SFASCIO CONTINUO DELLA SANITÀ E DEI BENI COMUNI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SFASCIO CONTINUO DELLA SANITÀ E DEI BENI COMUNI da IL MANIFESTO

Ultimo atto del governo contro i non autosufficienti

SANITÀ. Il sistema pubblico, sotto la dittatura dei vincoli finanziari, mira a liberarsi il prima possibile di coloro che risultano affetti da patologie croniche, specie tramite l’adozione di regolamenti regionali.

Francesco Pallante  20/10/2022

Con l’approvazione, il 10 ottobre scorso, del disegno di legge delega sulla non autosufficienza, il governo Draghi ha compiuto il suo ultimo intervento di carattere normativo.

Una scelta discutibile, sul piano della correttezza costituzionale, essendo il governo dimissionario da mesi, e tuttavia potenzialmente giustificabile alla luce della vera e propria emergenza rappresentata dalle centinaia di migliaia di malati abbandonati ai loro familiari dal Servizio sanitario nazionale: al prezzo di sacrifici finanziari, sociali e umani (specie per la componente femminile delle famiglie) nella gran parte dei casi insostenibili. Un’emergenza, oltretutto, destinata ad aggravarsi nel tempo, a causa del progressivo invecchiamento della popolazione; e dunque da affrontare non con misure-tampone, ma tramite una riforma strutturale del sistema, idonea a rivitalizzare le chiarissime parole della legge n. 833/1978 per cui spetta al Servizio sanitario nazionale farsi carico, tra l’altro, della «diagnosi e cura degli eventi morbosi quali che ne siano le cause, la fenomenologia e la durata» (art. 2, co. 1, n. 3).

Il punto è che difficilmente la condizione di non autosufficienza è destinata a rientrare: la gran parte dei malati ascrivibili alla categoria rimangono tali. Sono inguaribili, ma non per questo incurabili. Anzi: proprio per questo, maggiormente bisognosi di cure. Esattamente ciò che rifiuta di accettare il sistema pubblico che, sotto la dittatura dei vincoli finanziari, mira invece a liberarsi il prima possibile di coloro che risultano affetti da patologie croniche, specie tramite l’adozione di regolamenti regionali (atti subordinati alla legge) che prevedono misure quali: (a) il differimento temporale della presa in carico delle persone malate, (b) la subordinazione della presa in carico all’esistenza di ulteriori requisiti privi di rilevanza sanitaria (tra cui: il disagio economico, la mancanza di familiari, l’isolamento sociale), (c) l’ascrizione di prestazioni aventi natura sanitaria all’ambito, legislativamente meno tutelato e soggetto alla compartecipazione alla spesa, delle prestazioni assistenziali o sociali, (d) la predeterminazione della durata temporale dell’erogazione delle prestazioni sanitarie.

Erano queste le misure che andavano eliminate. E che, invece, proprio all’ultimo miglio del suo cammino, il governo Draghi, con Roberto Speranza alla Sanità e Andrea Orlando alle Politiche sociali, cristallizza in un disegno di legge delega «in materia di assistenza agli anziani non autosufficienti» (ministro proponente Orlando).

Due sono gli assi portanti della nuova normativa. Il primo – ripetuto come un mantra – è che tutte le misure previste nel Ddl sono disposte «nell’ambito delle risorse disponibili a legislazione vigente». Il che, considerata la pletora dei malati già oggi scaricati dal Ssn sulle famiglie vale, di per sé, a palesare l’inadeguatezza dell’intervento normativo.
Inadeguatezza destinata, per di più, a sfociare in incostituzionalità, se è vero che la sentenza n. 275/2016 della Corte costituzionale sancisce che «è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione». O il governo intende sostenere che la legge ordinaria prevale sulla Costituzione?

Il secondo è la sottrazione dei malati non autosufficienti dal Servizio sanitario nazionale (Ssn) e la loro assegnazione all’istituendo Sistema nazionale per la popolazione anziana non autosufficiente (Snaa). Una misura volta a complicare la tutela in giudizio dei diritti dei malati, dal momento che l’esigibilità di tutto quel che è ascrivibile al diritto alla salute è, all’atto pratico, incomparabilmente più solida di qualunque altra prestazione assistenziale.

Ecco, allora, il vero obiettivo del ddl: superare la giurisprudenza che oggi regolarmente condanna le Asl a fornire cure sanitarie e socio-sanitarie illimitate nel tempo ai malati non autosufficienti, costringendoli a procurarsi privatamente le prestazioni indifferibili di cui necessitano una volta superata la fase acuta della malattia.

Una privatizzazione di fatto della fase post-acuzie (su cui, non a caso, già volteggiano gli interessi delle assicurazioni) da cui potrà salvarsi, compatibilmente con le risorse disponibili, solo quel 4% di malati che, secondo i calcoli della Fondazione Promozione Sociale, rientra nei parametri dell’indigenza Isee.

Toscana, i servizi pubblici in borsa. Compresa l’acqua

REFERENDUM TRADITO. L’accoppiata Pd-Iv dà il via libera alla fusione delle società che gestiscono il servizio idrico, i rifiuti e la vendita e distribuzione di gas e luce, per costituire in 66 Comuni una multiutility da quotare per giunta in borsa. Critiche la Cgil, i movimenti, le forze politiche di sinistra e il M5s.

Riccardo Chiari, FIRENZE  20/10/2022

Tetragona a ogni motivata critica arrivata di volta in volta dalla Cgil, dalle associazioni dei consumatori, dai movimenti per l’acqua pubblica che vedono una volta di più tradito il referendum del 2011, dalle forze politiche di sinistra e “progressiste” (vedi M5s), e anche da alcune piccole amministrazioni comunali, l’accoppiata Pd-Iv dà il via libera alla fusione delle società che gestiscono il servizio idrico, i rifiuti e la vendita e distribuzione di gas e luce, per costituire una multiutility da quotare per giunta in borsa.
L’operazione di concentrazione e quotazione delle azioni delle società partecipate da 66 comuni della Toscana centrale, benedetta dal presidente regionale Giani e portata avanti dai sindaci dem Nardella (Firenze), Biffoni (Prato) e Barnini (Empoli), con l’ok anche del sindaco pistoiese Tomasi di Fdi, è stata salutata in ogni consiglio comunale interessato dalle proteste di piazza dei movimenti per l’acqua, e dall’opposizione delle forze di sinistra e pentastellate.
“Non ci potrà essere alcun tentativo di creare aggregazioni private per prendere il controllo – ha detto un soddisfatto Nardella dopo il voto fiorentino di ieri – inoltre il ricorso alla borsa non intaccherà il principio di fondo che il 51% della società rimarrà in mano ai Comuni soci e quindi alle nostre comunità”. Neppure l’esito della spa mista pubblico (51%) privata (49%) del gas Toscana Energia, finita nelle mani dei privati di Italgas dopo che alcuni comuni destroleghisti hanno fatto cassa vendendo le loro quote, ha intaccato la fascinazione del Pd per la privatizzazione e finanziarizzazione dei servizi pubblici.
I piccoli comuni di Vaglia e di Calenzano si sono opposti. In quest’ultimo caso il consiglio comunale ha fatto appello ai sindaci degli altri territori di interrompere l’iter procedurale, e avviare “un confronto reale che parta da un bilancio serio sugli effetti del modello misto pubblico-privato sperimentato in questi anni, ripensando il progetto di aggregazione dei servizi e dei soggetti gestori pubblici, per dare vita ad un nuovo modello di impresa pubblica”. Ma le percentuali diverse di partecipazione alla multiutility, sulla base della dimensione dei singoli municipi, rendono la Firenze di Nardella (e Renzi) inattacabile nella sua posizione di capofila.
“Nelle regioni dove trent’anni fa sono nate le multiutility – rileva Si Toscana – il potere dei Comuni è sparito, e il gigantismo non ha prodotto efficienza, vicinanza ai territori e ai bisogni dei cittadini, economicità e qualità dei servizi”. “Mentre non si capisce come liquidare i privati che ancora ci sono in alcune delle controllate, e certo non lo si farà con la quotazione in borsa – osserva a sua volta Rifondazione – le valutazioni di redistribuzione delle azioni fra nuova società e vecchie sono fatte con un metodo, il cosiddetto concambio di cassa, che esalta solo la ricerca del profitto”.
Saranno le regole del codice civile per le società quotate a determinare la gestione, e gli amministratori saranno nominati dal cda della multiutility, senza l’obbligo di consultare i soci pubblici. Mentre i sindaci, che devono tutelare e rappresentare le esigenze dei propri cittadini, saranno azionisti di una società che dovrà fare utili per rispondere alle regole della borsa. “Eppure esistono altri strumenti per trovare risorse, fare investimenti e liquidare gli attuali soci privati delle società – chiude il segretario Cgil Maurizio Brotini – come hanno fatto in Veneto si possono emettere obbligazioni, green bond, coinvolgendo i piccoli risparmiatori”.

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