“LE FORMICHE DELLA CARITÀ” da IL FATTO e IL MANIFESTO
“Le formiche della carità”
Franco Arminio 17/09/2025
Quello che accade a Gaza ha un padre ebreo e una madre americana. Poi ci sono i fratelli europei. Una ricca famiglia colonialista. I sindacati dei paesi europei dovrebbero fermare le fabbriche e gli uffici. C’è da salvare quel che resta di Gaza e quel che resta di noi, cittadini occidentali, consumisti militanti, opinionisti di destra e di sinistra, tutti uniti nell’acquario digitale. Siamo qui, in un mondo che non avevamo mai visto e stiamo ancora alle guerre di Sparta e poi all’impero dei romani e ai fasti coloniali. Ci vuole subito un laccio emostatico per fermare l’emorragia in corso e ci vuole un lungo lavoro di ogni giorno per dare il pane della pace come unico cibo alla tavola degli umani. A Gaza non è tutto finito. Consideriamo la linfa silenziosa che fa fiorire i limoni, la luce involontaria della luna, la gatta che porta in bocca le sue creature, il calore della pelle accesa dal desiderio. Tutto questo è più forte dei missili e delle bombe. Chi stringe in assedio Gaza stringe lo spazio umano. Niente è inutile nella nostra obiezione all’orrore, anche la più breve, occasionale gentilezza. Servono le formiche della carità per non disperdere neppure una briciola della nostra residua umanità.
Case, civili, tende: tutta Gaza nel mirino. Stragi negli ospedali
Terra rimossa I tank avanzano insieme alle carneficine, i raid spengono internet I palestinesi colpiti per strada dai droni, 98 uccisi in un solo giorno
Eliana Riva 18/09/2025
Tutto è diventato un obiettivo a Gaza City. Ospedali, campi profughi, tende, case e strade. Tutti sono diventati un obiettivo, centrati dalle bombe, colpiti dai droni, dagli spari che arrivano dagli aerei e dai mezzi militari. «I carri armati mi stanno seguendo», ci ha detto Ali Tayeh, dal nord-est della città. «Sono a un chilometro e mezzo». È la sensazione che tutti provano in queste ore, è quello che fa l’esercito, segue gli spostamenti della popolazione, bombarda e uccide, distruggendo poi tutto ciò che si trova alle spalle di chi fugge, perché non provi neanche a guardarsi indietro.
«IERI NOTTE – continua Ali – siamo stati attaccati dall’artiglieria e dagli aerei in modo massiccio e intenso, senza precedenti. Non siamo riusciti a chiudere occhio. Il rumore delle esplosioni e dei proiettili era troppo forte». Sono le ultime cose che ci ha scritto prima del blackout delle comunicazioni che da ieri avvolge tutta Gaza, specialmente le aree al nord.
Israele ha bombardato le infrastrutture di telecomunicazione e distrutto la principale rete di fibra ottica. La disperazione diventa più buia e insondabile quando si perde ogni possibilità di comunicare con il resto del mondo. «Al momento sono per strada, senza riparo, senza acqua e senza nemmeno una connessione internet. Sono riuscita a malapena a prendere un po’ di segnale», ci ha detto Lina Abu Zayed, che ha scritto diversi articoli dalla Striscia per il manifesto. «La torre dove vivevo è stata bombardata. La mia casa è stata distrutta e mio padre è rimasto ferito. Ho portato con me solo il telefono e una cartella con i documenti. Ho paura».
LE BOMBE sono state sganciate anche sul campo profughi di Shati, tra le tende lungo la costa, uccidendo un bambino e sua madre. E poi è stata attaccata in maniera massiccia l’area a sud-ovest, dove migliaia di residenti sfollati si erano rifugiati. A Sheikh Radwan un drone ha colpito un gruppo di persone che camminavano per strada. Un ragazzo, ferito, ha filmato i suoi ultimi momenti di vita, che ha impiegato per chiedere perdono a sua madre. Neanche gli ospedali sono stati risparmiati. L’area antistante lo Shifa è stata attaccata senza nessun preavviso.
Chi è giunto sul posto per primo ha registrato l’orrore dell’ennesimo massacro di civili. Bambini, uomini, donne: almeno tredici persone ammazzate. Le immagini mostrano i padri fuggire con i figli feriti tra le braccia e lasciarli cadere all’improvviso, sotto il peso insopportabile delle proprie ferite. I corpi sono stati adagiati tutti all’esterno dell’ospedale. Una fila di sangue e brandelli di carne. Anche il complesso Al-Sahaba, specializzato in servizi medici per donne e bambini sotto i dieci anni, è stato attaccato. Prima della guerra era l’unico ospedale ad avere uno staff tutto al femminile.
Le bombe hanno colpito un gruppo di persone che si trovava nei pressi della struttura, uccidendone tre e ferendone undici. Nella notte tra martedì e mercoledì, Israele ha attaccato l’ospedale pediatrico al-Rantisi.
TRE MISSILI hanno colpito, consecutivamente, i piani alti della struttura che ospitava circa 80 pazienti. La metà ha lasciato l’ospedale per mettersi in salvo. Altri 40 assistiti sono rimasti, insieme a 12 ricoverati in terapia intensiva e 30 membri dello staff. Il ministero della salute di Gaza ha dichiarato che Israele impedisce «deliberatamente» all’Organizzazione mondiale della sanità di portare carburante negli ospedali del nord. Pochi giorni fa Israele ha chiuso il valico di Zikim. Era l’unico passaggio possibile per il carburante e quel po’ di cibo ancora gestito dalle organizzazioni internazionali.
LE NAZIONI UNITE (Ocha) e l’ong umanitaria Oxfam hanno dichiarato che si rischia di esaurire completamente cibo, medicine e benzina in tutto il nord di Gaza, specialmente nell’area in cui centinaia di migliaia di persone vivono già la carestia. Il valico di Zikim è stato chiuso il 12 settembre e da allora Israele non ha permesso a nessuno di trasportare forniture.
In mezzo a questo orrore scatenato e riversato da Tel Aviv su Gaza, l’agenzia israeliana che gestisce le attività di Tel Aviv nei territori palestinesi occupati (Cogat) ha rilanciato il proposito della pulizia etnica. Dopo aver reso Gaza invivibile, il capo del Cogat, con spregevole sfrontatezza, si è rivolto agli abitanti: «Molte ambasciate in tutto il mondo ci contattano per tuo conto e chiedono di riceverti nei loro Paesi. Continueremo a coordinare ulteriori evacuazioni». Sembra incredibile riuscire a fingere magnanimità mentre si lavora a un genocidio. Gli aerei hanno bombardato la città più di 150 volte negli ultimi giorni, prima che i soldati avanzassero con i carri armati. Secondo i canali israeliani, in 24 ore l’esercito ha distrutto 25 edifici.
MENTRE vengono ammazzate in un giorno 98 persone, il ministro delle finanze Bezalel Smotrich si sfrega le mani, immaginando i profitti che Israele potrebbe trarre dalle macerie. «La Striscia sta diventando una miniera d’oro immobiliare», ha dichiarato, spiegando che il piano è già in discussione con gli Usa. «Abbiamo pagato molti soldi per la guerra – ha continuato Smotrich – Dobbiamo decidere come dividere le quote di terreno a Gaza. La fase di demolizione è sempre la prima fase del rinnovamento urbano. L’abbiamo fatto, ora dobbiamo iniziare a costruire».
«Gaza non era un deserto»: la distruzione del patrimonio archeologico
Palestina Dalla scuola biblica francese di Gerusalemme alla moschea Al-‘Umari, ex tempio di Zeus. Fabrice Virgili, membro del progetto Gazahistoire: «Nella Striscia si sono succeduti 5mila anni di storia. I campi profughi e i palazzi sono attorniati da monumenti di epoca romana, bizantina, islamica, mamelucca e ottomana»
Valentina Porcheddu 18/09/2025
L’aviazione israeliana non ha risparmiato il deposito dell’Ebaf, la Scuola biblica e archeologica francese di Gerusalemme, ubicato al piano terra di una torre di Gaza City demolita negli scorsi giorni. Malgrado il repentino ordine di evacuazione del 10 settembre e gli scarsi mezzi a disposizione, l’istituto diretto dal domenicano Olivier Poquillon ha trasferito in un luogo «sicuro» della Striscia parte delle decine di migliaia di oggetti riportati alla luce in venticinque anni di scavi archeologici, promossi nel territorio di Gaza dal programma Intiqal coordinato da René Elter per l’Ong Première Urgence Internationale.
INOLTRE, la rivista Terresainte.net riferisce che molti reperti erano già andati in frantumi durante il saccheggio del magazzino, i cui scaffali sono stati usati dalla popolazione come legna da ardere.
«Ci battiamo per salvare cocci, anfore e iscrizioni ma ciò non significa che diamo più importanza alle pietre che ai gazawi costretti a fuggire», dice al manifesto Fabrice Virgili, membro del progetto Gazahistoire. «All’indomani del 7 ottobre 2023, le collezioni archeologiche, al pari dei siti e dei monumenti con valore patrimoniale della Striscia, hanno costituito un bersaglio», prosegue lo specialista di guerre mondiali. «La volontà di annientare il patrimonio gazawi per indurre a credere che in quei luoghi non vi fosse niente è palese – afferma Virgili –. A Gaza si sono succeduti 5mila anni di storia. I campi profughi e i palazzi sono attorniati da monumenti di epoca romana, bizantina, islamica, mamelucca e ottomana. Il nostro compito è raccontare il passato ma anche rendere note le devastazioni perpetrate dall’esercito israeliano». Il gruppo interdisciplinare Gazahistoire, afferente all’Università Parigi-Sorbona e al Centro Nazionale delle Ricerche (Cnrs), è impegnato nell’inventario del patrimonio bombardato (gazahistoire.hypotheses.org), che descrive – attraverso schede dettagliate e una carta interattiva a cura di Sébastien Haule – lo stato di 106 siti archeologici e spazi culturali prima e dopo il 7 ottobre.
TRA I LUOGHI finora colpiti si annovera il museo collocato all’ingresso dell’hotel al-Mathaf, a nord del campo profughi di Shati. Nato nel 2008 dalla raccolta privata dell’imprenditore gazawi Jawdat al-Khoudary per far fronte alle razzie israeliane che alimentano il mercato illecito di beni culturali, illustrava la storia di Gaza fin dalle origini. Un centinaio di reperti di tale collezione sono attualmente visibili all’Istituto del mondo arabo (Ima) di Parigi nel quadro della rassegna sui «tesori» di Gaza.
I crateri provocati dall’esercito israeliano per la ricerca di tunnel hanno inghiottito le testimonianze del porto di Anthedon (Al-Balakhiya), lungo 2.500 anni sbocco naturale verso la Penisola arabica per il commercio di spezie, profumi, pietre preziose e tessuti colorati. Anche la Grande Moschea Al-‘Umari, nel cuore di Gaza City, è stata gravemente danneggiata dalle bombe. L’edificio, trasformato in luogo di culto musulmano nel XII secolo, era impiantato sulle strutture di una chiesa, che aveva a sua volta sostituito un santuario ellenistico dedicato a Zeus Marnas. Mentre il genocidio del popolo palestinese si compie nell’ignavia dei governi internazionali, il composito e stratificato patrimonio di Gaza scompare nel silenzio generale. «In futuro speriamo di poter seguire la ricostruzione dei monumenti danneggiati o rasi al suolo – dichiara Virgili –. È fondamentale divulgare tutte le informazioni in nostro possesso, affinché nessuno possa dire che Gaza era un deserto».
L’ONDATA emotiva che accompagnò nel 2015 l’occupazione e la distruzione delle spettacolari architetture romane di Palmira da parte dell’Isis è un’eco lontana. Poiché l’archeologia non è mai disgiunta dal potere politico, la comunità internazionale fu allora capace di reagire in massa a un nemico, stigmatizzato dai media globali, che minacciava le rassicuranti radici europee rappresentate dal prestigioso sito Unesco della Siria. L’esigenza di condannare apertamente il massacro dei civili e le distruzioni del patrimonio continua a essere sentita oggi da quanti credono che la salvaguardia della memoria dell’umanità sia inscindibile dal territorio di Gaza e dalla sopravvivenza del popolo palestinese.
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