UN MONDO BIODIVERSO È POSSIBILE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UN MONDO BIODIVERSO È POSSIBILE da IL MANIFESTO

Un mondo biodiverso è possibile

SUMMIT. A Montreal la Conferenza Onu sulla biodiversità. Obiettivo: tutelare il 30 per cento dell’ecosistema ed evitare l’estinzione delle specie

Marinella Correggia  15/12/2022

Ultima chiamata»: per riconvertire i sistemi umani diventati arma di estinzione di massa, basterà la conferenza internazionale delle parti firmatarie della Convenzione Onu sulla biodiversità (Cbd), in corso fino al 19 dicembre a Montreal dopo quattro rinvii rispetto al calendario iniziale, ovvero Cina 2020?

ACCORDO QUADRO per avanzare verso la Vision 2050 della Cbd, «vivere in armonia con la natura»: dopo i fallimenti precedenti, i negoziati vertono intorno a 23 obiettivi da raggiungere entro il 2030 e 4 obiettivi chiave a lungo termine da raggiungere entro il 2050. Già accettato da 110 paesi è il «30 x 30»: ovvero proteggere il 30% della superficie terrestre, acquatica e marina entro il 2030.

ALLARME ESTINZIONE. Secondo l’ultimo Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services del 2019, un milione di specie animali e vegetali è a rischio di estinzione nei prossimi anni: un ritmo di scomparsa da 50 a 100 volte superiore a quello storico. Rischia di estinguersi con conseguenze imprevedibili il 90% delle specie marine. La Lista Rossa Iucn, da 50 anni il più completo inventario mondiale del rischio di estinzione di animali e piante, rende noto che in Italia sono 40 le specie di vertebrati in pericolo critico, 65 quelle a rischio di estinzione.

COP15 PIÙ IMPORTANTE della Cop 27 sul clima. Lo afferma, su Science Advances, un gruppo di scienziati: «Le opzioni di mitigazione e adattamento rispetto ai cambiamenti climatici sono diverse, anche se spesso mancano di volontà politica. Invece, la perdita di biodiversità, che destabilizza tutti i sistemi della Terra, ha una sola opzione: fermarla. Finora gli accordi globali hanno fallito. Ma abbiamo speranza che Montreal sia un punto di svolta» anche perché, rilevano, rigenerare la natura aiuta gli sforzi sul fronte del clima. Ma attenzione: se occorre ridurre la pressione umana, vanno invece potenziati gli interventi di ricerca, ripristino, controllo anti-degrado.

APPLICAZIONE NEI PROSSIMI ANNI. È stato finora il punto dolente. «Se si fosse agito sulla base di quanto deciso fin dall’inizio della Convenzione per la Biodiversità non avremmo questa crisi» ha riassunto un delegato africano. E invece.

CAUSE RADICATE. Ecco i cinque cavalieri dell’apocalisse: distruzione degli habitat (deforestazione, attività estrattive, conversione delle terre a uso agricolo e zootecnico; si veda anche il Global Land Outlook secondo il quale il 40% delle terre emerse è degradato); iper-sfruttamento delle popolazioni di piante e animali selvatici terrestri e acquatici (pesca, caccia, bracconaggio); inquinamento (pesticidi, rifiuti); impatto dei cambiamenti climatici; specie invasive.

CINA, QUALE IMPEGNO? Nel 2018 ha coniato il termine «civiltà ecologica» inserendolo nella Costituzione. Da un lato, la Cina ha aree protette sul 15% della sua superficie, diverse specie in fase di recupero, un’area forestale in espansione al mondo, moltissime cause in tribunale a protezione della natura, e un fondo per la biodiversità lanciato nel 2021. Ma le perdite di aree vulnerabili e cruciali come le barriere coralline e le mangrovie sono state elevatissime, la pesca non è sostenibile, il divieto (dal 2020 per via di Wuhan) del nefasto commercio di animali selvatici è in via di revisione, e c’è la via della Seta. La Belt and Road Initiative (Bri), enorme progetto infrastrutturale in oltre 60 paesi guidato dalla Cina. L’edizione monografica Forest Cover 60 della rete Global Forest Coalition (Gfc) si è focalizzata sulla necessità di proteggere foreste e comunità locali nei paesi coinvolti nella Bri.

CITTÀ PIÙ SELVATICHE. Proteggere gli alberi, vegetalizzare i tetti, tutelare gli spazi ricchi di piante selvatiche e arbusti, recuperare i corsi d’acqua degradati, connettere gli spazi creano corridoi ecologici, vietare i pesticidi: è il ruolo possibile degli spazi urbani e molte collettività ci stanno provando. I cinghiali? Sono un altro e ben diverso capitolo.

EQUITÀ E DIRITTI. Fermare la distruzione della natura nel rispetto dei diritti delle popolazioni e delle persone. A questo scopo occorre anche garantire redditi sostenibili per le comunità locali con l’equità nella condivisione delle risorse genetiche (si pensi anche alla rapina dei principi attivi offerti dalle piante medicinali, ai brevetti) e consolidare gli impegni di finanziamento, considerando anche che nei paesi del Sud globale si concentrano le aree più biodiverse.

FINANZA. Le risorse finanziarie sono i drivers della perdita di biodiversità. È centrale un «allineamento» dei flussi finanziari all’accordo globale per la biodiversità, visto che ogni anno 500 miliardi di dollari se ne vanno in sussidi e incentivi perversi che promuovono la distruzione, e 2600 miliardi di dollari, pubblici e privati, vengono investiti in attività non compatibili.

FORESTE CONSUMATE. Per la rete mondiale Global Forest Coalition, «proteggere solo il 30% del pianeta è un obiettivo limitato; in fondo è del 2015 l’accordo fra tutti i paesi per proteggere il 100% delle foreste del mondo entro il 2020 come parte degli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile. Inoltre le aree protette hanno una storia con molte ombre. Spesso sono stabilite in zone non molto minacciate; altre volte, quando conviene, il loro status viene rimosso; oppure la protezione non viene davvero garantita, salvo estromettere con la violenza popolazioni indigene e comunità locali».

INDIGENI. Sono il 5% della popolazione mondiale ma le loro terre salvaguardano l’80% delle piante e animali rimasti, secondo la stessa Banca mondiale. Alcuni gruppi indigeni temono che l’accordo 30 x 30 possa essere usato per togliere loro le terre (sulle quali praticano anche attività come caccia e allevamento), altri spiegano perché la percentuale non è sufficiente.

MONTAGNE. Vita dura lassù. Le montagne sono esportatrici nette di risorse (acqua, minerali, legname, piante medicinali) e sono ricche di biodiversità. Le conoscenze e tradizioni dei loro popoli indigeni e delle comunità locali sono vitali nel preservarla.

OCEANI. L’oceano profondo è l’habitat più grande del mondo. La sua biodiversità è minacciata da molti fattori e mancano fondi per la tutela e un quadro giuridico chiaro per proteggere le aree fuori dalle giurisdizioni nazionali. Attualmente solo l’8% delle aree marine è protetto; e quasi solo sulla carta. Ad esempio in Francia, secondo un rapporto dell’associazione Bloom, nelle aree protette si svolge il 47% della pesca industriale. La governance frammentata e la mancanza di risorse per la protezione fanno il resto.

SOLUZIONI «NATURE-BASED». Questa bella espressione, centrale nei negoziati, può nascondere discutibili soluzioni di mercato nell’ambito del commercio dei crediti di carbonio e delle compensazioni volontarie. Come dire: distruggo qua e pago questo mio debito finanziando qualche aree protetta.

TRAPPOLE. Trappole mortali minacciano la fauna in Italia e nel mondo, ricorda il Wwf, in particolare in Asia. Ma anche in Italia, malgrado la legge vieti espressamente l’utilizzo di ogni tipo di sistema di cattura non selettivo, questo strumento particolarmente crudele è ancora molto diffuso anche a causa delle pene irrisorie comminate ai colpevoli.

Tuteliamo chi difende l’ambiente

Potrei dirvi che, in tutto il mondo, ogni settimana tre persone vengono uccise mentre cercano di proteggere la loro terra, il loro territorio, dal potere delle industrie estrattive. Questa situazione […]

Vandana Shiva  15/12/2022

Potrei dirvi che, in tutto il mondo, ogni settimana tre persone vengono uccise mentre cercano di proteggere la loro terra, il loro territorio, dal potere delle industrie estrattive. Questa situazione si protrae da decenni, e negli ultimi anni il numero delle vittime ha superato le 200 unità all’anno. E potrei dirvi, come fa questo rapporto, che solo nell’ultimo anno sono stati uccisi altri 200 attivisti. Ma questi numeri non diventano reali finché non si pronunciano i nomi di coloro che sono morti. Marcelo Chaves Ferreira. Sidinei Floriano Da Silva. José Santos López. Ognuno di loro è stato amato dalla propria famiglia, dalla propria comunità. Jair Adán Roldán Morales. Efrén España. Eric Kibanja Bashekere. Ognuno di loro è stato considerato sacrificabile in nome del profitto. Regilson Choc Cac. Ursa Bhima. Angel Rivas. Ognuno di loro è stato ucciso per difendere non solo i propri territori, ma anche la salute del pianeta che tutti condividiamo.

È importante visualizzare queste vittime come persone. Per me è più facile. Sono stata circondata da difensori della terra e dell’ambiente per tutta la vita, e sono una di loro. Per me è iniziato tutto nell’Himalaya Garhwal, in India, dove mio padre era un guardaboschi e mia madre un’agricoltrice. Il disboscamento industriale stava distruggendo l’ecosistema dove noi eravamo integrati.

Sapevamo intimamente che il valore della foresta himalayana non si trova nel prezzo del suo legname, ma nel modo in cui la sua straordinaria diversità sostiene tutte le forme di vita. Per questo ci siamo opposti ai disboscatori di professione e ci siamo messi in pericolo. Poiché ci siamo opposti a un intero sistema di pensiero, che vede la natura non come qualcosa da proteggere ma da conquistare. Si tratta di un approccio che affonda le sue radici nelle rivoluzioni industriali occidentali del XIX secolo o, ancora più indietro, nella teoria scientifica del cosiddetto Illuminismo occidentale. È importante sottolineare come quest’ottica abbia avuto origine in Occidente. Come mostra questo rapporto, quasi tutti i difensori dell’ambiente uccisi provengono dal Sud del mondo, eppure non è il Sud del mondo a raccogliere i presunti «frutti» della violenza di questo sistema.

La verità più triste è che questo modello di pensiero ci sta portando al collasso. Non ci troviamo solo in un’emergenza climatica. Ci troviamo alle porte della sesta estinzione di massa e questi difensori sono alcune delle poche persone ad ostacolarla.
È importate tutelarli non solo per ragioni morali. Ne va del futuro della nostra specie e del pianeta. Per questo è così importante sostenere l’appello lanciato da Global Witness, affinché vengano garantite tutele reali a coloro che sono in prima linea di fronte a questa catastrofe. Queste sono le persone che capiscono come il destino dell’umanità sia intrecciato a quello dei luoghi naturali. E sono disposti a rischiare tutto per proteggerli. Per questo meritano protezione. Ciò significa che i governi nazionali e sovranazionali devono impegnarsi a denunciare e indagare su questi omicidi e, infine, a perseguire i colpevoli. Significa che i governi devono garantire la protezione dei difensori e impegnarsi a rendere loro giustizia. Significa che le imprese devono garantire che le loro operazioni non causino danni. E significa che tutti noi dobbiamo continuare a far luce su queste storie, non solo per ricordare i caduti, ma anche per portare avanti il loro indispensabile lavoro, informando il mondo sui motivi di queste morti. Nel 2021, 200 persone sono state uccise mentre proteggevano le proprie case e i propri diritti. Vi invito a leggere i nomi. Ad indignarvi per loro e poi ad agire. (…). In base alle testimonianze riportate dai difensori in quattro diversi continenti, il rapporto evidenzia che:

Tra il 2012 e il 2021, 1.733 difensori sono stati uccisi nel tentativo di proteggere la loro terra: una media di un difensore ucciso ogni due giorni circa in dieci anni. Oltre la metà degli attacchi in un periodo di 10 anni ha avuto luogo in tre Paesi: Brasile, Colombia e Filippine. Nel 2021, 200 difensori della terra e dell’ambiente hanno perso la vita. Questi attacchi letali continuano a verificarsi nel contesto di una più ampia gamma di minacce contro i difensori che vengono presi di mira da governi, imprese e altri attori non statali con violenze e campagne diffamatorie. Questo accade in ogni regione del mondo e in quasi tutti i settori. Il Messico è stato il Paese con il maggior numero di uccisioni nel 2021 (54), seguito da Colombia (33) e Brasile (26). Oltre tre quarti degli attacchi nel 2021 sono avvenuti in America Latina. In Brasile, Perù e Venezuela, il 78% degli attacchi è avvenuto in Amazzonia. La ricerca ha anche evidenziato che le comunità indigene devono affrontare un livello sproporzionato di attacchi – quasi il 40% – anche se rappresentano solo il 5% della popolazione mondiale.

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