REFERENDUM, GELLI ORACOLO DELLA P2: “PM E GIP DA SEPARARE, VANNO A LETTO INSIEME” da IL FATTO
Referendum, Gelli oracolo della P2: “Pm e gip da separare, vanno a letto insieme”
Gianni Barbacetto e Wanda Marra 25 Febbraio 2026
Il “Venerabile” nell’intervista tv del 2008. Il quinto punto del Piano di Rinascita democratica
“Oggi il pm e il gip vanno a letto insieme”. E il risultato è che “quello è sempre condannato” (il riferimento era a Silvio Berlusconi). Parlava così Licio Gelli in un’intervista fatta da Udo Gumpel a villa Wanda per Pandora (la web tv fondata da Giulietto Chiesa) il 5 dicembre 2008. Il Venerabile maestro della loggia P2 aveva all’epoca già quasi 90 anni e parlava della separazione delle carriere come dell’unica parte del suo “Piano di rinascita democratica” che non era ancora stata attuata. Aggiungendo: “Me l’hanno fatta pagare cara, a me”. Riferimento al fatto che Gelli si riteneva vittima della magistratura, benché attraverso gli affiliati alla sua loggia avesse controllato a lungo i gangli dello Stato e anche una parte della magistratura.
Era il 17 marzo 1981 quando negli uffici della Giole di Castiglion Fibocchi, nei pressi di Arezzo, i giudici istruttori di Milano Giuliano Turone e Gherardo Colombo trovarono un elenco (non completo) degli iscritti alla P2: 962 nomi, tra i quali 208 militari e appartenenti alle forze dell’ordine e ai servizi segreti, 11 questori, 5 prefetti, 44 parlamentari, ministri, banchieri, imprenditori (tra cui Silvio Berlusconi), professionisti, magistrati, giornalisti. Gelli è morto nel 2015, dopo essere stato condannato per la bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano e per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna, della quale, secondo le ultime sentenze, risulta essere stato organizzatore e finanziatore. Ma il controllo della magistratura e la separazione delle carriere erano un punto qualificante del suo programma, come ribadisce nell’intervista di Pandora tv, e “purtroppo” non ancora realizzato al momento dell’intervista. Magistrati d’accusa e giudici – spiega – devono arrivare ai loro posti “di responsabilità mediante due concorsi diversi”. Perché “si devono odiare, non devono andare a pranzo insieme. Si devono completamente odiare”, ripete, “sennò non c’è giustizia”.
Seduto su una poltrona nel salotto di villa Wanda, Gelli aggiunge dettagli: “Io avevo previsto anche una revisione biennale di una visita psichiatrica”. Ma “avevo visto qualcosa di più, io: che quando uscivano dal concorso e promossi magistrati, fargli fare una settimana di cella”. Il “Piano di rinascita”, elaborato tra l’autunno 1975 e l’inverno 1976, segna il passaggio dalla fase golpista (quella delle stragi e dei tentati golpe tra il 1969 e il 1974) a quella dell’occupazione dei gangli del potere (dopo il tramonto dell’amministrazione Nixon e il cambio della strategia internazionale dell’oltranzismo atlantico). Gelli non ne è l’autore, ma doveva esserne l’attuatore. Indica sei obiettivi da realizzare nei partiti, nella stampa, nei sindacati, nel governo, nel Parlamento. Il quinto punto riguarda “la magistratura, che deve essere ricondotta alla funzione di garante della corretta e scrupolosa applicazione delle leggi”. Come? Introducendo “la responsabilità civile (per colpa) dei magistrati” e “la normativa per l’accesso in carriera (esami psico-attitudinali preliminari)”. Seguono sei proposte concrete. La prima riguarda proprio la separazione delle carriere, con il pm diviso dai giudici: eccola, la “riforma” che oggi si vuole portare a compimento. Al quarto punto si toglie autonomia al Csm: “Riforma del Consiglio superiore della magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento”. Il quinto punto insiste ancora sulla separazione delle carriere e sul Csm: “Riforma dell’ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione per merito delle promozioni dei magistrati”.
Sono passati quasi 20 anni dall’intervista di Gumpel, che ora spiega il contesto al Fatto: “Avevo incontrato Gelli varie volte, dopo le mie inchieste sulla bancarotta dell’Ambrosiano”. Il Venerabile in un’altra intervista gli aveva raccontato l’affiliazione di Berlusconi alla P2: “Una cerimonia molto speciale, con le spade”. Gumpel ricorda un’affermazione ricorrente di Gelli: “Dovrebbero darmi il copyright”, per aver ideato il programma poi realizzato da B. Non ancora la separazione delle carriere, che “era un punto chiave”. Oggi inserito nella riforma Nordio-Meloni.
Priorità dei reati da perseguire: la destra ha già pronta la legge
Liana Milella 25 Febbraio 2026
Il piano Nordio lo ha promesso e dopo il voto basterà portare avanti una proposta di Lega e FI che lega le mani alle Procure
È già bella e pronta la proposta di legge che toglierà definitivamente al pubblico ministero la possibilità che gli è rimasta, nonostante la legge Cartabia, di aprire inchieste sui reati che ritiene necessario perseguire. Forte del principio di obbligatorietà dell’azione penale che gli è riconosciuto, può occuparsi della corruzione con indagini che tanto dispiacciono alla politica di ogni colore. La proposta di legge, già incardinata al Senato, l’hanno firmata il forzista Pierantonio Zanettin, nonché la leghista Erika Stefani.
Il Guardasigilli Carlo Nordio può stare tranquillo, non avrà neppure bisogno di scriverne una sua. Lui questa nuova legge la vuole, la propaganda pure, ancora una volta accusando i suoi ex colleghi pm di lavorare male. “C’è una disomogeneità da procura a procura sulle priorità dei reati da perseguire: la procura x la dà ai delitti contro le donne, un’altra a quelli dei colletti bianchi, una terza all’ambiente. Ognuna fa quello che le pare” ha detto lunedì al forum dell’agenzia Ansa. E poi con tono reciso: “Bisogna trovare un criterio in modo che tutte le procure abbiano un indirizzo omogeneo sulla priorità delle inchieste da fare”.
Se dovesse vincere il Sì, Nordio avrebbe già in mano la legge giusta per farlo. Basta leggere i sei articoli, due paginette in tutto, del ddl Zanettin-Stefani, il 933. Sotto il titolo “Criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale” si può leggere: “Nella trattazione delle notizie di reato e nell’esercizio dell’azione penale il pm deve tenere conto dei seguenti criteri di priorità: a) gravità dei fatti, anche in relazione alla specifica realtà criminale del territorio e alle esigenze di protezione della popolazione; b) tutela della persona offesa in situazioni di violenza domestica, o di genere e di minorata difesa; c) offensività in concreto del reato, da valutare anche in relazione alla condotta della persona offesa e al danno patrimoniale e/o non patrimoniale ad essa arrecato, nonché alla mancata partecipazione da parte dell’indagato a percorsi di giustizia riparativa nelle indagini preliminari”.
Ma il passaggio tombale viene dopo. Eccoci all’articolo 5. Sotto il titolo “Relazione al Parlamento”, dettando le regole per il discorso che ogni anno viene tenuto dal Guardasigilli alla Camera e al Senato, dopo le parole già esistenti – “programmi legislativi del governo in materia di giustizia per l’anno in corso” – viene aggiunto “nonché sull’applicazione dei criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale”. Queste due semplici righe autorizzeranno in futuro il governo a stabilire, per tutti i magistrati inquirenti d’Italia, quali dovranno essere “le priorità nell’esercizio dell’azione penale”. E dunque quest’anno s’indaga sui furti in appartamento e sugli scippi, perché dalla relazione del collega ministro dell’Interno risulta che siano questi i crimini di maggior pericolo. Certo, si indagherà anche sui reati “di violenza domestica, o di genere e di minorata difesa”. Ma sarà davvero difficile ipotizzare l’obbligo d’indagare su fenomeni di corruzione in ambito politico.
Per Nordio e la maggioranza la strada è asfaltata. Zanettin parla del suo ddl come della “semplice conseguenza e attuazione” della legge di Marta Cartabia, la Guardasigilli del governo Draghi che firmò la riforma del processo penale. Nel 2021 a favore furono tutti i partiti, unico voto contrario quello dei meloniani. Il testo parlava espressamente di “criteri generali indicati dal Parlamento con legge”. Zanettin oggi considera “doverosa” la sua proposta che, appunto, opta per criteri di priorità non più fissati dalle singole procure, ma dalle Camere. “L’ho depositata a inizio legislatura perché adempie a un dovere attribuito al Parlamento in maniera molto ampia dalla Cartabia” dice ora. Sulla Zanettin-Stefani ci sono già state audizioni, poi si è fermata per “l’assoluta priorità” data dal governo alla separazione delle carriere. Pronta a ripartire se dalle urne uscisse un Sì.
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