SCAPICOLLE. IL PIANO B con DE MAGISTRIS da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
8948
post-template-default,single,single-post,postid-8948,single-format-standard,stockholm-core-2.3.2,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.7.0,vc_responsive

SCAPICOLLE. IL PIANO B con DE MAGISTRIS da IL MANIFESTO

Conte al Pd: «Basta insulti». Il Piano B con De Magistris

SCAPICOLLE. La rottura del campo largo

Giuliano Santoro  23/07/2022

Giuseppe Conte usa toni quasi da ultimatum: «Ormai la macchina delle primarie siciliane è partita e domani il Movimento 5 Stelle vi prenderà parte. In queste ore però leggo diverse dichiarazioni arroganti da parte del Pd. Non accettiamo la politica dei due forni. Quel che vale a Roma vale a Palermo». È la reazione a 48 ore di condanne e prese di distanza dagli ex alleati dem. Non ultima quella del ministro della difesa Lorenzo Guerini. «Bisogna essere molto chiari – avverte Guerini – Chi è stato protagonista della caduta del governo Draghi non può essere interlocutore del Pd. Punto. Non c’è molto da aggiungere».

PRIMA CHE CONTE si esprimesse dal M5S dicevano di credere all’alleanza col Partito democratico. Confidano nel fatto che prima o poi Enrico Letta si sarebbe scontrato con la durezza dei numeri e con la necessità di avere una coalizione la più larga possibile: 147 dei 400 seggi della Camera e 74 sui 200 di Palazzo Madama si decisono nelle contese uninominali, nelle quali la larghezza delle alleanze ha un peso determinante. Conte considerava che il suo M5S si era ormai guadagnato una legittimità nei fatti sul campo progressista, il che avrebbe reso ineludibile un contatto con il centrosinistra. «Penso vada definito un programma alternativo alla destra basato su pochi punti principali – dice il sottosegretario all’interno Carlo Sibilia – Salario minimo, transizione ecologica e diritti civili. Chi vuole lavorare su queste misure non può che ritrovarsi a confrontarsi con noi su queste scelte». Aggiunge il vicepresidente Riccardo Ricciardi, uno di quelli che si è speso per l’uscita dalla maggioranza Draghi: «Non ci interessano tattiche o giochini di Palazzo. Questi saranno i nostri temi. Chi vorrà aiutarci, arricchendoli e dando un contributo che abbia la prospettiva di un paese veramente progressista, è il benvenuto».

I TEMPI SONO stretti. Da Articolo 1 provano a metterci una pezza. Da parte loro, Sinistra Italiana e Verdi ribadiscono la necessità di ripartire dai temi. Il rischio è che la coalizione che va componendosi attorno al Pd abbia un baricentro centrista, impermeabile al programma della bicicletta rossoverde. A via Campo Marzio hanno capito che bisogna cominciare a pensare a un Piano B. Ormai da qualche settimana, prima della rapida crisi che ha condotto allo scioglimento delle camere, il giornalista Michele Santoro ha proposto a Conte di mollare Draghi e di sottrarsi alle direttive umorali e ondivaghe di Grillo per schierarsi nettamente alla sinistra del Pd. La rottura con il governo c’è stata, quella con il fondatore no ma ci troviamo probabilmente nel momento di massimo disimpegno verso la sua creatura da parte di Grillo. In qualche modo, questa era l’idea anche del professore Domenico De Masi, che ha avuto un ruolo in questa crisi e che spesso ha cercato di convincere l’avvocato che finiti i tempi dell’anti-casta il M5S avrebbe dovuto dotarsi una struttura organizzativa solida e diventare il partito della lotta alle disuguaglianze. Quanto alla struttura, c’è ancora da risolvere la questione del tetto dei due mandati, fondamentale prima di concepire la composizione delle liste.

IERI È STATA la volta di Luigi De Magistris, che con Rifondazione comunista, Potere al popolo e le parlamentari (di provenienza grillina) di ManifestA sta costruendo il cartello Unione popolare e manda segnali ai 5 Stelle. «Il Movimento 5 Stelle si trova a un bivio dopo una legislatura che ha deluso le speranze di cambiamento e rottura che aveva rappresentato per milioni di persone» recita il documento che apre la campagna elettorale della direzione nazionale di Rifondazione. L’ex sindaco di Napoli non è del tutto alieno al grillismo. La sua elezione al parlamento europeo nelle liste dell’Italia dei valori, era il 2009, godette anche dell’endorsement di Beppe Grillo, che in quell’occasione fece con Gianroberto Casaleggio una specie di test della potenza di fuoco elettorale del blog. Negli anni successivi, quando si è candidato a Napoli, su una parte del M5S è caduto il sospetto di aver messo in piedi una specie di patto di desistenza con De Magistris. Il quale due anni fa ha proposto Roberto Fico come suo successore a Palazzo San Giacomo. Non se ne fece nulla, ma restò la suggestione di Napoli come laboratorio di un M5S spostato a sinistra in alleanza con l’ex magistrato.

Coalizioni in pole position. Incubo Rosatellum per il centrosinistra diviso

LA LEGGE ELETTORALE. Fdi, Lega e Forza Italia compatti puntano a fare il pieno nei collegi uninominali

Mario Di Vito  23/07/2022

Per capire perché la destra guarda alle elezioni con tanto ottimismo non serve prendere i sondaggi, quanto dare un’occhiata a come funziona la legge elettorale, il famigerato Rosatellum approvato in coda alla scorsa legislatura e che, dopo la tornata del 2018, si ripropone aggravato dal taglio dei parlamentari. Due terzi dei seggi (244 alla Camera e 122 al Senato) vengono assegnati in maniera proporzionale, con soglia di sbarramento al 3% per le liste e al 10% per le coalizioni. Il resto (148 alla Camera e 74 al Senato) si attribuisce con i collegi uninominali: passa chi arriva primo. Gli ultimi posti (8 alla Camera e 4 al Senato) spettano agli eletti nella circoscrizione estero.

Sin dalla sua promulgazione, è subito parso chiaro a tutti che il Rosatellum tende ad avvantaggiare le coalizioni: se nel 2018 non è accaduto fu solo perché il M5S vinse un gran numero di collegi uninominali nelle regioni del centro e del sud, compensando il pieno che fece il centrodestra al nord. In questo meccanismo, a rimanere schiacciato fu il centrosinistra, capace di imporsi solo in alcune zone della Toscana e dell’Emilia Romagna. La situazione che si andò a determinare in parlamento fu così complicata che per riuscire a fare una maggioranza (la prima, quella che vedeva come protagonisti la Lega e 5S) si resero necessari quasi tre mesi, per un governo che di mesi ne durò in tutto quindici.

Adesso, con la destra che si presenterà unita alle urne, un centrosinistra diviso in due (o in tre) non sarebbe competitivo praticamente in nessun collegio, spianando di fatto la strada a un trionfo pressoché epocale della coalizione di Meloni, Salvini e Berlusconi, che avrebbe buonissime probabilità di prendere la maggioranza assoluta in entrambi i rami del parlamento. L’idea del campo largo di Letta, più che da presupposti politici, nasce dalla banale osservazione della legge elettorale: solo mettendo insieme chi mai vorrebbe farlo (Azione e Italia Viva con M5S e sinistra) la partita si aprirebbe a risultati diversi dalla sconfitta. La fine del governo Draghi, però, sembrerebbe aver portato via con sé anche l’ipotesi che una coalizione del genere possa prendere vita e da qui alle prossime settimane, quando magari i bollori dell’immediato post crisi si saranno attenuati, Letta dovrà trovare una quadra. L’alternativa è del tutto evidente: qualsiasi coalizione con dentro il Pd, in sede di conteggio maggioritario, sarebbe fatalmente azzoppata sia dalla presenza di un raggruppamento centrista sia da una candidatura targata 5 Stelle.

Da considerare, poi, le variabili di stampo locale: il Svp, avvantaggiato dalla parte della legge che garantisce rappresentanza al Senato anche alle liste che superano il 20% su base regionale, strapperà probabilmente seggi, così come è facile ipotizzare che Iv raccoglierà in Toscana percentuali migliori che altrove. In assenza di accordi politici, però, questi sono ragionamenti astratti che nulla aggiungono né nulla tolgono al pantano da cui dovrà uscire il centrosinistra.

Dopo le elezioni, comunque vada, si porrà il problema della governabilità: meno parlamentari non significa solo meno eletti, ma anche numeri più piccoli per formare una maggioranza e, di conseguenza, un potere di trattativa e di condizionamento superiori per i gruppi meno numerosi. In altre parole, per provare a governare e a farlo bene, la destra non dovrebbe vincere ma stravincere, ipotesi percorribile solo se le altre forze non riusciranno a trovare un accordo e si presenteranno divise alle urne. Tutte le altre possibilità, così come testimoniato dal gran numero di simulazioni e di scenari che gli istituti di ricerca stanno già producendo, porterebbero a una situazione instabile, senza maggioranze o con maggioranze dai margini strettissimi. È la scommessa che, soprattutto dalle parti dei centristi, qualcuno sta già facendo: la palude, in fondo, è un habitat già noto ai più.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.