PINELLI: “NONC’È SOLTANTO LA LEGGE”. AINIS: “COSÌ VINCE ANCORA BARABBA. SI SQUALIFICA TUTTA LA DEMOCRAZIA” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PINELLI: “NONC’È SOLTANTO LA LEGGE”. AINIS: “COSÌ VINCE ANCORA BARABBA. SI SQUALIFICA TUTTA LA DEMOCRAZIA” da IL FATTO

Giustizia, il vicepresidente del Csm vuole le toghe del popolo: “Non c’è soltanto la legge”

SOSTIENE PINELLI – Un’altra sparata del numero due di Mattarella: magistrati “legittimati” dal “rapporto di fiducia con i cittadini”

ANTONELLA MASCALI   26 GENNAIO 2024

Nel silenzio assordante degli ermellini sulle riforme o controriforme (dipende dai punti di vista) sulla giustizia, ieri all’inaugurazione dell’Anno giudiziario in Cassazione è spiccato il sovvertimento di principi cardini come quello del giudice soggetto solo alla legge, teorizzato da chi – dopo il capo dello Stato – dovrebbe essere il tutore dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura: il vicepresidente del Csm.

Invece, Fabio Pinelli, proprio davanti al presidente Sergio Mattarella, in prima fila nell’aula magna del “Palazzaccio”, traccia la figura, tanto cara a governo e maggioranza, del giudice che deve attenersi alla volontà del popolo con buona pace della Costituzione. “C’è da chiedersi – scandisce Pinelli – se la legittimazione del magistrato non trovi più ragione, o almeno non solo e non tanto nella sua sottoposizione alla legge” ma, invece, “nel suo rapporto con i cittadini fondato sulla fiducia“.

E se un magistrato, ci chiediamo noi, prende una decisione legittima ma impopolare non è un buon magistrato? Sembra così per Pinelli che fa immaginare un giudice eletto dal popolo, anche se non lo dice. Per lui il principio del giudice sottoposto soltanto alla legge, cioè autonomo e indipendente da ogni altro potere e anche dalla (presunta) volontà popolare, diventa un semplice “corollario del principio della separazione dei poteri”. E siccome bisogna essere moderni, allora la legge “nel tempo presente non sembra essere più in grado di porsi in sé come la fonte unica di legittimazione”, ci vuole il consenso. Il vicepresidente del Csm sostiene che “il magistrato, in effetti, trova il proprio riconoscimento giuridico e sociale nella modalità con cui esercita la propria funzione e, conseguentemente, nel rapporto di fiducia che si instaura con i cittadini”. Una fiducia che nasce “dal rigore con il quale il magistrato esercita dentro e fuori l’esercizio della funzione…”. Ma soprattutto, ribadisce, nel seguire l’onda popolare: “La legittimazione della funzione non risiede nell’attribuzione formale di essa, bensì nella rispondenza della funzione alle aspettative collettive”. Appena la settimana scorsa, contro Pinelli si sono schierati i consiglieri togati dopo che in conferenza stampa aveva sminuito il ruolo del Consiglio e aveva accusato quello precedente di aver fatto politica, se quindi, implicitamente, aveva pure accusato Mattarella di non aver vigilato (salvo precisazioni ex post).

L’avvocato voluto dalla Lega, ma con relazioni trasversali, così facendo pensa di poter dare lezioni di “rigore” ma non valgono per lui. L’anno scorso, in pieno conflitto di interessi, con il suo voto ha determinato la nomina del procuratore di Firenze nonostante fino alla sua elezione fosse l’avvocato di Alberto Bianchi, coimputato di Matteo Renzi per l’inchiesta sulla fondazione Open dei pm fiorentini. In Cassazione è stato anche il ministro Carlo Nordio che si è lodato, a prescindere dalla realtà: “Quello che si apre può essere considerato l’Anno giudiziario delle conferme: dei buoni risultati, degli sforzi che non smettiamo di assicurare, delle opportunità che abbiamo di entrare in una nuova fase in cui la giustizia è forza motrice di una rinnovata crescita del Paese”. Protagonisti della cerimonia il pensiero positivo, i risultati da Pnrr, l’arretrato penale e civile che diminuisce anche se ci sono due note dolenti, i femminicidi, 120 contro i 128 del 2022 e già tre in questo mese e le morti sul lavoro, 968, appena 38 in meno del 2022. I capi di Corte, la presidente Margherita Cassano e il procuratore generale Luigi Salvato sul piano politico-giudiziario si consentono di dire soltanto che non è cosa buona riformare in continuazione.

Per Cassano “la rapida successione di leggi determina i presupposti di possibili incoerenze del sistema complessivo e pesanti ricadute sul funzionamento della giustizia” e per le stesse ragioni Salvato pensa che occorra “scongiurare le difficoltà insite in interventi normativi frammentari e troppo ravvicinati, soprattutto in ambito processuale”. Silenzio, però, sulle riforme che vedono contrari i magistrati e per alcuni punti anche gli avvocati. Non sia mai che si scambi la legittima opinione sulle riforme per invasione di campo. E pazienza se c’è una premier che il campo l’ha invaso eccome (come nel caso della giudice Apostolico), e ha pure fissato il Consiglio dei ministri in coincidenza con la cerimonia alla Suprema Corte, in modo da disertarla.

Pinelli sui magistrati, Michele Ainis: “Così vince ancora Barabba: si squalifica tutta la democrazia”

LA REAZIONE ALLE PAROLE DEL VICEPRESIDENTE DEL CSM – “Questo è il sistema costituzionale: il giudice non è assoggettato al potere politico né al voto dei cittadini“

 SILVIA TRUZZI   26 GENNAIO 2024

All’inaugurazione dell’Anno giudiziario della Cassazione, Fabio Pinelli, vicepresidente del Csm, ha dedicato una parte del suo intervento al “superamento del principio della sottoposizione del giudice solo alla legge”. Non avete le traveggole e l’articolo 101 della Costituzione – “ I giudici sono soggetti soltanto alla legge”, appunto – non è ancora stato abolito. Di questa ennesima sgrammaticatura istituzionale parliamo con il professor Michele Ainis, costituzionalista e scrittore.

Le affermazioni del vicepresidente del Csm, pronunciate in una sede istituzionale, sono preoccupanti?

Il vicepresidente del Csm mette in discussione una garanzia costituzionale che fa sistema con altre: la Carta non si limita a dichiarare che i giudici sono soggetti soltanto alla legge, ma all’articolo 108 afferma che “le norme sull’ordinamento giudiziario e su ogni magistratura sono stabilite con legge”. La Carta evoca la legge come stella polare del lavoro dei magistrati per garantire l’indipendenza dei giudici dal potere esecutivo. Senza questa garanzia si creerebbe un cordone ombelicale tra potere giudiziario ed esecutivo, a scapito dell’indipendenza della magistratura.

Su questo Pinelli dice: “Il principio indefettibile della sottoposizione del giudice solo alla legge sembra manifestarsi più che altro come corollario del principio di separazione dei poteri”. Corollario???

Mica tanto: senza separazione dei poteri non c’è più la democrazia! Sminuire, in modo così tranchant il valore della separazione dei poteri significa squalificare il principio di democrazia. La separazione dei poteri non è un orpello dell’architettura costituzionale, è il principio cardine di ogni sistema che non voglia diventare autoritario.

“Il magistrato trova il proprio riconoscimento giuridico e sociale nella modalità con cui esercita la propria funzione e nel rapporto di fiducia che si instaura con i cittadini”. Passaggio scivoloso?

Se c’è una sfiducia nella magistratura non dipende dalle uscite di questo o quel giudice, ma dall’inefficienza della macchina giudiziaria di cui si possono incolpare in parte le toghe, ma soprattutto un quadro normativo caotico e sovrabbondante. È il sistema che andrebbe curato. Il rapporto tra magistrati e opinione pubblica passa attraverso la motivazione delle decisioni. Una sentenza della Corte costituzionale del 1964 spiega che la legge non deve essere motivata, perché la sua legittimazione dipende dall’essere espressione di un organo eletto, il Parlamento. Invece devono essere motivati l’atto amministrativo e l’atto giurisdizionale. È un’eredità della Rivoluzione francese: attraverso la motivazione si può esercitare il controllo sull’uso del potere. Qualunque potere deve rendere conto: il magistrato, attraverso la motivazione, chiarisce le ragioni che lo hanno portato a quella decisione. Questo è il sistema costituzionale: il giudice non è assoggettato al potere politico né al voto dei cittadini.

Oggi, secondo Pinelli, il “modello” di magistrato trova la sua declinazione nel rapporto di fiducia con i cittadini: “La legittimazione della funzione non risiede nell’attribuzione formale di essa, bensì nella rispondenza della funzione alle aspettative collettive”. Dura lex sed lex, addio.

Se io faccio decidere all’umore popolare sarebbe giusto salvare Barabba e mandare a morte Cristo… Il vincolo per il giudice è il diritto, in particolare la Costituzione, in un sistema che è anche capace di correggersi perché abbiamo tre gradi di giudizio.

Pinelli ha parlato anche dei comportamenti “decisivi” di ciascun magistrato, dentro e fuori l’esercizio della funzione, che incidono sulla reputazione dell’intero corpo: sembra un riferimento al caso della giudice Apostolico. C’è insofferenza al diritto dei magistrati di essere cittadini?

La Carta vieta ai magistrati di iscriversi ai partiti politici, a tutela dell’imparzialità che devono mantenere. Queste parole in un certo senso sono ovvie: se un magistrato si scaglia pubblicamente contro un leader politico è vero che fa un danno all’intero corpo. È una questione di misura che non si può stabilire con una riga netta, si decide caso per caso. Ma per contrastare un eventuale abuso della libertà di pensiero dei giudici non si possono limitare i diritti dei magistrati che sono cittadini come tutti.

Gli attacchi della maggioranza alla magistratura sono quotidiani. Queste parole sono un assist al governo?

Non voglio interpretare pensieri non esplicitati. Però avverto un clima generale di insofferenza verso tutti i contropoteri, stampa compresa. Ed è un clima che fa male alla salute della nostra democrazia.

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