UN’EUROPA SANA DOVREBBE RICUCIRE CON RUSSIA E IRAN da IL FATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
24408
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-24408,single-format-standard,wp-theme-stockholm,wp-child-theme-stockholm-child,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.6,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.13,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-8.2,vc_responsive

UN’EUROPA SANA DOVREBBE RICUCIRE CON RUSSIA E IRAN da IL FATTO e IL MANIFESTO

Un’Europa sana dovrebbe ricucire con Russia e Iran

Elena Basile  10 Luglio 2026

Credo sia essenziale oggi distinguere tra la teatralità della politica contingente e le tendenze di fondo che guidano le relazioni internazionali. Purtroppo la stampa occidentale, che risponde a quattro agenzie e alle veline dell’intelligence ed è un aggregato di potere dominato dalle lobby oligarchiche, ama soffermarsi sullo spettacolo in corso i cui attori sono chiamati per nome – Giorgia, Bibi, Donald – quasi fossero gli amici che vediamo a cena e di cui sappiamo tutto, anche l’ultimo lifting. Purtroppo la realtà, come accade nel mondo orwelliano, è l’opposto di quel che appare. La politica ha perso la sua autonomia in Occidente e gli esecutori materiali, i leader marionetta del “blob” statunitense, sono a distanza siderale dai bisogni delle classi lavoratrici, anche di quel ceto medio, dei proprietari di risparmio, senza il cui voto non potrebbero occupare le loro comode poltrone.

Sono lontani dai beni comuni che lo Stato dovrebbe proteggere (dalla sanità all’istruzione, dall’ambiente ai trasporti, dalla ricerca scientifica alla pace) e servono interessi privati, dei potentati che hanno permesso loro di occupare quei ruoli. La fine dei corpi intermedi, dei partiti radicati sul territorio, ha facilitato il nascere della realtà inventata dai media, una sorta di Truman Show nel quale siamo intrappolati. Se abbandoniamo il flirt Donald-Giorgia e leggiamo i documenti dei vertici europei e Nato, scopriamo che dietro l’invenzione del nemico Russia, o Islam, c’è il keynesismo militare, l’esigenza di massicci interventi statali a favore di un’accumulazione capitalistica inceppata che, se lasciata al suo naturale sviluppo, si trasferirebbe in Asia. La garanzia principale affinché nessuna coalizione di volenterosi europei rimpiazzi la Nato è costituita proprio dal riarmo tedesco. Vi immaginate che ne sarebbe dell’Europa se gli americani ci abbandonassero e dovessimo competere, nell’Europa delle patrie, con la Germania unificata, quarto Stato più armato del mondo mentre la Polonia già si vanta di avere il più efficace esercito? Qualcuno dovrebbe avvertire i think tank nostrani e la classe politico-diplomatica che in articoli ilari descrivono il prossimo ritiro statunitense. La difesa europea sarà possibile nell’ambito di una nuova Europa federale, unione politica, monetaria, fiscale, democratica e sociale che individui il proprio interesse comune e ritorni alla politica a favore dei beni comuni. Per ora abbiamo soltanto una Nato europea che difende interessi neoconservatori statunitensi, rafforza la difesa americana e si accolla il conflitto con la Russia, senza l’autorizzazione dei popoli europei.

La Turchia è in auge (ma Erdogan non era un dittatore? Draghi dixit) perché ha un ruolo strategico irrinunciabile nel contenimento della Russia attraverso il Caucaso e come Stato sunnita rivale dell’Iran. In Medio Oriente Hamas come l’Iran hanno impartito una dura lezione alla coalizione israelo-americana. Hamas, nonostante Gaza sia rasa al suolo (l’evidenza è negata da chi dopo ogni attacco russo con venti morti, per carità sono anche quelli atroci, chiama il presidente della Federazione “criminale di guerra”), esiste e deve concedere o meno il proprio disarmo. L’Iran col Memorandum d’intesa ha potuto esibire al mondo la capitolazione israelo-americana. Il Board of peace ha limitato la tragedia palestinese (già solo mille palestinesi uccisi dopo la sua creazione), ma ha lasciato immutati i nodi: Israele (protetto da una potentissima lobby internazionale e, ironia della storia, dai fascisti come da liberali, socialisti e intellettuali molto preoccupati dallo stigma di Stato genocida che potrebbe macchiare il popolo ebraico, come se l’Olocausto non fosse stato riconosciuto dai tedeschi come colpa storica) rinuncerà al progetto di Grande Israele e alla colonizzazione e pulizia etnica del popolo palestinese? L’Iran ha resistito alla potenza maggiore del mondo, ma il dominio imperialista del Medio Oriente attraverso la criminalizzazione degli sciiti è stato veramente riposto nel cassetto? Lecito dubitarne. Gli attacchi statunitensi sono ripresi e l’obiettivo della lobby di Israele, l’annientamento dell’Iran, è vivo tanto che Trump sculaccia la Meloni e gli europei che non si sono uniti nella guerra.

Una sana leadership europea potrebbe lavorare a una mediazione con la Russia che salvi il salvabile dell’Ucraina, ristabilisca la cooperazione energetica col grande vicino, base della possibile autonomia da Washington. Nel Mediterraneo dovrebbe sanzionare Israele, puntando sulla riunificazione della leadership palestinese che preveda il disarmo di Hamas, permettendo magari il rilascio di un leader federatore come, Barghouti, prigioniero e torturato. Solo una conferenza internazionale con sunniti e sciiti, con Usa, Russia e Cina potrebbe stabilizzare una regione tormentata nella quale gli interessi alla sicurezza di Tel Aviv siano protetti nel quadro onusiano e non siano più alibi per la sopraffazione.

Anti-Antifa, il summit di Rubio globalizza la psicosi degli Usa

Luca Celada  10/07/2026

LOS ANGELES

Stati Uniti Neo-maccartismo contro la «minaccia comunista»: al raduno del 16 luglio sarebbero stati invitati 60 paesi, tra cui l’Italia

Il segretario di stato statunitense Marco Rubio ha invitato ministri di 60 paesi a un summit dedicato alla «rinascita del terrorismo di estrema sinistra». Un vertice “anti-Antifa”, che sarebbe stato convocato per coordinare una risposta globale a un fenomeno che insiste soprattutto nei comunicati della Casa bianca di Donald Trump.

L’idea di un simile vertice avrebbe, secondo il Washington Post, «suscitato costernazione fra diplomatici americani, analisti indipendenti e alleati europei» che non sottoscrivono la narrazione Maga.

Quello della quinta colonna è un teorema cui il governo di Donald Trump lavora da tempo. Con i discorsi del 3 e 4 luglio, Trump ha elevato la «minaccia comunista» al paese a dispositivo retorico-politico principale in termini che si rifanno alla psicosi maccartista degli anni ’50.

Lo scorso 22 settembre il presidente aveva firmato un ordine esecutivo (NSPM-7) col quale “Antifa” era stata inserita nella lista dei gruppi «anti americani, anti cristiani e anti capitalisti». Malgrado non esista alcuna organizzazione formale con questo nome, la designazione come «organizzazione terrorista domestica» ha di fatto decretato l’antifascismo un «nemico interno».

CONTEMPORANEAMENTE le condanne di nove attivisti anti Ice in Texas a sentenze tra i 30 e 100 anni di reclusione e il rinvio a giudizio di quindici attivisti anti-remigrazione a Minneapolis segnalano una nuova operatività nella repressione del dissenso antifascista, in cui contestazione o atti di «vandalismo» come scritte sui muri sono equiparate a «terrorismo».

Inoltre militanti sono stati attenzionati non solo per azioni di protesta ma anche per dichiarazioni e opinioni postate sui social.

Dopo l’uccisione di Renee Good e Alex Pretti a Minneapolis un alto funzionario del ministero di Giustizia, Aakash Singh, aveva istruito i procuratori federali, spediti nelle “città santuario” a perseguire manifestanti e osservatori «con tutto quello che avete» e a «pubblicizzare al massimo» le condanne.

PROCESSI contro «terroristi antifa» sono stati istruiti a Los Angeles e San Diego e nel “teorema Antifa” il governo ha tentato di inserire anche l’uccisione di Charlie Kirk e l’attentato del banchetto dei corrispondenti di Washington, entrambi opera di individui senza evidenti affiliazioni.

Con la convocazione al summit, il Dipartimento di stato torna a segnalare che sulla “minaccia rossa” gli Stati uniti gradirebbero un allineamento degli alleati.

Il terreno era stato preparato a novembre con la designazione come «organizzazioni terroriste straniere» di due formazioni greche, Giustizia Proletaria Armata e Autodifesa di Classe Rivoluzionaria, nonché la cosiddetta Federazione anarchica informale in Italia e Antifa di Dresda, o hammerbande (il gruppo con cui è stata associata l’eurodeputata Ilaria Salis).

Quest’ultima designazione in particolare sarebbe stata caldeggiata de esponenti Afd con cui si è ripetutamente incontrata la sottosegretaria agli esteri Usa Sarah Rogers. A maggio una conferenza sul terrorismo di sinistra all’Aia è spostata nell’ambasciata americana, dopo che il governo olandese si è defilato.

Secondo fonti citate dal Washington Post, a giugno un cablogramma americano richiedeva informazioni su gruppi di estrema sinistra a più di 20 sedi diplomatiche fra cui quelle in Italia, Messico e Albania.

OGNI INIZIATIVA si inserisce nel tentativo di arruolare i governi mondiali nella guerra globale che Trump ha dichiarato alla “sinistra radicale.” La lista di paesi invitati al vertice del 16 luglio comprenderebbe, Germania, Canada, Messico, Inghilterra, Francia, Brasile, Italia, Argentina e Ungheria. Secondo quanto riportato dal Post, tuttavia, molti invitati avrebbero espresso scetticismo e tenderebbero a non inviare ministri o funzionari di alto livello.

Incaricato dell’operazione è Sebastian Gorka, l’anglo-ungherese legato a formazioni neofasciste come l’Ordine di Vitez e Magyar Gárda, designato da Trump come “zar” dell’antiterrorismo. A maggio il suo dicastero ha pubblicato la “US Counterterrorism Strategy” che indentifica come obbiettivo la «rapida identificazione e neutralizzazione dei gruppi politici laici violenti la cui ideologia è antiamericana, radicalmente filo-transgender e anarchica».

Il documento riconfigura la classifica delle “minacce nazionali” per riflettere le priorità del regime. Nel rapporto i cartelli sudamericani della droga sostituiscono il terrorismo islamico come principale emergenza nazionale mentre «l’estremismo di sinistra» è valutato come «minaccia esistenziale» alla stregua dello Stato islamico e al Qaeda.

GORKA È UN BLOGGER e podcaster visceralmente anticomunista e nostalgico asburgico, vicino ad ambienti cristo-nazionalisti e cattolici integralisti. Nel primo governo Trump è stato incaricato del dossier “anti jihadista”. Nel Trump-bis è stato riciclato sulla psicosi neomaccartista e in qualità di direttore dell’antiterrorismo globale, incaricato delle pressioni sugli “alleati” affinché sottoscrivano il teorema della minaccia globale della “sinistra”.

Il coordinamento globale auspicato dal governo permetterebbe l’impiego di una sorveglianza globale e la criminalizzazione transnazionale di gruppi di sinistra.

«Vogliono inventare antifa come minaccia globale con legami ad individui negli Stati uniti», ha dichiarato lo scorso aprile al New York Times l’esperto di antiterrorismo Tom Joscelyn. Che aggiunge: «Tutto questo indica la volontà dell’attuale amministrazione di deviare l’apparato anti terrorismo per reprimere gli avversari politici interni».

No Comments

Post a Comment

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.