UNA TREGUA DI GIOIA E DI RABBIA da IL MANIFESTO e DICIOTTOBRUMAIO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UNA TREGUA DI GIOIA E DI RABBIA da IL MANIFESTO e DICIOTTOBRUMAIO

Una tregua di gioia e di rabbia

La «pace» di Trump A prima vista, dopo questo genocidio, sembra ancora valido l’antico detto di Tacito: avete fatto il deserto e la chiamate pace

Alberto Negri  10/10/2025

Una strana tregua. Sospeso tra il rilascio degli ostaggi e un ritiro israeliano da Gaza (solo su meno della metà della Striscia), il cessate il fuoco non è ancora cominciato davvero e già lo chiamano pace. Ma pur di compiacere Trump si dice di tutto. A prima vista, dopo questo genocidio, sembra ancora valido l’antico detto di Tacito: avete fatto il deserto e la chiamate pace.

Perché questo è, dopo 70mila morti, una Striscia di Gaza completamente distrutta, senza case, acqua, cibo, scuole e ospedali, con migliaia di palestinesi sotto tende di fortuna, affamati e ancora senza diritti riconosciuti. Perché questo è oggi il popolo palestinese, ridotto da questo accordo a una fantasmatica comparsa e che nessuno, né ora né in un futuro palpabile, pensa debba essere consultato.

Questa è, ma già lo sapevamo, la tregua dei colonialisti. L’ha imposta Trump e poteva arrivare con largo anticipo risparmiando migliaia di lutti e distruzioni. È una tregua che accogliamo con gioia perché salva delle vite ma anche con rabbia proprio perché siamo ben coscienti che poteva arrivare molto prima, anche più di un anno fa, per esempio, con il piano Biden affossato da Netanyahu, che della guerra si nutre per restare al potere. Ecco perché non possiamo parlare di pace: anche il più inesperto del Medio Oriente diffida di un accordo che lascia così grandi macerie umane e politiche.

Intanto è un’intesa che riguarda gli attori principali del mondo sunnita ma lascia fuori l’universo sciita, dall’Iran, al Libano, allo Yemen, che per decenni è stato l’anima e il finanziatore dell’”asse della resistenza”. Qualcuno potrebbe compiacersene ma già questo può suggerire che lo sterminatore Netanyahu, con l’alleato Trump, potrebbe decidere un nuovo attacco all’Iran.

Gli Usa di recente hanno chiesto a Teheran di disfarsi dei missili oltre i 500 chilometri di gittata, un segnale evidente che la guerra israelo-americana di giugno ha lasciato intatto buona parte dell’arsenale della repubblica islamica. Nei piani di Washington e Tel Aviv all’orizzonte, poi, c’è sempre il cambio di regime. Anche di questo hanno sicuramente parlato in una recente telefonata Putin, alleato dell’Iran, e Netanyahu che gli preannunciava l’accordo di Sharm el Sheikh.

Quanto a Hamas, che ha dovuto cedere alle pressioni dei suoi sponsor come la Turchia e il Qatar, porta sulle spalle la strage del 7 ottobre e la sconfitta epocale dell’asse della resistenza, ma può rivendicare la liberazione dei prigionieri politici e soprattutto ha l’occasione di salvare la pelle della leadership rimasta, in attesa di capire chi libererà davvero Israele dalle sue carceri. Ovviamente il nome del carismatico Marwan Barghouti è sulla bocca di tutti, anche se per ora resta dietro le sbarre.

I capi dei palestinesi, che intravedono adesso un esilio lontano dalla Palestina, proveranno a giocare il ruolo che per tanti anni fu dell’Olp, quando in fila si aspettava di notte di incontrare Yasser Arafat nel suo quartier generale di Tunisi. In qualche modo si ricomincia daccapo ma sulle macerie di una Gaza sventrata e di una Cisgiordania fatta a brandelli da Israele e dai suoi coloni.

Ma anche la partita israeliana si riapre. Mentre ieri si attendeva la decisione del governo di Tel Aviv, si facevano ora dopo ora sempre più martellanti gli interrogativi degli israeliani sulla strategia del loro governo a Gaza, sul dopoguerra nei territori palestinesi e sulle pesantissime responsabilità del primo ministro Benyamin Netanyahu nella morte degli ostaggi e negli errori che hanno permesso gli attentati del 7 ottobre. Netanyahu, comunque inseguito da un mandato della Corte penale internazionale, finora ha evitato le commissioni di inchiesta e i tribunali, ma sembra abbastanza probabile che nel caso di abbandono dei partiti messianici, contrari all’accordo, si profilino elezioni anticipate.

Quanto a Trump, aspirante Nobel per la pace e padrino del Patto di Abramo, è già sull’aereo che tra domenica e lunedì lo porterà a fare un discorso alla Knesset israeliana, dove sicuramente si autocelebrerà, con la sua corte di immobiliaristi, come il grande vincitore dell’accordo stilato in Egitto.

Bisogna però essere chiari. L’intesa non è il risultato di un compromesso tra le parti in conflitto -Israele e Hamas – ma soprattutto della volontà americana sostenuta dai mediatori regionali, Qatar, Egitto e Turchia. Il genocidio di Gaza non era evidentemente più funzionale ai piani presidenziali.

Una cosa è certa: la resistenza palestinese continuerà, anche se la società civile deve rinascere dalla distruzione e dalla sanguinosa e pervasiva repressione di Israele. E dovrà proseguire anche la mobilitazione europea, soprattutto qui, dove il governo non vede l’ora di svuotare le piazze e intestarsi un accordo al quale ha contribuito soltanto vendendo e importando armi da Israele, senza mai riconoscere lo stato palestinese, assumendo il ruolo di ventriloquo di Netanyahu e insultando i volontari delle Flottiglie umanitarie. Altro che sovranisti.

Un prima e un dopo

 Olympe de Gouges  10 ottobre 2025

C’è comprensibile euforia tra i palestinesi di Gaza, almeno tra quelli che ci vengono mostrati. Ma immagino vi sia anche ansia poiché di questi “accordi” non sappiamo nulla di preciso, salvo qualche dettaglio. Il resto deve ancora venire, se verrà. L’importante che la strage s’interrompa, che arrivino gli aiuti, che vi sia reale accesso all’acqua e alle cure.

C’è troppa euforia in Europa e negli USA, specie dalle parti di Washington. Il che mi fa pensare che qualcuno c’è o ci fa. Hamas non può sparire da un giorno all’altro, né possono sparire i palestinesi da Gaza (e dalla Cisgiordania). Chi poteva se n’è già andato e per chi resta il destino è segnato. Vivrà di sussidi, di elemosine, di servitù e umiliazioni. Non meno che di apartheid, di rancore e rabbia, di desiderio di vendetta. La borghesia araba ha rilevati responsabilità in ciò che è accaduto negli ultimi decenni.

Non diversamente dalla borghesia israeliana ed ebraica in genere, responsabile a vario titolo della bulimia del progetto sionista. Un progetto che ha avuto e continua ad avere l’appoggio un po’di tutti, senza rendersi conto del pericolo che esso rappresenta. I volenterosi carnefici di Netanyahu, con o senza divisa, hanno avuto dei complici. Il “lavoro sporco” fatto a Gaza non potrà essere dimenticato, non potrà essere cancellato dalla propaganda sionista, dal cinico tentativo di cancellare Gaza con la martellante riproposizione mediatica della persecuzione antiebraica nazi-fascista.

L’intero contesto storico e politico è stato negato. Hamas è un’organizzazione islamista e nazionalista a lungo favorita da Israele come contrappeso all’OLP, trasformata in uno strumento compiacente, che ha portato all’ascesa degli islamisti più radicali in Palestina. L’attacco di Hamas è stato descritto come un atto di terrorismo improvviso (non è stato un attacco a “sorpresa”) che ha colpito un Israele pacifico, anziché come una reazione ai 75 anni di brutale oppressione dei palestinesi e alla trasformazione di Gaza in una prigione a cielo aperto. C’è un prima e un dopo.

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