POLITICA E AFFARI; VINCITORI E VINTI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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POLITICA E AFFARI; VINCITORI E VINTI da IL MANIFESTO

I vincitori e i vinti di una legge di bilancio iniqua

PACCO DI NATALE. Caccia ai poveri, pensionati bancomat, partite Iva a basso reddito discriminate, dipendenti umiliati. Esecutivo stritolato dalla policrisi: 21 miliardi (su 35) per tamponare il caro-bollette. In primavera ne saranno necessari altrettanti. La manovra approvata con la fiducia al Senato

Roberto Ciccarelli  29/12/2022

Ci sono i vinti e i vincitori. La legge di bilancio che sarà approvata nella tarda mattinata di oggi dal governo Meloni è un campo di battaglia dove si svolge una lotta di classe. Potrebbe intensificarsi nella policrisi in cui ci troviamo: guerra in Ucraina, il Covid in Cina presto di ritorno da noi, la crisi climatica, l’inflazione, gli effetti recessivi dell’aumento dei tassi di interesse e l’inversione delle politiche monetarie decise dalla Banca Centrale Europea.

VINCERÀ CHI APPROFITTERÀ degli inviti all’elusione e all’evasione fiscale. Hanno ricevuto in dono un pacchetto di condoni. È una saga: ne sono stati calcolati dodici. Quello che ha fatto più rumore, almeno per dimensioni, è la «Salva-calcio» che riguarda la maggior parte delle squadre della serie A, ma anche quelle dilettantistiche, alle quali sarà concesso di versare 889 milioni di euro in sessanta rate mensili, ovvero in cinque anni, gli arretrati fiscali accumulati dal Covid, e da allora «congelati». È stata riconosciuta una maggioranza del 3% al momento della prima rata. Una prerogativa che non è stata concessa ad altre aziende.

I PERDENTI sono coloro ai quali sarà tagliato brutalmente il «reddito di cittadinanza» tra sette mesi a luglio. Almeno un terzo degli attuali beneficiari (circa 3 milioni), tra i 18 e i 59 anni, lo potrebbero perdere da gennaio 2024 quando dovrebbe entrare in vigore una «riforma» che il governo ha annunciato dopo metà gennaio.

LO SCONTO AI NABABBI indebitati del pallone equivale quasi al taglio da 958 milioni al «Reddito» presentato ipocritamente dal governo come un «risparmio», mentre è una ritorsione ispirata al disprezzo per i «poveri che non vogliono lavorare». In realtà sulle spalle di queste persone è stato scaricato il peso della responsabilità di un sistema che vaneggia sulla capacità di «incrociare la domanda con l’offerta del lavoro». Loro sperano che sia il «libero mercato» a creare il miracolo. E così abbiamo scoperto quanto i postfascisti siano subalterni alle teorie più insensate dell’economia capitalistica. I poveri sono vittime del disprezzo, e della mancanza di lavoro e reddito. E di una beffa. Dopo avere annunciato l’«abolizione» del «reddito di cittadinanza» l’esecutivo distribuirà un «reddito alimentare». Lo fece il governo «Conte 2» con il «reddito di emergenza». Sempre umiliare, mai fare giustizia.

TRA I VINCITORI c’è chi ha trafficato nel mondo delle criptovalute e non ha dichiarato i redditi da questa attività. Dovrà versare una tassa sostitutiva del 3,5% sui guadagni. Per le somme sfuggite ai controlli fiscali 2019, 2020 e 2021 è stata prevista la riduzione della sanzione dal 30% al 3%. Per i tributi previsti nel 2022 calcolati sui redditi del 2021 sarà sufficiente versare un diciottesimo del minimo edittale in otto rate trimestrali e con un interesse del 2% annuo. Chi ha compiuto altre irregolarità formali pagherà 200 euro per ogni imposta violata in due rate, una rata sarà versata entro il 31 marzo 2023 e l’altra entro il 31 marzo 2024. A chi ha cartelle esattoriali fino a mille euro è stata confermata la cancellazione per altri due mesi. La «rottamazione delle cartelle» riguarderà gli interessi e l’aggio sulle multe stradali.

LO STILLICIDIO di norme puntuali,«targettizzate» su platee elettorali studiate da tempo, è stato definito «pace fiscale». Una pace che non riguarda chi non gira con le tasche piene di 5 mila euro. L’aumento del tetto del contante è stata una norma «identitaria» voluta da un governo che associa l’idea di libertà alla capacità di spendere in contanti. Con il rischio di favorire anche il riciclaggio, per esempio.

TRA I PERDENTI ci sono i pensionati. L’esecutivo li ha divisi, e contrapposti, in due categorie: i pensionati al minimo avranno un assegno a 600 euro, ma solo per un anno e solo per gli over 75. Gli altri «medi», tra i 1500 e i 1600 euro netti, si vedranno rosicchiare la dovuta rivalutazione della pensione dal 100% promesso all’85%. Con il caro bollette gli effetti saranno nulli. L’uso discriminatorio del Welfare lo si vede anche sull’assegno unico «universale» che premia le famiglie più numerose.

VINCERANNO i lavoratori autonomi medio-ricchi, o le micro-imprese artigiane o commercianti, con l’aumento della soglia Flat tax da 65 a 85 mila euro che permetterà a 100 mila persone (su 3,7 milioni dipartite Iva) un vantaggio fiscale da 7-8 mila euro circa. Perderanno i dipendenti di pari reddito che pagheranno 9.964 euro di tasse meno di loro. Perderanno le partite Iva povere che subiranno una discriminazione. E perderanno i lavoratori dipendenti. Il taglio del cuneo fiscale salito al 3% dovranno ripagarlo con l’aumento Irpef sulla somma corrispondente.

PERDERÀ chi non può permettersi l’aumento delle bollette di gas e energia. La manovra ha «tamponato» con 21 miliardi su 35. In primavera ne saranno necessari altrettanti. Sarà il sesto «decreto aiuti» da quando è iniziata la guerra. Il quinto sarà approvato oggi.

Rendita, politica e affari

IL «BLOCCO URBANO». Chi spinge in alto i valori immobiliari e i canoni di locazione? Chi stabilisce le regole del gioco?

Gaetano Lamanna  29/12/2022

L’incidenza degli affitti sul reddito da lavoro dipendente, salita al 60%, fa scivolare Milano dal primo all’ottavo posto nell’annuale classifica de Il Sole 24 ore sulla qualità della vita nelle città capoluogo. Esiste una relazione diretta tra questione abitativa e rendita. Maggiore è la quota di salario o di stipendio destinata al pagamento dell’affitto e del mutuo-casa, più soldi incamera la rendita.

Il «passaggio» dal reddito alla rendita avviene in modo semplice e naturale. Come sostiene Keynes «se c’è qualcuno che vive di rendita, se c’è qualcuno che si arricchisce dormendo, c’è sempre qualcun altro che sta lavorando gratis per lui senza saperlo».

Ma chi spinge in alto i valori immobiliari e i canoni di locazione? Chi stabilisce le regole del gioco? È la legge del mercato, si dice. Non c’è dubbio, però, che le agevolazioni normative, urbanistiche e fiscali, decise nei diversi livelli istituzionali, contribuiscano non poco alla performance della rendita e alla tenuta del blocco di potere urbano (imprenditori edili, proprietari fondiari e banche). Ci riferiamo allo scarto esistente tra prezzi di mercato, alti, e valori catastali – base di calcolo delle imposte immobiliari – bassi, spesso fermi a settant’anni fa; e anche, al susseguirsi di condoni edilizi e di sanatorie urbanistiche con la coda di varianti, deroghe, cambi di destinazione d’uso e via continuando.

L’idea liberista del «pianificar facendo» ha preso il posto dei piani regolatori. Si è costruito per decenni a ritmi frenetici, coltivando in tutti i modi il mito della casa in proprietà. L’edilizia residenziale pubblica (Erp) è stata soppiantata, sostituita dal cosiddetto social housing, peraltro mai decollato per davvero. I progetti di riqualificazione e di «valorizzazione» hanno determinato massicci spostamenti di popolazione verso periferie sempre più lontane, con effetti pesanti sul traffico e sul senso di estraniazione e di isolamento dei cittadini. I massicci investimenti in strade, servizi, infrastrutture, metropolitane, hanno seguito logiche di «fertilizzazione» del territorio, funzionali all’intensificazione dell’espansione edilizia.

Le politiche pubbliche, in poche parole, hanno consegnato ai privati le chiavi dello sviluppo del territorio, «cementando» l’intesa tra mattone e finanza. L’esito è sotto i nostri occhi: accumulazione di ricchezze patrimoniali e finanziarie, da un lato, disagio abitativo, degrado delle periferie, danni ambientali e rovina del paesaggio, dall’altro. Le amministrazioni locali, sempre più in affanno, rincorrono i processi anziché programmarli.

Alla deregulation urbanistica si è accompagnata quella fiscale. Grazie a imposte irrisorie e di favore, decine di fondi di investimento immobiliari (italiani e stranieri) hanno arricchito il loro portafoglio di migliaia di edifici residenziali e di pregio, controllano interi pezzi di città, prosperano in borsa. Il mercato immobiliare domina lo sviluppo urbano, lo stravolge, droga i prezzi. Da parte delle autonomie locali manca un’azione di contrasto o di contenimento della rendita urbana. L’Anci non ha avuto nulla da eccepire nemmeno sul grande affare di ville unifamiliari, prime e seconde case, ristrutturate con il super-bonus 110, rivalutate fortemente sul mercato, e pronte magari a essere rivendute con lauti guadagni per i proprietari.

Oltre 40 miliardi di soldi pubblici spesi (o, meglio, sprecati) per l’efficientamento energetico di appena l’1 per cento del patrimonio residenziale, quello dei più ricchi. Resta incomprensibile perché i sindaci abbiano subìto l’esclusione dalla gestione di un provvedimento così importante, non abbiano rivendicato la loro competenza in materia e non abbiano indicato criteri e priorità degli interventi, spingendo ad esempio per la riqualificazione energetica dei condomini delle zone di edilizia economica e popolare.

Una beffa, tanto più che alla crescita di valore di beni privati non corrisponde alcun beneficio per le casse comunali. La sofferenza della finanza locale è, infatti, l’altra faccia di una tassazione della rendita del tutto inconsistente. La mancata riforma del Catasto grida vendetta. Per far fronte alle esigenze di bilancio, i sindaci sono costretti ad applicare l’addizionale Irpef, tassano cioè due volte i redditi di lavoratori dipendenti e pensionati. Una normativa ingiusta, non degna di un paese civile, esenta le famiglie agiate dal pagamento dell’Imu sulla prima casa e, come se non bastasse, sancisce l’intoccabilità della rendita.

Per una sinistra che voglia ripartire dal territorio, la questione dell’abitare assume dunque un particolare rilievo politico e culturale, è paradigmatica delle disuguaglianze e di una redistribuzione sociale all’incontrario. Purtroppo molti sindaci di centrosinistra, nel rapporto con la rendita e con il blocco sociale che ne è a capo, non si distinguono granché dalla destra. A proposito di questione morale, nel congresso del Pd, sarebbe utile e opportuna magari una riflessione sull’intreccio tra politica e affari a livello locale.

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