UCRAINA: A VELE SPIEGATE CON IL VENTO ATLANTICO da IL FATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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UCRAINA: A VELE SPIEGATE CON IL VENTO ATLANTICO da IL FATTO e IL MANIFESTO

Ucraina, il tempo sta per scadere e il baratro è sempre più vicino

Fabio Marcelli  27/10/2022

Pare davvero paradossale che sia stato un bugiardo matricolato e seriale come Silvio Berlusconi l’unico esponente dell’establishment italiano a dire cose vere sul conflitto ucraino, a cominciare dalle sofferenze del popolo del Donbass che da oltre otto anni è assoggettato ad offensive militari e crimini che non sono meno colpevoli di quelli compiuti dai Russi, ma li hanno preceduti e si sono ripetuti nella completa indifferenza della comunità internazionale, preparando il terreno dell’offensiva di febbraio e dell’inizio della guerra.

Quest’ultima, com’è evidente perfino ai sassi, ma non agli esponenti della nostra classe politica, si è rivelata un’occasione d’oro per la classe dominante statunitense, che ha decuplicato i propri profitti sul piano delle vendite di armamenti e su quello del mercato energetico, imponendo i suoi prodotti molto più cari ed inquinanti, e, sul piano politico, pur nel crescente isolamento internazionale ha saputo piegare ogni velleità di autonomia dell’Europa che si trova ad affrontare, ed è solo l’inizio, una disastrosa crisi economica e sociale cui arriva peraltro in ordine sparso, come dimostrato dalle scelte della Germania di dar vita a un proprio scudo di difesa economica e sociale (Abwehrschirm) forte di oltre 200 miliardi di euro di spesa e dal naufragare di ogni tentativo velleitario di porre un tetto al prezzo del gas.Come dimostrano i sondaggi, il popolo italiano nella sua grande maggioranza è ben consapevole di questa situazione e chiede l‘interruzione del sostegno militare all’Ucraina e l’avvio di un vero negoziato, ma si scontra con la dabbenaggine e sordità della classe politica, pressoché unanime nel perseguire ciecamente l’autodistruzione del Paese conferendo il comando in capo al malfermo Joe Biden, all’invasato Jens Stoltenberg e all’avventuriera prussiana UrsulaVon der LeyenMario Draghi, dal canto suo, ha ribadito fino all’ultimo il proprio incondizionato appoggio alla politica della guerra, mediante la quale la Nato, vera parte in causa, si illude di poter piegare la Russia. Giorgia Meloni, continuatrice su questo come altri piani del governo dei Migliori, non è da meno ed ha fatto dell’atlantismo a prescindere la propria bandiera, alla faccia della sovranità nazionale, di cui il sovranismo sbandierato a sproposito dai fratelli italioti costituisce un’indegna e menzognera caricatura. La situazione sul campo è sempre più pericolosa. Volodymyr Zelensky ha chiarito apertis verbis come non intende negoziare con la Russia, evidentemente su precisa istigazione di una parte del governo statunitense, che appare spaccato e incerto sulla linea da portare avanti, ma non manca di ammassare in modo confuso e incoerente tasselli in direzione del conflitto globale e aperto, come dimostrato da ultimo dal dispiegamento di truppe scelte statunitensi ai confini stessi della Russia.

Si tratta della stessa fazione guerrafondaia, apparentemente egemone nel Partito democratico statunitense e su parte di quello repubblicano, che ha voluto pervicacemente lo scontro con la Russia per mezzo dell’Ucraina, come dimostrato dalle pressioni su Zelensky, dirette e per mezzo dei neonazisti ucraini, affinché, come rivelato dall’Economist, respingesse ogni proposta di neutralità che avrebbe fatto dell’Ucraina, nella salvaguardia della sua sovranità, un Paese prospero e pacifico in grado di svolgere un ruolo effettivo di ponte tra Est ed Ovest, con grande beneficio dei suoi sfortunati cittadini. E affinché venisse sabotato il progetto di autonomia delle regioni orientali, in particolare del Donbass, incarnato negli Accordi di Minsk I e II, cui da parte di Kiev, sempre istigata da Washington e dai propri settori neonazisti, coi bombardamenti indiscriminati e le violazioni massicce dei diritti umani che sono andate avanti, contro la parte russofona del Paese, dal 2014 fino al 2022, determinando la base dell’invasione russa del 24 febbraio.

Quest’ultima va certamente condannata, ma se vogliamo evitare la catastrofe e recuperare le ragioni della pace occorre fermare l’escalation e rilanciare un negoziato vero, i cui elementi centrali sono presenti in vari appelli formulati in questi giorni e ripresi dal Fatto Quotidiano, come quello degli ex diplomatici, quello degli intellettuali ed altri ancora, che vedono al loro centro due elementi che io stesso avevo nel mio piccolo proposto già da tempo, e cioè la neutralità dell’Ucraina, da un lato, e l’autodeterminazione dei popoli delle regioni contese (Crimea e Donbass) dall’altro.

Qualche segno di resipiscenza delle classi dominanti europee è dato oggi cogliere nelle più recenti dichiarazioni di Sergio Mattarella, di Emmanuel Macron e soprattutto nel voto del Bundestag tedesco che ha bloccato il trasferimento di armi pesanti all’Ucraina. Ma non basta. Occorre raddoppiare gli sforzi per far pesare sui governi europei il peso del movimento della pace, che in Italia dovrà esprimersi in modo molto chiaro nella manifestazione del 5 ottobre, evitando l’inquinamento da parte di posizioni ambigue come quelle del guerrafondaio Letta e simili.

Occorre che il Vaticano e la Cina, dove Xi Jin Ping esce indubbiamente rafforzato a livello interno ed internazionale dal recente congresso del Partito comunista, uniscano i propri sforzi a quelli della grande maggioranza dei governi di Asia, Africa, America Latina, e dei popoli dell’intero pianeta che vogliono la fine della guerra. Tempo non ce n’è molto e il baratro si avvicina purtroppo a velocità impressionante.

A vele spiegate con il vento atlantico

GUERRA E PACE. Le dichiarazioni programmatiche del presidente Meloni non danno adito a dubbi sulle scelte internazionali del governo. Niente di nuovo. Meloni potrebbe, al punto in cui governi di centro-destra e centro-centro […]

Tommaso Di Francesco  27/10/2022

Le dichiarazioni programmatiche del presidente Meloni non danno adito a dubbi sulle scelte internazionali del governo. Niente di nuovo. Meloni potrebbe, al punto in cui governi di centro-destra e centro-centro sinistra hanno portato la collocazione internazionale dell’Italia, non fare assolutamente nulla e gestire l’agenda esistente dalla nave nera che comanda.

Perché dalla crisi del mondo globalizzato, a quella climatica-ambientale, dal respingimento dei migranti nell’inferno libico, alla guerra senza mai citare, alla Camera, la parola pace, dal condizionamento dei mercati finanziari, alle rendite e ai processi neoliberisti che massacrano il cosiddetto «popolo» caro alla «patriota», tutto può procedere con i programmi dei governi precedenti, Draghi e non solo. Perché c’è un vento che, dispiegate le vele, muove la nave nera che comanda: è il vento atlantico.

Non sarà un caso che il primo suo atto internazionale sia stata la telefonata a Biden, dopo la scontata fiducia, per cercare – alla faccia della sovranità – la sua approvazione. Il discorso è stato chiaro: siamo fedeli alla Nato, ai valori atlantici e alla Ue. Una fede di lungo corso, che deriva dal Msi (poi An, ora Fd’I) per il quale l’atlantismo della guerra fredda essendo anticomunista e pure attivo e coperto nella strategia della tensione e nell’epoca dello stragismo nero – che Meloni dimentica -, era il posto al sole ideale.

NATO E UE, uno strabismo, come se fossero la stessa cosa e non il primo la contraddizione e la negazione dell’altro. E vorremmo davvero capire – con l’immagine davanti del factotum Crosetto in tuta mimetica a Kabul – quali siano davvero questi valori atlantici.

Quei «valori» altro non sono che le guerre: quella di «vendetta per l’11 settembre non per la democrazia afghana» – così l’ha definita lo stesso Biden nel disastroso ritiro – durata venti anni in Afghanistan con dispendio di costi spaventosi e di vite umane; la guerra in Libia, con la devastazione di un paese ora alla mercé di bande armate e in guerra civile; con i «bombardamenti umanitari» sulla ex Jugoslavia nell’Europa del sudest, con i Balcani rimasti ingovernabili; e in Siria e in Iraq…Chi parla di valori atlantici deve dire se rivendica questi conflitti e se ricorda che per ognuno sul campo sono rimaste centinaia di migliaia di vittime civili e crimini contro l’umanità che nessuna Corte internazionale perseguirà mai.

Poi, naturalmente c’è la meloniana fedeltà all’Ue. Ma a quale Europa? Quella delle nazioni, dove andremo «a testa alta» sempre come nazione. Quando, rispetto alla crisi profonda derivata proprio dalla preponderanza di due nazioni come Germania e Francia, e ora dalla scesa in campo di un nazionalismo, anche quello atlantista, di estrema destra a Est che insidia i patti europei, bisognerebbe alzare la testa sì, ma come rappresentanza degli interessi sociali sovranazionali, non per chiedere dividendi da nazione.

Un altro nazionalismo sarebbe la goccia divisiva che fa traboccare il vaso, sull’energia come sul riarmo e sulla stessa costituzione europea. Serve invece una convinta integrazione sovra-nazionale per dare vigore a quel che resta di un’Europa divisa che ormai contrappone la Francia a una Germania tornata a una pericolosa supremazia, con il suo massiccio riarmo e il suo investimento autonomo sull’energia.

«NON ABBIAMO bisogno di vigilanza», ribadisce piccata Meloni. Con chi ce l’ha? Con i modesti avvisi francesi, o con lo sgomento provato negli Usa per la sua elezione – Biden ha ripetuto: «Visto quello che è successo in Italia », preoccupato per le elezioni di midterm? Oppure parla a difesa dei sovranismi dell’Est, come per la sodale Polonia, che sullo stato di diritto rifiutano la giusta vigilanza di Bruxelles.

E c’è la guerra in Ucraina che aiuta. Vento in poppa anche qui. Grazie all’aggressione criminale di Putin – le leadership occidentali e l’improbabile Stoltenberg dovrebbero davvero ringraziarlo pubblicamente – lo spettro della Nato allargata è stato rievocato e agisce ormai direttamente sul campo di battaglia in un conflitto per procura che vede su terra ucraìna ed europea il confronto armato tra Russia e Nato-Usa, dopo la dissipazione di una stagione diplomatica che provava a fermare un conflitto nato nel 2014.

Finché c’è guerra per questo governo di estrema destra c’è speranza. Su questo si misura una opposizione di sinistra. Certo la commistione nel governo tra putiniani e atlantisti non promette niente di buono.

Ma a governare sarà un equilibrio che trova comunque nella continuazione della guerra il suo alimento. Ieri al Senato Meloni ha recuperato a parole la pace «scordata» – che volete che sia? – per ribadire che solo l’aiuto militare all’aggredito la avvicinerebbe perché ferma l’aggressore.

MA VALE per tutte le aggressioni e le occupazioni militari o il resto del mondo in guerra non conta per Meloni? Allora, se quello è il «solo modo», perché non inviare armi alla resistenza curda, i cui leader invece vengono consegnati a Erdogan nello scambio per l’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato?

Oppure alla resistenza palestinese, o dobbiamo sempre vedere minorenni con le pietre e le fionde uccisi a decine mentre ogni giorno si battono contro l’esercito occupante israeliano, tra i più armati della terra? E sì che anche lì è ben evidente chi è l’aggredito e l’aggressore.

Tranquilli. Meloni naviga a gonfie vele. Proprio ora che sull’Ucraina, tra finte tregue militari, escalation, minacce atomiche e sporche, raid russi terroristici, stragi di civili e uso ucraino di armi di difesa sempre più usate come offesa in terra russa, si torna a parlare di dialogo possibile, di cessare il fuoco, non di alimentarlo.

Ne parlano alcuni governi europei e i democratici Usa, si interrogano insospettabili grandi giornali italiani, e da tempo il comitato editoriale del New York Times che chiede a Biden: «Dove va a finire questa guerra se non nella distruzione dell’Europa?»; soprattutto lo chiedono i pacifisti che riprendono le piazze con le bandiere arcobaleno «inutili» per la «patriota», che se diventano milioni, stia sicura che peseranno anche sulle sue scelte; e lo chiede papa Bergoglio, che grida contro i produttori e mercanti di armi e per il disarmo. Entrambi, a quanto pare, inascoltati.

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