L’INTELLIGENZA SOCIALE COME PARADIGMA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’INTELLIGENZA SOCIALE COME PARADIGMA da IL MANIFESTO


L’intelligenza sociale come paradigma

Angela Condello  10/05/2026

TEMPI PRESENTI «Il Capitale contro lo Stato», un volume di Massimo Florio per Feltrinelli

Infrastrutture e potere / Getty Images

Da giorni circola il video in cui si annuncia il Pulitzer 2026 per il Public Service consegnato a Hannah Natanson, giornalista del Washington Post che ha studiato le politiche di revisione e i tagli alle agenzie federali da parte dell’amministrazione Trump. Natanson ha lavorato in particolare sul DOGE (Department of Government Efficiency), la commissione creata da Trump nel 2025 per ridurre la spesa pubblica, guidata per alcuni mesi da Elon Musk. Le lacrime di Natanson sono liberatorie e, viste le pressioni subite durante le inchieste, significano rivincita.

Le politiche antistataliste al centro delle inchieste sono l’esito di un processo lungo, radicato in decenni di lavoro sistematico, oggi incarnato in ciò che Massimo Florio ne Il capitale contro lo Stato (Feltrinelli, pp. 352, euro 27) chiama «neo-mercantilismo» e «capitalismo oligarchico». Nella settimana in cui tutto il mondo scopre cosa sia il DOGE, portiamo allora lo sguardo su questo libro ricco di tesi e informazioni, scritto da un fine economista che non parla solo agli economisti e che spiega lucidamente come i tentativi di domare lo Stato à la Trump siano l’onda lunga di un processo iniziato come minimo nel Novecento.

CHIARENDO I NESSI CAUSALI tra storia e assetti economici, Florio mostra come all’indomani della seconda Guerra Mondiale ci sia stato a lungo un ampio consenso sulla possibilità che Stato sociale e mercato potessero coesistere: un capitalismo «buono» e virtuoso, si pensava, poteva arginare i rischi rivoluzionari (Polanyi avrebbe poi dimostrato le implicazioni di questa liason dangereuse). Tale consenso, molto fragile, va in pezzi alla fine degli anni ’70 con Thatcher (1979) e Reagan (1981), ma prima ancora con Pinochet e la destituzione di Allende. Questo genera un’ondata di deregolamentazione del mercato e, tra l’altro, di privatizzazioni dei servizi pubblici. In sostanza, Florio ricostruisce il modo in cui gli oligopoli del XXI secolo, concentrati su informazione digitale, tecnologie finanziarie, energia, difesa e spazio, siano epifenomeni di un’erosione dello Stato iniziata almeno mezzo secolo fa. Le loro caratteristiche: tagli alla spesa pubblica, licenziamenti collettivi, aggressioni all’università, depotenziamento della transizione ecologica, disinvestimento nella sanità.

Florio parla degli Stati Uniti e non solo: certo il DOGE è esemplare, se pensiamo che direttori nominati da Trump alla testa di agenzie per l’attuazione dei regolamenti pubblici hanno il compito di indebolire le agenzie che coordinano. Il DOGE non è un dipartimento ministeriale in senso stretto, ma un gruppo di lavoro quasi informale, un board aziendale più che un servizio pubblico.
D’altra parte, il breviario del neoliberismo (Williamson, Washington Consensus) prevedeva già nel 1989 nuove politiche di tassazione, liberalizzazione finanziaria, liberalizzazione dei commerci, privatizzazioni, deregolamentazione.

LA LUCIDITÀ con cui Florio disegna i nessi causali tra presente e radici novecentesche è però tutt’altro che pessimistica. Al contrario, funziona come una spiegazione scientifica di un fenomeno biologico nocivo: mostrandoci le ragioni, le cause, ci indica anche, implicitamente, alcune soluzioni possibili e auspicabili. L’epigrafe gramsciana sulle condizioni per la trasformazione e le parole rivolte ai giovani, ai suoi studenti e alle future generazioni, sono indici di un atteggiamento proteso al futuro, rivoluzionario nel senso più concreto.

Chiarite le ragioni del dissidio fra capitale e Stato, Florio propone di valorizzare lo Stato oltre il welfare state. Presenta lo Stato come ultima trincea di autodifesa, riappropriazione e ricostruzione della società: per le comunità sociali, che definisce giustamente in contrasto tra loro, lo Stato dovrebbe funzionare come un telos comune, un destino condiviso, e non come un terreno di conflitto per l’attribuzione delle risorse. Come? Per esempio lavorando per portare le infrastrutture digitali su piattaforme pubbliche o rivitalizzando i centri di aggregazione culturale e lavorando in controtendenza rispetto al degrado sociale, economico e culturale prodotto dalla svalutazione dei servizi pubblici e della coesione territoriale e sociale. Producendo ricchezza pubblica per le politiche pubbliche: fra le proposte, la creazione di un cloud europeo).

Ecco il breviario in sintesi: sviluppare un programma di politica economica di ispirazione socialista con potenziamenti delle politiche sociali e della produzione di nuovi beni pubblici; lavorare su riforme tributarie nel senso della progressività con imposte su redditi, patrimoni e successioni, lottando contro l’evasione e limitando la circolazione di capitali; aumentare le entrate pubbliche anche extra-tributarie – con vendita diretta di beni e servizi da parte delle pubbliche amministrazioni, valorizzando al massimo le concessioni ai privati (non «svendendo» insomma ciò che è di tutti); moltiplicare le imprese orientate a missioni pubbliche, che possano dialogare direttamente con i territori; puntare sull’economia sociale come forma alternativa al capitalismo per la produzione di beni e servizi.

FLORIO DICE sin dalle prime pagine che a ispirare questa sua lettura sul futuro è stata una pagina del Manifesto di Marx e Engels, un testo del 1848 eppure di incredibile attualità, in cui dopo aver ribadito sensi e funzioni della rivoluzione, gli autori elencano le misure, da adattare ai diversi paesi e ai diversi assetti economico-istituzionali, che potrebbero essere generative di vera giustizia sociale. Tra queste ci sono proprio le imposte progressive, la centralizzazione dei crediti nelle mani delle banche nazionali con capitale di Stato, l’organizzazione centralizzata dei trasporti, l’aumento di fabbriche statali, di strumenti di produzione statali – per un lavoro di tutti e tutte (certo, loro non si esprimevano così), l’educazione pubblica e gratuita di tutti i bambini.

Quindi la risposta è il socialismo? In una sua forma attualizzata sì: se ne parla proprio in questi giorni in un focus di Jacobin Italia intitolato «Socialism for Future» e ispirato alle esperienze di Mamdani, Sanders, Ocasio-Cortez, e di molti amministratori pubblici reattivi a pagine come quella ripresa e rilanciata da Florio. Come mobilitare la società per riprenderci lo Stato, dunque? Per prima cosa rivalutando la funzione della partecipazione politica e la centralità della cosa pubblica, a partire dal voto, che in Italia ha conosciuto un piccolo segnale di speranza con la recente (esemplare) vicenda referendaria. Florio nota come le zone con minore partecipazione politica e maggiori tassi di voto di protesta, in Italia, sono state negli ultimi anni proprio quelle segnate da disinvestimenti nel pubblico: le zone degli ospedali chiusi sono quelle dell’astensionismo, insomma.

Tutto si tiene, tutto si può dunque rilanciare. Ogni ospedale, chiosa Florio, è oggi come un Palazzo d’Inverno: un luogo materiale e simbolico da cui ripartire per lavorare sulle molte riappropriazioni che speriamo avvengano nel futuro.

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