VOLA L’INFLAZIONE, CALANO I REDDITI FISSI E I SALARI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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VOLA L’INFLAZIONE, CALANO I REDDITI FISSI E I SALARI da IL MANIFESTO

Vola l’inflazione, crollano i redditi fissi e i salari

EFFETTO GUERRA. Le stime preliminari relative all’incremento dei prezzi nel mese di ottobre, rese note dall’Istat ieri, certificano un balzo dell’inflazione su base annua all’11,9% rispetto all’ 8,9% di settembre. Sembra di […]

Alfonso Gianni  29/10/2022

Le stime preliminari relative all’incremento dei prezzi nel mese di ottobre, rese note dall’Istat ieri, certificano un balzo dell’inflazione su base annua all’11,9% rispetto all’ 8,9% di settembre.

Sembra di essere tornati a quarant’anni fa,ai tempi della “Milano da bere”. Solo in quel caso, nel giugno del 1983, abbiamo registrato un aumento (+13%) su base annua superiore all’attuale. Ma ciò che è peggio è che il peso maggiore si scarica sul carrello della spesa, sui consumi popolari ineliminabili. Complessivamente su base annua accelerano i prezzi dei beni (da +12,5% a + 17,9%), mentre rallentano anche se di poco quelli dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (su base annua dal +3,9% al + 3,7%). Quindi il differenziale inflazionistico negativo fra questi ultimi e i prezzi dei beni si è sensibilmente allargato (dal -8,6 di settembre a -14,2 punti percentuali). Senza abbondare nelle cifre è chiaro che l’inflazione pesa assai di più sui redditi bassi. Per una famiglia composta da due coniugi con due figli la sberla può arrivare a 4.059 euro nell’anno, di cui almeno un quarto è dovuto alle spese alimentari, ove spicca il salto micidiale del prezzo delle verdure.

Questi aumenti riducono il margine del risparmio, come emerge da una recente indagine Acri-Ipsos, da cui risulta che anche una spesa imprevista di 10mila euro – curiosamente il nuovo limite proposto per il contante – può creare seri problemi a una famiglia. Se ce ne fosse bisogno, l’Istat ci ricorda che le retribuzioni non tengono il passo dell’aumento inflazionistico. Nei primi nove mesi dell’anno il divario tra la dinamica dei prezzi e quella delle retribuzioni contrattuali è pari a 6,6 punti percentuali, quindi il leggero aumento della retribuzione oraria, pari all’1%, resta comunque al di sotto del livello dell’inflazione. Perciò continua la corsa verso il basso dei salari italiani.

Per invertirla o quantomeno per fermarla servirebbe una vigorosa ripresa del conflitto sociale a tutti i livelli per innalzare i redditi delle classi lavoratrici e aggredire la crescente povertà, nonché una vera riforma fiscale in senso progressivo. Bisogna capovolgere quella trasmissione di ricchezza verso la finanza, cui l’incremento dell’inflazione è funzionale, come ci spiegava Augusto Graziani negli anni Settanta. Il che comporta non solo la difesa e l’ampliamento del reddito di cittadinanza, l’introduzione per legge di un salario minimo orario, la lotta per aumenti contrattuali, l’incremento delle pensioni a partire dalle più basse, ma tutto un insieme di politiche economiche a livello nazionale ed europeo. Ovvero quella che potrebbe essere l’agenda di un’opposizione al governo delle destre. Il rilancio della politica dei redditi, come ha chiesto il segretario della Cisl, appare una stanca ripetizione di passati fallimenti.

Le cause esogene e dipendenti dalla guerra dell’attuale inflazione spostano l’asse dello scontro a livello internazionale. Lo aveva compreso tanti anni fa Salvatore Biasco, quando, in suo notevole libro del 1979, agli albori di una robusta fase della globalizzazione, dedicato all’incremento dei prezzi nei paesi capitalistici industrializzati e interdipendenti, scriveva che l’inflazione «è diventata in questo modo la forza condizionante dei processi dell’economia mondiale». Lagarde, alzando per la seconda volta consecutiva i tassi di 75 punti – cosa mai avvenuta nell’Eurozona – ha chiuso la fase espansiva della politica monetaria. Ma non è certo la quantità di liquidità in circolazione la causa dell’inflazione. La Bce è alla ricerca del tasso «naturale», ovvero quello che di per sé non dovrebbe influire né in modo espansivo né in quello restrittivo sull’economia reale. Ma procede in modo random, riunione per riunione, dicendo apertamente che le indicazioni prospettiche (la forward guidance) non sarebbero utili. Gli operatori finanziari lo chiamano «effetto Delfi», quello dell’oracolo della Grecia antica che può essere interpretato a piacere, così come appunto le dichiarazioni della presidente della Bce.

Con la conseguenza che alla instabilità di fondo dell’economia finanziaria, descrittaci da Hyman Minsky, viene a sommarsi il movimento ondulatorio, umorale e sempre rapace dei grandi operatori finanziari. La Bce in versione Pizia di Delfi cessa quindi di funzionare come guida dei mercati, seppure indipendente dal potere politico. Nel momento in cui vuole ribadire il governo dell’economia attraverso la politica monetaria, finisce in realtà per accompagnare le scelte del mercato. In questo quadro l’inflazione può tenere per mano la stagnazione e guidarci attraverso la stagflazione a una recessione di non breve durata. E così si consuma la parabola del draghismo di cui la «Melonomics» a livello macro vorrebbe essere la prosecuzione.

Vincenzo Visco: «Una destra fuori dal mondo che ragiona come venti anni fa»

INTERVISTA. Parla l’ex ministro delle finanze e del bilancio: «Vogliono agire come i governi Berlusconi, ma quel modello è fallito». «L’aumento del tetto del contante è un messaggio agli evasori. Alla base della Flat tax per le partite iva a 100 mila euro c’è una discriminazione tributaria micidiale ai danni dei lavoratori dipendenti e dei pensionati»

Roberto Ciccarelli  29/10/2022

«Il governo Meloni sarà prudente perché non ha molti margini di azione economica e non ha intenzione di mettersi fuori dal gioco europeo e internazionale – sostiene Vincenzo Visco, già ministro dell’Economia e delle Finanze – Il vero problema di questa destra è che sembra fuori dal mondo e continua a ragionare come facevano in passato i governi Berlusconi che hanno portato a esiti infausti. Pensa a un mondo fatto di piccole e piccolissime imprese private dove ognuno fa quello che gli pare ed è convinta che l’economia andrà bene. Ma non è così, dobbiamo fare la riconversione ecologica, investire in ricerca e sviluppo, promuovere e sviluppare settori tecnologicamente avanzati, contrastare evasione fiscale, corruzione, malavita e affarismo. Questi hanno una visione opposta e non se ne rendono conto pienamente».

Sarà aumentato il tetto del contante tra i tre e i diecimila euro. Si indebolirà la lotta contro l’evasione fiscale oppure saranno «aiutati i poveri» come dice Meloni?
Questa sui poveri è un’affermazione abbastanza ridicola. Non è affatto detto che siano i poveri a pagare eventuali costi bancari di un’operazione, semmai sarebbero i commercianti. È dimostrato che esiste una relazione tra uso del contante ed evasione fiscale o in generale l’economia sommersa. Non credo che l’abolizione totale del contante eliminerebbe l’evasione perché può esserci l’evasione senza contanti. Sostenere però che non c’è una relazione tra i due fenomeni è arrampicarsi sugli specchi. Invece è chiara la relazione con il riciclaggio e la corruzione. Questo è un segnale ai ceti che hanno votato per la destra e, in particolare, agli evasori.

Si torna a parlare di «tregua fiscale». Sarà un condono?
Sì, è un condono dei peggiori perché riguarda l’evasione già fatta. Per «tregua fiscale» intendono la rottamazione delle cartelle. Dicono che la gente non paga queste tasse perché non ha i soldi. Rispondo che allora bisognerebbe distinguere: ci sono situazioni per le quali già ora si possono fare rateazioni lunghe, ma loro vogliono cancellare il debito e buona notte. Se si eliminano gli effetti di deterrenza collegati all’esecuzione coattiva degli accertamenti tanto vale chiudere il ministero delle Finanze. Questo dell’evasione è un problema serissimo, ma per la destra è diventato un fatto identitario. Sono degli irresponsabili.

Cosa pensa dell’estensione della tassa piatta per le partite Iva a 100 mila euro?
È uno scandalo. Ricordo che il governo Conte 1 (Lega e Cinque Stelle) introdusse il forfait a 65 mila euro per passare a 100 mila euro poco dopo con un aliquota del 20% per le sole partite Iva. Queste pagherebbero una tassa forfettaria che riguarda tutte le imposte. Dunque né Iva né Irpef, né Irap, niente. Già oggi l’autonomo paga 2.500 mila di imposte in meno di un dipendente, 3.400 in meno di un pensionato con lo stesso reddito. Si tratta di una discriminazione tributaria micidiale estesa a soggetti tra i quali, stando ai dati del governo, si nasconde il 67% dell’evasione dell’Irpef.

Qual è il messaggio politico di questa misura?
È basato su un sillogismo: i dipendenti sono garantiti mentre le partite Iva assumono rischi e non devono pagare tasse. E i pensionati sono improduttivi e possono anche morire. Una discriminazione senza giustificazione. Bisognerebbe dare battaglia e non capisco perché i sindacati sono rimasti silenziosi già sul forfait dei 65 mila euro.

Di quale riforma fiscale ci sarebbe bisogno oggi?
Va risistemato un sistema frammentato e distorto. Oltre alla lotta contro l’evasione c’è il problema che a parità di reddito si pagano imposte diverse. I nostri sistemi fiscali sono ancora quelli del Dopoguerra mentre oggi non basta più tassare i redditi da lavoro già gravati da un’imposizione troppo pesante. Abbiamo una popolazione che invecchia e c’è la necessità di aumentare le entrate e dunque aumentare le spese della sanità e della previdenza. Nel mondo si discute di come fare mentre in Italia si pensa a tagliare le tasse in maniera discriminatoria.

Il governo Draghi ci ha provato…
Sì, ma è stato un tentativo assolutamente insufficiente e discutibile. Comunque è stato un tentativo di mettere un po’ d’ordine, ma è stato fatto saltare.

Cosa pensa della catastrofe politica dell’ex prima ministra inglese Liz Struss?
La questione fiscale è un punto debole di tutte le destre del mondo. Quando ha annunciato il taglio da 45 miliardi di sterline alle tasse dei ricchi l’ex premier inglese si è trovata addosso non solo l’opposizione dei cittadini ma anche quella dei mercati. Culturalmente le destre anche in Italia ragionano come 20 anni fa. È il modello che non funziona. Il taglio delle tasse ai ricchi non aumenta il gettito.

Meloni ha promesso il taglio pluriennale del 5% del cuneo fiscale per lavoratori e imprese. È una misura efficace, possibile e giusta?
Sarebbe giusto farlo dato che i redditi da lavoro sono iper-tassati. Ma non lo si fa in disavanzo. Invece bisogna spostare la tassazione su altri redditi e i patrimoni. Comunque Meloni ha detto che non è in grado di fare molto perché si deve occupare delle bollette. Nella prossima manovra farà cose simboliche come la norma sul contante e aspetterà tempi migliori.

Con il record di inflazione dagli anni Ottanta cosa andrebbe fatto per aumentare i salari?
Questo tipo di inflazione è legato all’energia e fa aumentare le tasse. L’extra-gettito andrebbe usato per compensare gli effetti su famiglie e imprese. E andrebbero cercate soluzioni sovranazionali. Inoltre bisognerebbe che la guerra finisse, ma questo è un po’ più complesso. I problemi sono tanti e non si risolvono abolendo il Pos.

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