? Eppure di questa trappola si parla da anni proprio perché l’America è nel pieno di questa sindrome che consiste nel tentativo della potenza dominante di impedire l’ascesa di quella emergente. Quasi sempre è guerra. E appunto Xi ha chiesto all’amministrazione americana di sfuggire a questa logica e di costruire un futuro di pace. Ma non credo che a Washington ci sentano da questo orecchio: se gli Stati Uniti rinunciassero ai vantaggi di una posizione dominate, tutta l’élite a stelle e strisce, che di questo ha vissuto da oltre un secolo, verrebbe spazzata via assieme al sistema di dominanza interna ed esterna che ha creato. E non è certo un mistero che Russia e Cina, per interposto Pakistan, stanno lavorando a una nuova architettura di sicurezza per il Golfo Persico. L’obiettivo a breve è quello di convincere l’Arabia Saudita e il Qatar a interrompere di fatto i legami militari con gli Stati Uniti e a stipulare un accordo strategico garantito da Russia e Cina. Se l’Arabia Saudita e il Qatar persisteranno nel proibire agli Usa di utilizzare le loro basi e il loro spazio aereo altri attacchi all’Iran saranno impossibili, anche con il pungolo di Netanyahu.
Le armi spuntate di Trump contro lo stratega Xi
Francesco Strazzari 17/05/2026
Cina-Stati uniti Il tycoon modera i toni di un tempo e loda il rivale, domato dalla sconfitta sui dazi e dallo Stretto di Hormuz. E su Taiwan ribalta la dottrina della sicurezza regionale
l presidente Donald Trump saluta con la mano mentre sale a bordo dell’Air Force One, venerdì 15 maggio 2026, all’Aeroporto Internazionale di Pechino-Capitale – (Foto AP/Mark Schiefelbein)
Ai bordi della scaletta dell’Air Force One, al momento di imbarcarsi per il volo di rientro, ogni membro della delegazione americana ha gettato ciò che aveva ricevuto: badge, spillette, telefoni usa-e-getta. Tutto ciò che ha toccato in Cina è restato in Cina. Quella fila davanti ai bidoni è il ritratto esatto del G2: cerimonie imperiali, lusinghe e comunicati senza decisioni; e poi, prima di imbarcarsi, ci si disfa di tutto.
Durante il volo Trump ha rotto l’omertà sulla cyberguerra: «Quello che fanno loro, lo facciamo anche noi. Spiamo come matti anche noi». Astemio a seguito della morte del fratello Fred per alcolismo, a Pechino il presidente Usa ha dovuto sollevato il calice di champagne, bevendo un sorso per brindare con Xi. La metafora è calzante: in questo summit c’era un prezzo da pagare. Sul piano simbolico, Xi ha già incassato.
IN DIRETTA su Fox News dal salotto del rivale, Trump ha dichiarato «sono i due grandi paesi, io lo chiamo il G2», consegnando ciò che Pechino inseguiva e Washington aveva sempre negato formalmente. Un riconoscimento di parità strategica de facto certificato dall’uomo che fino a ieri urlava ai comizi: «La Cina ci sta violentando», e pronunciava la parola «China» con ostentata durezza, come se causasse dolore.
Oggi Trump cammina nel Tempio del Cielo e loda Xi (che sta per ricevere Putin, mettendosi al centro di un triangolo strategico). Sempre alle telecamere Trump esclama: «Sei un grande leader. Lo dico a tutti». Per poi salire di registro: «Se andassi a Hollywood a cercare qualcuno da far recitare come leader della Cina… non troveresti uno come lui».
Perché Trump ha portato a Pechino questi toni? Le terre rare lo hanno domato. In risposta ai dazi del Liberation Day dell’aprile 2025, la Cina ha stretto il rubinetto sulle esportazioni di sette minerali critici: le forniture di magneti verso gli Usa sono crollate del 93% in un mese, il disprosio europeo ha raggiunto sei volte il prezzo interno cinese, alcune case automobilistiche hanno tagliato la produzione. Il panico si è diffuso fra i top executives della Silicon Valley.
Hormuz ha fatto il resto. L’operazione iraniana – Trump l’aveva chiamata excursion, quasi una scampagnata – ha bloccato lo stretto, alzato i prezzi alla pompa, accelerato l’inflazione, riducendo i consensi presidenziali a livelli minimi.
Dal canto suo, Xi ha offerto la formula «stabilità strategica costruttiva» quale chiave per gestire le frizioni sino-americane impedendo che degenerino in conflitto aperto. Nella storia della deterrenza nucleare, stabilità strategica descriveva l’equilibrio in cui nessuna superpotenza ha convenienza a colpire per prima. Non risultano, peraltro, aperture cinesi a negoziati su armamenti strategici né arsenali. Pechino continua a rifiutare l’idea di entrare in un regime di controllo modellato sui trattati – lasciati scadere – tra Usa e Russia.
INTANTO TAIWAN aspetta 32 miliardi di dollari di armamenti già pagati e non consegnati, 66 caccia F-16 ordinati nel 2019, missili HIMARS, sistemi di difesa aerea che non arriveranno prima del 2031. Il pacchetto più recente, 14 miliardi autorizzati a dicembre, è congelato. Sul volo di ritorno, Trump ha detto: «Non ho preso nessun impegno in un senso o nell’altro». Poi, nell’intervista a Fox: «È un ottimo chip negoziale. Lo sto tenendo in sospeso».
Sulla natura stessa di Taiwan ha aggiunto: «Una piccola isola. I cinesi non vogliono che diventi indipendente. Io non voglio che nessuno diventi indipendente. Dobbiamo davvero percorrere 9.500 miglia per combattere una guerra?». Non è un sovvertimento di una dottrina che regge l’architettura di sicurezza regionale, ma qualcosa di più subdolo: lo svuotamento dall’interno del significato di quella dottrina.
Diversamente da quanto affermato da Trump, Taipei non ha rubato niente agli Usa: TMSC venne costruita negli anni Ottanta da un capitalismo americano che esternalizzava perché produrre in patria costava troppo. La narrazione trumpiana del furto prepara il disimpegno verso la difesa di Taiwan: «Gli anni Ottanta sono lontani», ha detto quando gli hanno ricordato gli impegni del 1982. Taipei ha risposto seccamente: «Taiwan è una nazione sovrana e democratica indipendente».
IL FATTORE TEMPO diventa cruciale. Una presa di controllo cinese su TSMC a Taiwan, dove si produce circa il 90% dei chip avanzati mondiali, sarebbe oggi un disastro per la competitività degli Usa: la produzione in Arizona è ancora marginale (i nodi più avanzati arriveranno nel 2027-28). I chip cinesi di Huawei per l’addestramento dei modelli avanzati performano al 60-70% degli H100 americani: il gap si chiude, accelerato proprio dalle restrizioni all’export che avrebbero dovuto bloccarlo.
Rubio, seduto allo stesso tavolo, considera i semiconduttori linee rosse della sicurezza nazionale. Le due posizioni sono incompatibili. «Gestire» è la parola diplomatica per dire che il problema rimane esattamente dov’era.
Il summit G2 non è un riavvicinamento. Non è una pace, bensì la presa d’atto che il decoupling totale è un’illusione che nessuno può permettersi. Dai resoconti post-summit non emergono riferimenti sostanziali a democrazia, stato di diritto o libertà civili. La guerra in Iran che Trump avrebbe voluto portare già risolta al G2, continua a non vedere exit strategy. Taiwan aspetta armi già pagate mentre gli Usa restano nel Golfo. Il presidente che dichiarava di aver letto centinaia di libri sulla Cina ha imparato qualcosa di molto semplice: che la Cina non si sconfigge con i dazi.
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