WATERWORLD, I SOMMERSI DELLA TERRA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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WATERWORLD, I SOMMERSI DELLA TERRA da IL MANIFESTO

Waterworld, i sommersi della Terra

ALLUVIONI. L’Emilia Romagna è solo l’ultimo pezzo di mondo sconvolto dai cambiamenti climatici e dalle piogge torrenziali. Il dramma dei paesi poveri colpiti da inondazioni

Marinella Correggia  25/05/2023

Alluvione: «Allagamento temporaneo di aree che abitualmente non sono coperte d’acqua. L’inondazione di tali aree può essere provocata da fiumi, torrenti, canali, laghi e, per le zone costiere, dal mare» (Ispra). Una definizione che contiene cause e concause – i cambiamenti climatici che intensificano le piogge torrenziali fra gli altri eventi estremi; l’uso del suolo e la gestione delle acque a valle e a monte.

SUCCEDE, ALTROVE NEL MONDO, anche in questi mesi. Il sito tecnico Floodlist attinge di continuo da fonti di prima mano (agenzie governative, organizzazioni di soccorso, enti di ricerca) dati e fatti sulle alluvioni. Spesso «piove sul bagnato»: i disastri ambientali (e quelli tropicali sono più intensi) interessano paesi e territori impoveriti, e hanno una «vocazione» per le aree di conflitto e crisi. In simili contesti, sono immani e durature le sofferenze, le malattie, la malnutrizione, la miseria.

NEL CORNO D’AFRICA dopo quattro anni di siccità sulle spalle di 24 milioni di persone, ecco che, fra le decine di migliaia di «abitazioni» danneggiate dalle inondazioni nella regione etiopica di Oromia, a marzo c’erano anche i ripari di fortuna degli sfollati provenienti dalle zone a secco. In Etiopia un centinaio i morti, tanti senzatetto, colture annientate (fame futura), strutture igienico-sanitarie distrutte. In Somalia gli sfollati sono intorno ai 200 mila. Imprecisati i morti, ammettono le autorità locali.

DUE TERZI DEL SUD SUDAN vivono da quattro anni ricorrenti inondazioni, con piogge concentrate capaci di rompere argini costruiti dalle comunità. Anche là nel 2022 sono finiti sott’acqua accampamenti di sfollati. Milioni di persone in stato di insicurezza alimentare, i contadini costretti a inurbarsi per non morire di fame, il 10% della terra coltivabile diventata un durevole pantano, innumerevoli animali affogati.

OLTRE 400 MORTI NEL KIVU (CONGO RDC). A Bukavu, sommerse costruzioni illegali che insistono in aree alluvionali. In Ruanda la conta dei morti da alluvione agli inizi di maggio era salita a 127. Nel vicino Burundi, lo straripamento del fiume Rugogo ha invaso una miniera d’oro uccidendo 14 lavoratori. E poi danni e morti in esondazioni e frane in Kenya, Uganda, Tanzania, Zambia. Molti senzatetto in Angola.

IN SIERRA LEONE, la sindaca di Freetown, davanti ai sette morti provocati dalle frane ha intimato: «Basta con questi lutti dovuti alla mancanza di pianificazione territoriale. Occorre una normativa più stringente per le costruzioni, soprattutto in collina. E porre fine al disboscamento che porta all’erosione e all’intasamento dei corsi d’acqua».

IN NIGERIA, la Nema (Agenzia Nazionale per le Emergenze), di fronte ai 600 morti e ai danni immani nelle alluvioni record del 2002 è stata perentoria: «Impediamo alle persone di abitare in edifici costruiti negli alvei, ricollochiamole. Creiamo a livello locale comitati per la gestione delle emergenze, e finanziamoli».

IL SUDAFRICA ha visto sette province inondate per le piogge attribuite anche al fenomeno della Niña; nel 2022, 400 morti. Uno studio della World Weather Attribution Initiative esplora il nesso fra popolazioni marginalizzate e vulnerabilità agli eventi atmosferici.

IN MADAGASCAR pochi mesi fa la tempesta tropicale Cheneso ha provocato intense piogge e ingrossato i corsi d’acqua, danneggiando ponti, strade e abitazioni civili, con 30 morti e 40 mila sfollati. Anche l’anno scorso, fiumi in piena, dighe saltate, quartieri bassi sommersi ad Antananarivo, frane. In Mozambico, le recenti alluvioni e frane si sono sommate al passaggio del ciclone Freddy e alla crisi di colera.

ANCHE IN AMERICA LATINA, i danni non si contano. Dal Brasile con centinaia di morti nelle frane in vari Stati nel 2022 e 2023, e 10 mila sfollati nello Stato di Acre; al Perú del nord con il ciclone Yaku lo scorso marzo e, dal settembre 2022, circa 70 vittime e 12 mila senzatetto; alla Bolivia e alla Colombia. Ricordiamo en passant che Cuba, soggetta agli uragani, ha un corale sistema di base per l’allerta e l’intervento rapido che evita perdite di vite umane (fanno peggio i dirimpettai Usa).

L’APOCALISSE IN PAKISTAN E’ STATA NEL 2022. Piogge monsoniche eccezionali, scese su terreni aridissimi, hanno trasformato i corsi d’acqua in fiumi di fango e detriti, lungo il bacino degradato del – pur indispensabile – fiume Indo e dei suoi affluenti. Oltre 1.700 vittime umane, 33 milioni di persone danneggiate, otto milioni di sfollati, due milioni di case danneggiate o distrutte, un terzo del paese allagato, persi 4 milioni di acri di raccolti, morti un milione di animali d’allevamento, colpito l’accesso all’acqua potabile. Epicentro nelle province del Sindh e del Balucistan e nel Punjab del Sud. Era già successo nel 2010. Per una serie di cause a tenaglia, il Pakistan è fra gli Stati più vulnerabili ai cambiamenti climatici a causa della sua posizione geografica. Minacciato a nord dallo scioglimento dei ghiacciai, a sud dall’aumento livello del mare, in particolare intorno alla più grande città del paese, Karachi: uno dei luoghi verso cui emigrano molti degli sfollati a causa delle inondazioni.

LA SFIDA E’ TITANICA, COME GLI ERRORI COMPIUTI, evidenziati in un rapporto dell’Ong German Watch (del 2020): massiccia deforestazione e pianificazione urbana incontrollata in zone soggette a inondazioni. Nel tentativo di riparare i danni, il piano governativo dell’ex primo ministro Imran Khan prevedeva lo sviluppo delle energie pulite, la piantumazione di 10 miliardi di alberi, l’estensione delle aree protette, la creazione o il ripristino di zone umide per fare effetto spugna.

E I POVERI? Molte persone, riferisce un recente reportage del Guardian, sono ancora sfollate in alloggi di fortuna perché i loro villaggi sono tuttora inondati. Rasool, bracciante 72enne, ha rabberciato da solo la sua casa; spiega che invece i ricchi ottengono aiuti.

MYANMAR, BANGLADESH E INDIA hanno evacuato decine di migliaia di persone per via del ciclone Mocha e di intense precipitazioni. Poche le vittime: grazie alle operazioni tempestive. Emergenza alluvioni e gravi frane anche in Malaysia, Indonesia, Filippine (70 mila sfollati e oltre 50 morti all’inizio del 2023).

MA STRATEGIE RESISTENTI crescono, almeno in Bangladesh. Soggetto da sempre alle inondazioni stagionali (parte del ciclo agricolo), vittima incolpevole dei cambiamenti climatici, soffre anche della deforestazione sulle pendici himalayane, incapaci di trattenere la corsa delle acque. Grazie al sistema di allerta e intervento rapido – con una catena di comunicazioni capace di intrecciare previsioni high-tech e relazioni umane low-tech –, mentre nel 1970 il ciclone Bhola uccise mezzo milione di persone in quello che ora è il Bangladesh, nel 2022 il ciclone Sitrang ne ha uccise 16. Sì a ricorso a orti galleggianti e sulle coste a varietà di riso resistenti alla salinità. E le case? Povere, ma costruite resistenti.

IN TURCHIA le piogge intense di marzo hanno ucciso 14 persone. Erano sopravvissute al terremoto di febbraio e ospitate in alloggi di fortuna. Idem nel nord della Siria.

Il Green Deal con il freno a mano

VERSO LE ELEZIONI EUROPEE. Nella Ue il tempo stringe sul clima. Il 20 giugno c’è il Consiglio ambiente e il 30 scadono i tempi per i 27 per aggiornare i rispettivi piani climatici e sull’energia

Anna Maria Merlo  25/05/2023

Non solo immigrazione. Le grandi manovre di avvicinamento tra il Ppe (destre classiche) e i sovranisti (destra estrema), nella prospettiva delle prossime elezioni europee (6-9 giugno 2024), passano anche dal freno alle leggi di difesa dell’ambiente e della lotta al cambiamento climatico. L’ultimo esempio è la bocciatura, al parlamento europeo nella commissione parlamentare Agri, del testo della Commissione sul recupero degli ecosistemi degradati (20% entro il 2030, tutti entro il 2050), fermato da 30 voti contro 16, grazie all’intesa delle destre.

Dopo la concordanza di vedute sulle restrizioni all’immigrazione – ultimo episodio in Francia, dove Les Républicains hanno presentato un progetto fotocopia di quello del Rassemblemnt national, che ora chiede i “diritti d’autore” – i regolamenti sull’ambiente stanno diventando un nuovo campo di intesa.

Di recente, ci sono state avvisaglie preoccupanti in alcuni paesi membri: il 15 marzo scorso, il voto locale nelle 12 province dell’Olanda, ha portato in testa il partito Bbb (movimento agricolo-contadino) guidato da Caroline van der Plas, che difende il “buon senso” della popolazione “strangolata dallo stato” e dalle norme sempre più esigenti in materia ambientale.

In Olanda la protesta è contro il “piano azoto”, che per rispettare il programma Ue di riduzione del 55% delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2030 prevede una diminuzione dell’allevamento bovino. Una protesta analoga sta crescendo in Francia, dove la Corte dei conti valuta all’11,8% il peso delle emissioni di Co2 dell’allevamento (pari a quello del parco edilizio) e propone una «strategia di riduzione coerente con gli obiettivi climatici». Da cui la levata di scudi della Fnsea, il principale sindacato agricolo francese.

Nella Ue il tempo stringe sul clima. Il 20 giugno c’è il Consiglio ambiente e il 30 scadono i tempi per i 27 per aggiornare i rispettivi piani climatici e sull’energia, in conformità con il Green Deal, varato nel 2019, che prevede la neutralità climatica per il 2050.

È in corso l’ottavo programma di azione per l’ambiente, con 6 obiettivi: diminuzione rapida del Co2, adattamento al cambiamento climatico, economie d’energia, net zero per l’industria, difesa della biodiversità. Ma adesso c’è una corsa a spingere sul freno, per timore che i populisti si avvantaggino del malumore che serpeggia tra le popolazioni. Tutti hanno in mente la rivolta dei gilet gialli, una crisi causata da decisioni fiscali mal concepite, applicate in modo universale e quindi ingiuste socialmente.

C’è inoltre un non paper (non ufficiale) per allungare i tempi di applicazione delle norme Euro 7 per tutti i veicoli (nel 2025 per le auto, nel 2027 per autobus e camion). C’è già stata maretta sull’uscita dai motori a combustione nel 2035, dove sono stati riaperti i negoziati anche se c’era stato un previo accordo a tre (Commissione, Consiglio, Parlamento), grazie alla decisiva spinta della Germania.

Sull’onda, la Francia la scorsa settimana ha bloccato la direttiva sulle energie rinnovabili (in nome del nodo irrisolto del ruolo del nucleare). Emmanuel Macron l’11 maggio ha chiesto «una pausa» dei regolamenti europei: adesso è il momento di «eseguire» ha detto, non di cambiare le regole (pensando alle elezioni europee, per chiudere prima che nasca il dibattito su un Green Deal 2).

Una «frase infelice che non traduce quello che la Francia fa», ha cercato di correggere Pascal Canfin, eurodeputato Renew alla testa della commissione Envi (ambiente). Ma lunedì, il primo ministro belga Alexander De Croo, ha fatto eco a Macron: bisogna «schiacciare il tasto pausa» sui regolamenti europei sulle norme ambientali, perché c’è «il rischio di perdere l’opinione pubblica sull’agenda green». In ballo ci sono le norme per l’applicazione del Green Deal, confortato dalla legge clima del 2021.

In Francia un rapporto di Jean Pisani-Ferry valuta a 70 miliardi di euro l’anno i finanziamenti necessari perché Parigi rispetti il Green Deal. L’economista propone una “patrimoniale verde” (oltre a un aumento del debito): «La transizione è spontaneamente ingiusta». Il governo oscilla, il ministro delle Finanze, Bruno Le Maire, rifiuta aumenti di tasse (e di debito) mentre per il responsabile dell’Ambiente, Christophe Béchu, l’imposta ai più ricchi «non è un tabù».

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