UCRAINA, JEFFREY SACHS: “LA PACE È NELLE MANI DI MACRON, MELONI E MERZ” da IL FATTO e DICIOTTOBRUMAIOBLOG
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UCRAINA, JEFFREY SACHS: “LA PACE È NELLE MANI DI MACRON, MELONI E MERZ” da IL FATTO e DICIOTTOBRUMAIOBLOG

Ucraina, Jeffrey Sachs: “La pace è nelle mani di Macron, Meloni e Merz”

Salvatore Cannavò  24 Febbraio 2026

“Il leader europei ammettano che Mosca non è una minaccia e tengano fede agli accordi”

Jeffrey Sachs, professore alla Columbia University, commentatore attento di quel che accade nell’Est Europa è convinto che le chiavi della pace risiedano in Europa. E a quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina offre un’analisi molto netta.

Qual è oggi la situazione reale in termini di posizioni geopolitiche tra Ucraina e Russia dopo quattro anni di guerra?

La situazione è tale che a mio giudizio la Russia vincerà la guerra, nel senso che raggiungerà i suoi tre obiettivi: il controllo del territorio, l’impegno dell’Ucraina alla neutralità permanente e alla non adesione alla Nato, e l’assenza di truppe Nato di stanza in Ucraina dopo la cessazione dei combattimenti. La Russia controlla circa il 78% di Donetsk, il 100% di Lugansk, il 73% di Kherson e il 76% di Zaporizhzhia. Probabilmente conquisterà il resto di questi oblast. E se non ci sarà un accordo di pace, probabilmente continuerà a conquistare anche Odessa e forse altre parti dell’Ucraina.

E qual è invece, in termini geopolitici, lo “stato del mondo”, visto anche il ruolo di Donald Trump?

Trump è un destabilizzatore e un politico fallito, che sta perdendo il sostegno interno, attualmente intorno al 37% e in calo. La recente decisione sui dazi è importante. È una dimostrazione significativa dei limiti del suo potere. Trump non dovrebbe essere visto al di fuori degli Usa come un tiranno imponente e popolare, ma come un leader imprevedibile, instabile, impopolare e incompetente, il cui sostegno molto probabilmente continuerà a diminuire.

Lei ha insistito più volte sull’importanza di comprendere le vere cause della guerra: il timore della Russia per l’allargamento della Nato. Ritiene che questa preoccupazione sia il fattore principale da eliminare per raggiungere una possibile pace?

Per raggiungere la pace, le decisioni chiave sono chiarire la neutralità dell’Ucraina, risolvere le questioni territoriali e accettare che le truppe britanniche, francesi, tedesche o di altri paesi non debbano e non saranno di stanza in Ucraina dopo la guerra.

Ma quale alternativa aveva Zelensky quando la Russia decise l’invasione? Non doveva ovviamente resistere e difendere il proprio paese?

Avrebbe potuto e dovuto firmare l’accordo di pace che stava per essere siglato il 15 aprile 2022, basato sulla neutralità e sostanzialmente sull’accordo di Minsk II – molto migliore dei termini odierni – e che avrebbe forse risparmiato la morte o gravi ferite a 1-2 milioni di ucraini da allora. Biden ha rifiutato quella pace. Una vergogna, e l’Europa ha seguito l’esempio.

Cosa pensa delle elezioni in Ucraina: potrebbero essere un fattore di cambiamento?

Il punto principale è la pace, con o senza elezioni. La chiave è affrontare la realtà. Questo avrebbe dovuto essere fatto nel 2022 e in qualsiasi momento da allora.

Chi ha, davvero, le chiavi della pace?

Meloni, Merz e Macron. Dovrebbero dire la verità al popolo europeo: la Russia non invaderà l’Europa. La pace con la Russia attraverso la diplomazia è possibile. La responsabilità della Germania è la più alta. La Germania promise a Gorbaciov ed Eltsin (nel febbraio 1990) che la Nato non si sarebbe spostata verso Est. Poi Germania e Stati Uniti hanno tradito la promessa. La Germania ha stretto un accordo con Yanukovich il 21 febbraio 2014 per impedire un colpo di Stato e poi ha tradito l’accordo il giorno dopo accettando il colpo di Stato. Nel 2015 la Germania ha promesso che avrebbe applicato l’accordo Minsk II. Poi ha tradito e non ha applicato l’accordo Minsk II. Quindi Merz dovrebbe assumersi la responsabilità di contribuire a portare la pace tra l’Europa e la Russia. Il primo ministro Meloni dovrebbe sostenerlo.

Cosa pensa del Board of Peace?

È solo un progetto vanitoso di Trump, che non può alimentare nient’altro che l’ego di Trump.

Alcune cose sul conflitto tra Russia e Stati Uniti

Olympe de Gouges  24/02/2026

 Scrive Sergio Fabbrini sul Sole 24 ore di ieri: «La guerra russa all’Ucraina è iniziata il 27 febbraio 2014, non già il 24 febbraio 2022. Nove anni fa, le truppe russe entrarono in Crimea e occuparono alcune aree delle regioni orientali del Paese, annettendole alla Federazione russa».

Già qui si rileva, ad essere benevoli, un’imprecisione: nel 2014 è avvenuta da parte russa la destabilizzazione del Donbass, ma non è avvenuta alcuna formale annessione delle regioni orientali del Donbass alla federazione russa.

Per quanto riguarda la Crimea, va ricordato, cosa che Fabbrini evita di fare, che secondo il trattato del 1997, la Russia aveva ottenuto dall’Ucraina di mantenere la base di Sebastopoli per un periodo di vent’anni, e, nel 2010, l’Ucraina aveva firmato un nuovo accordo che estendeva l’affitto fino al 2042.

A seguito dei fatti di Kiev del febbraio 2014, la situazione politica mutò radicalmente quando Washington scelse i membri del nuovo governo ucraino. L’11 marzo il nuovo governo filorusso della Crimea dichiarò la propria indipendenza dall’Ucraina. Il 16 marzo fu tenuto un referendum sull’autodeterminazione della penisola, popolata in grandissima parte da russi, segnando la vittoria del “Sì” con il 95,32% dei voti: le autorità della Crimea firmarono il 18 marzo l’adesione formale alla Russia.

Fabbrini omette anche il fatto che nel 2014 Kiev sottoscrisse il Protocollo di Minsk, e il successivo memorandum, sotto l’egida della Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE). L’accordo fu sistematicamente violato dalle milizie ucraine, così come il successivo Protocollo di Minsk II.

Continua Fabbrini: «Allora, la reazione Ucraina fu debole, quello occidentale ambigua. Un anno fa, invece, l’aggressione russa ha incontrato ben altra risposta, sia da parte degli aggrediti che dei loro alleati occidentali. […] La guerra russa ha creato uno Stato: l’Ucraina. Dopo il 2014, l’Ucraina ha avviato un processo di costruzione statale a cominciare dai suoi apparati militari non dissimile da quello esperito in Europa nel passato. […] L’Ucraina dopo il 2014 è uno Stato-nazione, mentre non lo era l’Ucraina precedente al 2014».

La reazione della Nato fu ambigua per il semplice fatto che serviva guadagnare tempo per armare e addestrare la NATO, come confermato dalla Merkel e da Hollande. Dunque, anche la firma dei trattati, sotto l’egida dell’OCSE e dei leader europei, era semplicemente un espediente.

Inoltre, Fabbrini dice chiaramente che l’Ucraina precedente al 2014 non era uno Stato-nazione perchè i suoi governi e segnatamente i suoi apparati militari erano dissimili da quelli europei, cioè non erano ancora disponibile alle strategie della Nato. Se non sei colonia dell’impero americano, non sei nulla, oppure sei uno Stato canaglia.

Fabbrini avrebbe invece potuto soffermarsi sul fatto che l’Ucraina ha ereditato un territorio post-sovietico che non era destinato a funzionare come stato indipendente, poiché l’ovest del paese è per lo più di lingua ucraina, mentre l’est e il sud sono per lo più di lingua russa. Dunque che ciò a cui punta Mosca è il recupero del Donbass, che è stato uno dei gioielli industriali dell’URSS. Insomma, un approccio un po’ meno manicheo e un po’ più onesto.

Da un punto di vista funzionale, l’Ucraina ha ereditato dall’URSS anche una funzione economica di transito degli idrocarburi russi verso ovest. Questo gli garantiva un approvvigionamento energetico ma anche un reddito, in virtù di un accordo con la Russia. I due Stati avevano firmato un accordo che riconosceva i reciproci confini e nel 1995 avevano risolto le questioni in sospeso (in particolare la denuclearizzazione dell’Ucraina e l’affitto della base di Sebastopoli alla Russia).

Dunque, che cosa è venuto a turbare questa situazione? Mosca non aveva interesse a guastare le relazioni con Kiev. L’Ucraina indipendente è diventata un attore a sé stante, fondamentale nella strategia accerchiante della NATO, una testa di ponte, un avamposto, una delle chiavi della contesa geopolitica per il controllo dell’Eurasia.

Questo modo falso e anodino di ricostruire la vicenda da parte di Fabbrini, serve a nascondere la triste verità della situazione, ossia che l’Ucraina non è un soggetto, ma un oggetto di politica internazionale. Ciò che è avvenuto negli ultimi nove anni in Ucraina è servito agli Stati Uniti e in subordine all’Europa per mascherare le loro reali intenzioni, ossia quelle di erigere una nuova cortina di ferro ai confini della Russia in attesa di sovvertirne la situazione interna.

La Russia ha delle buone ragioni da far valere a profitto delle sue tesi, anche se possiamo chiederci se la forma di ciò che è avvenuto risponde ai principi del diritto internazionale. Chiedersi parimenti sulla base di quali principi agiscono in ogni anglo del mondo gli Usa, che si valgono di una impunità in materia di diritto internazionale assicurata sia dalla potenza di fuoco, dal dominio sui mezzi di comunicazione di massa e sia dal ruolo nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Bisogna anche tener conto, nel caso dell’espansione della Nato ad est e nella vicenda dell’Ucraina, che Mosca ha provato in tutti i modi di dissuadere Washington e i suoi satelliti dal proseguire con la minaccia ai propri confini.

Verso la fine del secondo conflitto mondiale, la politica estera delle grandi potenze, Stati Uniti, Urss e GB, era guidata da un concetto fondamentale quale unica alternativa ad un nuovo conflitto, più disastroso di quello che stava per finire: il desiderio di andare d’accordo. Siccome non c’era un principio a cui realmente credevano tutti e tre e su cui essere d’accordo, l’intesa poteva incentrarsi solo sulla base di una serie di compromessi, naturalmente a spese di terzi. La conferenza di Yalta del febbraio 1945 produsse l’accordo di spartizione dell’Europa in sfere d’influenza, destinando a Mosca un vasto spalto difensivo di fronte a un’Europa da cui erano partiti gli ultimi due tentativi di invasione della Russia.

Questo compromesso, bene o male, si è mantenuto fino al 1989, o poco dopo. Venuto meno tale antico accordo, s’è aperta una nuova fase storica, laddove però gli Stati Uniti, data la debolezza di ciò che rimaneva della Russia dopo l’implosione dell’Urss, potevano giocare a fare l’asso pigliatutto. Ed è ciò che hanno effettivamente fatto, spingendo la propria ingerenza ed egemonia, anche militare, sempre più ad est.

Salvo che a un certo punto, dopo averne minacciato seriamente la sicurezza, hanno minacciato l’esistenza stessa della Russia, secondo un disegno strategico che ha di mira una serie di obiettivi: dividere economicamente l’Europa dalla Russia, rivalutare l’appartenenza degli europei alla NATO puntando al rialzo dei loro bilanci militari, mettere le mani sulle risorse russe e disarmarne il potenziale bellico, controllare la rotta artica, il Mar Nero e l’Asia centrale e, non ultimo, accerchiare la Cina (obiettivo strategico principale). Le sanzioni contro la Russia costringono l’UE ad accelerare la diversificazione e la transizione energetica, diventando fortemente dipendenti degli Stati Uniti e dei Paesi fornitori di idrocarburi suoi alleati.

Ne deriva di conseguenza che per le questioni territoriali in Ucraina si sono adoperati non i principi della sicurezza internazionale e dell’autodecisione dei popoli, ma dei principi geopolitici d’ordine egemonico.

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