UNA GUERRA DI DIGHE PER L’ULTIMA ACQUA da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UNA GUERRA DI DIGHE PER L’ULTIMA ACQUA da IL FATTO

Una guerra di dighe per l’ultima acqua

ORIZZONTI VICINI – I conflitti, dalle alture del Golan alla Russia fino all’Eritrea, si combattono sui grandi fiumi, sulle falde e sulle coste. Il cambiamento climatico sta accelerando dinamiche di scontro. E l’Onu, da sola, non basta

GRAZIA PAGNOTTA  28 MARZO 2024

Si è da poco celebrata la Giornata dell’acqua, che avrebbe dovuto essere l’occasione per fare il punto sullo stato di tutte le problematiche legate alla risorsa idrica. L’attenzione si è focalizzata sulle preoccupazioni per le riserve idriche disponibili per la prossima estate, ma c’è anche dell’altro preoccupante di cui poco si parla: i conflitti latenti e i conflitti già in corso intorno al possesso dell’acqua, cioè le guerre dell’acqua, quelle in cui essa è l’oggetto del contendere e quelle in cui ne è una parte.

Con il cambiamento climatico in avanzamento a ritmi incalzanti, con una popolazione mondiale in crescita oltre quanto era stato previsto, e con i conflitti che aumentano – una terza guerra mondiale a pezzi secondo la definizione di papa Bergoglio –, l’acqua è divenuta da tempo un elemento centrale dell’assetto geopolitico mondiale, e l’idropolitica è affrontata da specifici esperti.

Tra le guerre in corso, nelle due su cui è puntata l’attenzione degli occidentali, l’acqua ha il suo ruolo.

Nel conflitto israelo-palestinese, l’obiettivo di ulteriore territorio da parte israeliana ha sempre compreso in sé anche ulteriori falde sotterranee e fonti di superficie; una complicata situazione di acquiferi sotterranei, conduttura idrica dal Giordano al deserto del Negev, acquisizione con la Guerra del 1967 delle acque delle alture del Golan, della totalità del lago di Tiberiade, e delle acque della Cisgiordania compreso il Giordano. Nella guerra russo-ucraina nello scontro sul possesso della Crimea, dopo la sua acquisizione da parte della Russia, vi è stata anche la questione dell’interruzione da parte ucraina del flusso d’acqua nel canale che la portava dal fiume Dnepr a tale area.

Ma passiamo alla tipologia di conflitto sulle acque più diffusa e più pericolosa, che più delle altre sta creando le guerre del futuro: il grande fiume con il suo grande bacino di affluenti che attraversa più Stati, sul quale uno di essi decide d’impiantare dighe, che sottraggono l’acqua agli altri. Lasciando da parte i problemi ambientali che le grandi dighe apportano al fiume modificandone totalmente l’ecosistema fino alla sua morte, con conseguente degrado e trasformazione per tutti i territori circostanti, e lasciando da parte anche i problemi sociali creatisi in molti casi con lo spostamento di popolazione, elenchiamo soltanto alcune delle numerose tali situazioni.

La più emblematica è quella dell’area del Nilo che riguarda principalmente l’Egitto, l’Etiopia e il Sudan, area dove i lavori per la costruzione della Grande diga del rinascimento etiope (Gerd) trascinano da anni controversie tra i tre; lo è anche perché con quanto è accaduto al fiume a causa della diga di Assuan, questo caso mostra con chiarezza le conseguenze ambientali dei grandi sbarramenti e perché con la sua costruzione allora fu sgombrata la popolazione dei nubiani con conseguente tensione con il Sudan.

Significativa è anche la situazione creatasi dagli anni Settanta con il programma turco di costruzione di una ventina di dighe sul bacino del Tigri e dell’Eufrate (progetto Gap) di cui fa parte la grande diga Atatürk, con ripercussioni sull’idrologia di Iraq e Siria e possibili estensioni ad altri Stati dell’area.

E ancora, la situazione sul bacino del Mekong che interessa innanzitutto Cina, Vietnam e Cambogia, dove la costruzione della diga di Yunnan in Cina ha causato la riduzione del flusso per gli altri due con preoccupazione per il lago Tonle Sap, un ecosistema unico al mondo (nel periodo delle piogge monsoniche il fiume con un’onda di piena risale scorrendo in senso opposto, facendo quasi decuplicare la grandezza del lago).

E poi in India le dighe costruite sul Gange negli anni Sessanta che hanno portato diminuzione di acqua in Bangladesh, e negli Stati Uniti dove le dighe sul fiume Colorado negli anni Sessanta e Settanta oltre a contenziosi tra gli Stati americani portarono a un contenzioso con il Messico a cui arrivava un’acqua fortemente salinizzata, situazione risoltasi con impianti statunitensi di desalinizzazione, ma che con i problemi del fiume degli ultimi anni rischia di riaprirsi.

Nel corso del Novecento il diritto internazionale in proposito è rimasto attardato fino agli anni Novanta procedendo mediante le azioni di prassi degli Stati con alcuni accordi bilaterali e multilaterali tra Paesi corivieraschi; poi con la Convenzione di Helsinki sulla Protezione e l’utilizzazione dei corsi d’acqua transfrontalieri e dei laghi internazionali del 1992 tra i Paesi della Comunità europea, e con la Convenzione di New York sull’Utilizzo dei corsi d’acqua internazionali per scopi diversi dalla navigazione del 1997, è stata creata la cornice giuridica a cui tuttora si fa riferimento. La prima è stata pensata soprattutto guardando ai fenomeni d’inquinamento, e ha sancito il principio di “un uso ragionevole ed equo delle acque transfrontaliere” da parte degli Stati come impiego che tenga conto degli effetti sugli altri Paesi, principio che è stato trascritto e sancito anche con la seconda convenzione.

Ha svolto un ruolo, inoltre, la Corte internazionale di giustizia dirimendo controversie (le più significative: nel cuore dell’Europa tra Ungheria e Slovacchia per il Danubio nel 1997, tra Benin e Niger per il Niger nel 2005, tra Costa Rica e Nicaragua per il San Juan nello stesso 2005, tra Argentina e Uruguay per l’Uruguay nel 2006).

Il ruolo dell’Onu e delle istituzioni sovranazionali è quindi stato oltremodo positivo. Ma oggi con l’insufficienza nel contrastare il cambiamento climatico, che di questi conflitti è un potente acceleratore, questo quadro rischia di non bastare, e occorre che la comunità internazionale trovi in aggiunta altre azioni concrete specifiche per ciascun caso e generali di ulteriore cornice, e che l’opinione pubblica dappertutto sia resa edotta di questo panorama ulteriormente foriero di conflitti. Prima che si perda altro tempo come è avvenuto pressoché per tutte le questioni ambientali. E che ciò sia irreparabilmente irrecuperabile.

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