ISRAELE LABORATORIO DELLA MODERNITÀ da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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ISRAELE LABORATORIO DELLA MODERNITÀ da IL MANIFESTO

Israele laboratorio della modernità

Iain Chambers  03/05/2026

Governance coloniale

 Israele è un laboratorio della modernità, non solo nella sua esecuzione coloniale o come banco di prova per armi e sistemi di sorveglianza da esportare, ma come modalità di governo che le istituzioni della governance occidentale, nella loro indifferenza e doppiezza, hanno finito per accettare

L’ultimo esempio della violenza dello Stato coloniale di Israele – l’atto di pirateria in acque internazionali per sequestrare le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla che cercavano, pacificamente, di consegnare aiuti umanitari a Gaza – non dovrebbe essere soltanto, ancora una volta, motivo di indignazione morale e condanna civile. È anche l’occasione per una riflessione politica più profonda.

Ad eccezione della Spagna, i governi nazionali e l’Ue si limitano a sollevare obiezioni retoriche e si rifiutano di adottare misure concrete. Presentata come una cauta posizione diplomatica, questa è invece una profonda strategia politica. Invariabilmente giustificata con il vuoto linguaggio del diritto israeliano all’autodifesa (nei confronti dei palestinesi colonizzati?), e paralizzata dal senso di colpa per l’Olocausto, qualsiasi obiezione pubblica alle azioni omicide di Israele viene immediatamente condannata come antisemitismo. Quindi, la Spagna è antisemita, e anche la Cina. Nel frattempo, in patria, i commentatori si trovano alle prese con dilemmi morali mentre difendono Israele, oppure mettono semplicemente da parte ogni finzione e abbracciano una vocazione messianica volta a sostenere gli insegnamenti biblici secondo cui la forza fa diritto.

Per molti di noi, questa sceneggiatura è ormai esaurita. Nonostante la violenza repressiva dei governi occidentali contro le proteste che insistono sul fatto che i palestinesi hanno diritto ai diritti, è in atto un cambiamento epocale. Le proteste popolari da Los Angeles a Londra, da Città del Capo a Giacarta e Seul pongono una serie di questioni politiche che mettono in luce l’emergente regime autoritario sia di Israele che dell’Occidente. La brutalità della polizia a Berlino o a Londra contro chi si oppone alla politica coloniale letale dello Stato sionista è solo la forma più visibile dell’attuale gestione della crisi da parte dello Stato cosiddetto democratico.

Oggi assistiamo all’erosione della democrazia in processi e procedure indissolubilmente legati al genocidio a Gaza. In altre parole, lo Stato di Israele non è l’eccezione che vorremmo credere che sia. È un laboratorio della modernità, non solo nella sua esecuzione coloniale o come banco di prova per armi e sistemi di sorveglianza da esportare, ma come modalità di governo che le istituzioni della governance occidentale, nella loro indifferenza e doppiezza, hanno finito per accettare.

Viviamo ora in un universo orwelliano dove la guerra è buona e la pace è cattiva. Come sostengono Sandro Mezzadra e Brett Neilson in The Rest and the West, viviamo sotto regimi di guerra. Ciò è sostenuto dalla razzializzazione strutturale del pianeta sotto il dominio occidentale, in cui alcune vite contano molto più di altre per garantire la brutale riproduzione del capitale.

Israele ha praticato la pulizia etnica e il genocidio sin dai suoi esordi. Non si tratta di un’aberrazione storica o politica. È anche la nostra storia. È la sintesi concentrata del colonialismo occidentale, dei suoi metodi e del suo linguaggio, il tutto condensato nell’assalto capitalista al resto del mondo.

Questo è fondamentalmente ciò che la Palestina ci insegna. Come ha affermato l’autrice palestinese Adania Shibli, la Palestina è la nostra maestra. Ciò che si sta svolgendo nel Mediterraneo orientale da diversi anni (in realtà, da molti decenni) ha capovolto e stravolto la nostra cultura e le sue giustificazioni politiche, mettendo a nudo un corpo sempre più in via di decomposizione. Continuare a difendere Israele, le sue fondamenta coloniali, il suo progetto razziale e le sue pratiche genocidarie significa proprio difendere l’Occidente come bastione dell’ideologia suprematista.

Negli ultimi giorni, la Corte suprema degli Stati uniti ha annullato una legge con le conseguenze di smantellare le conquiste di Martin Luther King e dei movimenti per i diritti civili degli anni ’60, Significherebbe il ritorno del regime di Jim Crow. Molti stati del Sud si sono immediatamente attivati per attuare questa possibilità. Come disse James Baldwin al suo interlocutore bianco in tv negli Stati uniti: «Cosa farai adesso? Ci sterminerai?». Come diceva Malcolm X, non viviamo in una democrazia, ma in un’ipocrisia.

La Sumud fa paura, per terra e per mare

Chiara Cruciati  03/05/2026

Flotta e piazza La Sumud continua a scatenare sentimenti profondi, spontanei, immediatamente politici. È l’idea che, di fronte alla barbarie, ci sia spazio per azioni concrete, individuali e collettive, ponti fisici portati dal vento che scompiglia silenzi complici

Roma, Milano, Bologna, Trieste, Livorno, Genova: ieri sera le agenzie di stampa hanno iniziato a battere servizi dalle piazze italiane che, quasi in contemporanea, si sono iniziate a riempire a sostegno della Global Sumud Flotilla, aggredita dalla marina israeliana in acque internazionali la notte precedente. Una reazione attesa vista il precedente d’ottobre, così difficile da replicare. La Sumud continua a scatenare sentimenti profondi, spontanei, immediatamente politici.

È l’idea che, di fronte alla barbarie, ci sia spazio per azioni concrete, individuali e collettive, ponti fisici portati dal vento che scompiglia silenzi complici.

La Sumud è stata definita in tanti modi, spesso malevoli, insinuanti, sminuenti. Per tante, tantissime, persone in giro per il mondo è molto più semplice: significa esserci, schierarsi contro il genocidio del popolo palestinese, uscire dai margini, che si sia flotta di mare o flotta di terra.

Per Israele è la manifestazione plastica dell’esistenza di un fronte enorme, planetario, di rigetto delle sue politiche e delle sue pratiche di distruzione, deportazione e colonialismo. Per questo la Sumud fa paura. Dopotutto Israele investe miliardi – lo ha rifatto di recente – per campagne di contrasto ai movimenti pro-palestinesi e propaganda mediatica.

È anche la paura a spiegare l’atto di pirateria che nella notte tra il 29 e il 30 aprile ha avuto luogo a una manciata di miglia dalle coste europee: l’abbordaggio di barche pacifiche, piene di civili di ogni estrazione sociale e politica, disarmate e in viaggio in acque internazionali non è una sorpresa, Israele lo fa ormai da quasi due decenni contro tutte le missioni umanitarie e politiche che hanno sfidato l’assedio illegale imposto sulla Striscia di Gaza.

Stavolta però è andato oltre: senza che nessuno dei paesi costieri vicini intervenisse, le navi della marina israeliana hanno circondato le barche a vela di notte, gli hanno puntato addosso laser e mitra, le hanno inseguite e hanno rapito centinaia di attivisti a seicento miglia dalle coste palestinesi, in pieno Mar Mediterraneo. Alle porte d’Europa.

I messaggi sono tanti e inequivocabili. Il primo è che Israele non ha alcun timore delle reazioni dei paesi alleati perché decenni di impunità e di limiti superati hanno un effetto sulla psiche politica delle autorità di Tel Aviv. L’assenza di limitazioni, siano esse confini geografici o linee rosse legali, si espande a macchia d’olio, rende spavaldi. Arriva fin dentro le nostre società.

Il secondo è che Gaza deve restare isolata, sigillata, prigioniera, in entrata e in uscita, un luogo di mera sopravvivenza senza diritto al mondo, figurarsi a una vita libera. E poi c’è il terzo messaggio, e questo non lo manda Israele ma lo inviano le flotte di terra e di mare: Tel Aviv appare più spaventato da uno sciame di vele disarmate e pacifiche che dalla cosiddetta comunità internazionale e dagli strumenti condivisi del diritto internazionale.

Lo scorso settembre la prima missione della Global Sumud Flotilla durò un mese intero, oltre quattro settimane piene di attenzione mediatica crescente, di iniziative pubbliche, di moltitudini e movimenti diversi che si aggregavano intorno alla questione-simbolo della nostra epoca, la Palestina. Quel mese è stato uno stillicidio per Israele e per i governi alleati (qualcuno, come quello Meloni, ancora oggi paga il conto politico di quella mobilitazione).

Anche per questo, forse, Israele ha provato a giocare di anticipo: tentare di fermare la Flotilla a pochissimi giorni dalla sua partenza, con metodi pirateschi, pericolosi e intimidatori, dovrebbe servire a stroncare sul nascere la flotta di terra. E a stroncare il suo significato: un’azione concreta, collettiva e globale, capace di risvegliare passioni e immaginari, di farci sentire meno sole e soli e meno impotenti di fronte alla barbarie che avanza. Le piazze potrebbero di nuovo essere la luce che sfida le tenebre in cui si muovono le navi militari e l’oscurità che imprigiona la Palestina e la sua gente. Non le abbandoniamo.

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