SI VIS PACEM PARA PACEM da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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SI VIS PACEM PARA PACEM da IL MANIFESTO e IL FATTO

Si vis pacem para pacem

IN PIAZZA IL 5. Verso la manifestazione del 5 novembre. Il famoso motto «Si vis pacem para bellum» ha almeno due interpretazioni. La prima, più immediata, è quella che ti comunica che se vuoi […]

Tonino Perna  04/11/2022

Verso la manifestazione del 5 novembre. Il famoso motto «Si vis pacem para bellum» ha almeno due interpretazioni. La prima, più immediata, è quella che ti comunica che se vuoi la pace devi armarti per dissuadere i tuoi potenziali nemici. La seconda, meno intuitiva, è quella che si traduce in un invito a prepararsi a combattere perché solo attraverso la guerra si può ottenere la pace quando c’è un conflitto non risolvibile diversamente.
Il dibattito sul nostro coinvolgimento nella guerra in Ucraina potrebbe portarci a modificare questo famoso detto in «Si vis pacem perpetua bellum» (se vuoi la pace prosegui la guerra). È la tesi di chi sostiene che bisogna continuare a sostenere militarmente il governo dell’Ucraina fino al raggiungimento della pace. Tutti costoro sono per la pace, ci mancherebbe altro! Sono tutti pacifisti, anzi sono per una pace «giusta», solo che per questa strada la pace potrà arrivare, come sostiene Zelensky, dopo che l’armata russa si sarà ritirata dai territori occupati. Il che significa che la Russia di Putin viene sconfitta dalla Nato e che Putin accetti di perdere non tanto la faccia quanto la vita, perché sa bene che dopo aver mandato al macello centinaia di migliaia di giovani non ha giustificazioni che lo salvino.

E’ questa la tesi a cui aderisce anche un’area significativa della sinistra storica, perché ritiene che se non avessimo inviato le armi all’Ucraina lo zar Putin si sarebbe impadronito di tutto il paese e avrebbe messo a Kiev un governo fantoccio. Il che è probabile. Ma, adesso che c’è stata la ritirata russa da una gran parte dell’Ucraina e le forze militari si sono concentrate nella Crimea e nel Donbass continuare a inviare armi sempre più sofisticate e micidiali – ormai diventate «d’offesa», come dimostrano troppi episodi bellici recenti, e non più solo di «difesa» come era pure la condizione che veniva richiesta da chi era favorevole, in chiave morale e da sinistra, alla centralità degli aiuti militari – che cosa ci aspettiamo che producano se non una risposta sempre più velenosa e distruttiva da parte di Putin. Dove vogliono arrivare coloro che insistono in nome della pace «giusta» ad inviare altre armi all’Ucraina? Sostenere di volere una pace «giusta» assomiglia tanto allo slogan berlusconiano di una giustizia «giusta», (cioè quella che sta dalla sua parte). L’alternativa è tra continuare questa guerra alzando sempre più il tiro, colpendo sempre più i civili e le condizioni di sopravvivenza del popolo ucraino, fino al rischio nucleare, o iniziare i negoziati a partire da un immediato «cessate il fuoco». Tertium non datur.

Immaginare che la Russia possa essere sconfitta sul piano militare è mera illusione. Non c’è riuscito Napoleone, che aveva conquistato la gran parte dell’Europa, e nemmeno Hitler che disponeva del più potente esercito degli anni ’40 del secolo scorso. Il rischio concreto, che è sotto gli occhi di chi vuole vedere, è che lo zar ferito diventi sempre più feroce, e pur di non perdere Crimea e Donbass è capace di distruggere un intero paese.
Immaginare che Putin possa essere fatto fuori dai suoi nemici interni – guerrafondai come se non peggio di lui – è abbastanza improbabile. Ogni dittatore è stato eliminato quando ha perso la guerra e non durante una guerra che, in generale, lo rafforza giocando sui miti patriottici.
La richiesta di apertura immediata di negoziati, come è stato fatto per il grano e mais, è la scelta più realistica, sensata e logica che si possa fare.
Il pacifismo oggi non ha niente di utopistico. Continuare questa guerra è follia pura, che fa gli interessi dell’apparato militare-industriale ma rischia di portare nel baratro l’umanità.

Ucraina, attenzione a parlare di pace giusta: si cerchi semmai una pace possibile

La guerra è fatta di cadaveri e di ferite, di indicibile dolore e sofferenza, e di malattie fisiche e mentali. Di fronte all’aggressione all’Ucraina da parte della Russia di Vladimir Putin l’opinione pubblica europea e mondiale vuole la Pace. E tutti vorremmo ovviamente anche una pace giusta. Per me, la pace giusta è quella realisticamente possibile ed è quella che risparmia vite umane e sofferenze al popolo ucraino.

Un gruppo di intellettuali – come Erri De Luca, Paolo Flores d’Arcais, Gad Lerner, Dacia Maraini, Pancho Pardi, Corrado Stajano e altri – ha promosso sulla rivista Micromega un appello che afferma che “tutti parlano e straparlano (sic) di Pace, tutti vogliono la Pace. La questione cruciale è in cosa consista la pace. Pace vuol dire il ritiro dell’aggressore entro i suoi confini, ogni altra soluzione sarebbe un premio a chi la pace l’ha violata, sterminando civili, violentando donne, massacrando e torturando”.La sola “pace” invocata in questo appello prevede quindi il ritiro della Russia dall’Ucraina in ogni parte del suo territorio. Se questo fosse solamente un auspicio sarei assolutamente d’accordo e credo che tutti sarebbero d’accordo. Purtroppo però il manifesto degli intellettuali dà indicazioni gravemente erronee: quelle che per ottenere la “pace giusta” la guerra debba continuare fino alla sconfitta definitiva di Putin.

La “pace giusta” basata sulla completa sconfitta di Putin invocata dagli intellettuali e dai filosofi, a mio parere, è nel medio periodo talmente improbabile da essere praticamente impossibile e quindi non da mettere in conto come traguardo raggiungibile. La “pace giusta” invocata nell’appello, almeno nella fase attuale, non è plausibile. Io – e non solo io naturalmente – farei invece salti di gioia per una pace magari “zoppa” fondata su un compromesso accettabile dalle parti in causa, aggressore e aggredito (e possibilmente a favore più dell’Ucraina che di Putin).Tutti dovremmo lavorare perché si raggiunga un compromesso che possa cessare il macello della guerra, che possa fermare l’escalation e che non comprometta poi la possibilità di avere una “pace più giusta”. L’appello promosso da Micromega per una “pace giusta” è talmente ingenuo da essere fuorviante e da compromettere ogni prospettiva di pace. Per tanti motivi.

L’appello in questione non menziona neppure l’America e questo è politicamente imperdonabile. Solo un cieco non vede che un accordo tra Russia e Usa è la sola premessa per la “pace giusta” in Ucraina. Basti dire che prima dell‘invasione dell’Ucraina, l’amministrazione americana ha disdetto unilateralmente gli accordi nucleari con la Russia per comprendere come la pace giusta sia impossibile senza il contributo assolutamente decisivo degli Usa.

Inoltre non si può dimenticare che i rappresentanti europei (e anche quelli ucraini) non sono stati ammessi (nonostante le proteste) alle negoziazioni tra Russia e Usa sull’Ucraina, prima che l’invasione scoppiasse. Quindi un appello per una “pace giusta” dovrebbe, a mio parere, prevedere innanzitutto un ruolo dell’Europa in questo conflitto, altrimenti è del tutto inefficace.

C’è un altro motivo per cui una pace giusta con la vittoria completa dell’Ucraina appare impossibile: i politici e gli intellettuali che pretendono una pace giusta non considerano un fatto che non è di poco conto e che è francamente imperdonabile ignorare. La Russia è una potenza atomica e la guerra in Ucraina, per Putin e per molti russi, sciovinisti e anche non sciovinisti, è una terra “quasi-russa”, dove vivono molti russi e dove anche sono stati oppressi molti russofoni e russofili.Questo ovviamente non giustifica per nulla l’aggressione di Putin – così come l’ingiusto trattato di Versailles non giustifica per nulla le guerre e gli stermini di Hitler – ma deve farci riflettere. Sul piano concreto Putin non si ritirerà mai dalla Ucraina così facilmente come fu per Michail Gorbačëv ritirarsi dall’Afghanistan. Il dittatore Putin non mollerà facilmente la Crimea, il Donbass e le terre che considera russe.

In questo senso, la minaccia di un conflitto atomico non è solo un bluff di Putin, ma è una possibilità reale, perfino probabile: ignorarla è da irresponsabili. Putin, a meno che non venga rovesciato dal suo popolo o dai suoi colleghi di governo (poco probabile) non rinuncerà mai a ottenere dei risultati in Ucraina e con gli Usa, anche a costo di usare l’atomica. E realisticamente, al di là dei nobili propositi degli intellettuali, se Putin scatenasse la forza atomica tattica, difficilmente l’Occidente potrebbe reagire con pari forza perché nessuno, né gli americani, né tantomeno gli europei, rischierebbe la vita dei suoi cittadini e l’Armageddon per le terre ucraine. Se l’Occidente e la Nato avessero voluto difendere effettivamente e con il necessario sacrificio l’Ucraina, l’avrebbero già fatto.

Questo significa allora che dobbiamo arrenderci all’invasore? No, assolutamente, non è questo il punto. L’Occidente deve far pagare un prezzo altissimo a Putin per la sua aggressione, ma nello stesso tempo non dovrebbe farsi illusioni su una vittoria completa contro l’invasore in tempi brevi. E non alimentare illusioni sbagliate alla dirigenza dell’Ucraina. L’appello degli intellettuali corre il rischio di dividere, in maniera settaria, tutti quelli che vogliono la Pace. Queste divisioni inutili hanno rovinato la sinistra in tutti questi anni.

Il conflitto deve cessare al più presto semplicemente perché altrimenti la guerra proseguirebbe con altre decine e centinaia di migliaia di morti e la distruzione di un intero paese. L’unica pace giusta, almeno per ora, è la pace possibile. Quella che Putin non vuole.

L’intellettuale più fine anche in questa occasione è Papa Francesco: il suo grido è per la pace ora! Occorre prima di tutto fare cessare le armi. Purtroppo questa pace la Russia di Putin oggi non la vuole e bisognerebbe che l’Occidente gliela imponesse certamente con la forza delle armi – come ha fatto finora e come dovrebbe continuare a fare – ma anche grazie alla diplomazia e all’arte della mediazione e del compromesso. Per tutte le paci possibili bisogna scendere in piazza il 5 novembre. Anche senza illudersi sulla piena vittoria finale.

Guerra nucleare, in ballo c’è la vita di ciascuno di noi

Fabio Marcelli   03/11/2022

Ogni strategia o tattica militare costituisce la traduzione sul piano bellico di una scelta politica di fondo. Chiara è la scelta politica di fondo compiuta in questi giorni dai decisori reali, che sono il governo statunitense e la Nato. Costoro hanno deciso che vale la pena rischiare la guerra nucleare pur di ottenere la sconfitta della Russia e possibilmente la destituzione di Vladimir Putin, senza peraltro rendersi conto del fatto che chi gli seguirà sarà probabilmente peggiore di lui.

E deve essere chiaro che la guerra nucleare significherà la morte immediata per decine di milioni di persone, compresi probabilmente io e voi che mi leggete, e un’esistenza indegna di essere vissuta per coloro che sopravvivranno.

A questo punto salterà fuori qualche imbecille che mi accuserà di essere amico di Putin o addirittura pagato da Putin. Si sa del resto che il tasso di imbecillità sale a livelli altissimi subito prima delle guerre e gran parte dei media si affanna a ottenere questo risultato facendo intanto breccia nelle deboli menti dei politici, più intenti a salvaguardare le fortune dell’industria bellica che la vita dei cittadini.Non chiedetemi del resto di seguire l’esempio di chi si dichiara pronto ad immolare se stesso insieme a tutte le generazioni presenti e future pur di “garantire la libertà degli ucraini”, che sono le principali vittime della guerra in corso e più di ogni altro hanno interesse alla sua rapida e definitiva conclusione.

Le accuse di filoputinismo non mi tangono perché ho sempre criticato Putin come esponente della nuova borghesia imperiale russa. Ciò tuttavia non esime dal non capire che il gioco in corso è molto delicato e complesso ed esige una prospettiva che, se non può essere quella di Putin, tantomeno può essere quella della Nato e degli Stati Uniti che hanno deciso di aprire questo fronte per restaurare il loro controllo sul pianeta, che è irrimediabilmente e inevitabilmente compromesso per effetto dell’evoluzione storica.

Solo assumendo tale necessaria più ampia prospettiva è possibile pervenire al necessario negoziato e all’indispensabile soluzione diplomatica del conflitto, che deve essere basata sui due pilastri della neutralità permanente dell’Ucraina e dell’autodeterminazione e tutela dei diritti della popolazione di tutte le zone contese, elaborando soluzioni adeguate in questo senso. Anche sulla base degli Accordi di Minsk che non è stato possibile attuare per l’opposizione della Nato e di coloro che seguivano e continuano a seguire le sue direttive in seno al governo ucraino.

Questa scelta è la sola in grado di soddisfare gli interessi del popolo ucraino nel suo complesso, quale che sia l’orientamento dei vari frammenti che ne fanno parte, mettendo la sordina ai velenosi nazionalismi di ogni genere che alimentano la guerra col suo consueto corredo di atrocità di ogni genere. Ma soprattutto è l’unica in grado di tutelare la pace mondiale, oggi a fortissimo rischio.

Ogni altra conclusione di questa triste e tragica vicenda risulta del tutto illusoria e non produrrebbe altro risultato che quello di farci slittare irrimediabilmente verso il baratro della totale autodistruzione.Joe Biden e i suoi accoliti probabilmente non vogliono questo finale tragico, ma lo mettono in conto. I loro adepti nostrani guardano con compatimento coloro che osano svolgere questo ragionamento elementare, tacciandoli di putinismo o, se va bene, guardandoli con un sorrisetto di sufficienza da grandi strateghi che fanno i conti colla dura realtà della vita e affrontano virilmente le sfide che essa ci pone.

Indubbiamente sono individui patetici che hanno messo le chiavi del loro destino in mano a un vegliardo malfermo e barcollante come Biden e un insulso burocrate invasato come Jens Stoltenberg.

Il guaio dell’era nucleare, però, è che tale delega in bianco a questi signori preoccupati esclusivamente della continuità del loro potere implica la possibilità di una guerra devastante e senza ritorno. Se ne resero conto Albert Einstein e Bertrand Russell e Lidia Menapace e non possiamo certo pretendere che lo capiscano Giorgia Meloni, Enrico Letta o Carlo Calenda. O il buon Guido Crosetto, che ha candidamente confessato di aver preso, beato lui, milioni di euro dal complesso militare-industriale italiano.

Tuttavia non basta invocare genericamente la pace, ma bisogna chiedere ai governanti italiani ed europei scelte precise in termine di fine dell’escalation, blocco del riarmo e negoziato. È con questa consapevolezza che scenderemo in piazza a Roma sabato 5 novembre. Ne va dell’avvenire dell’umanità, la quale è ricca di criminali e infarcita di cretini, ma ciò nonostante non è probabilmente il caso di rottamare definitivamente.

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