PERCHÈ MELONI DICE “TOSSICA” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PERCHÈ MELONI DICE “TOSSICA” da IL FATTO

Perché Meloni dice «tossica»

Commenti Giorgia Meloni dice le cose con una tale sicumera che bisogna davvero concentrarsi per rendersi conto degli slalom efficacissimi che compie tra i pezzi di realtà che nomina e quelli […]

Sandra Burchi  16/02/2025

Giorgia Meloni dice le cose con una tale sicumera che bisogna davvero concentrarsi per rendersi conto degli slalom efficacissimi che compie tra i pezzi di realtà che nomina e quelli che nega o copre o fa sparire, da abile prestigiatrice. Parlando recentemente alla Cisl e cambiando di volta in volta toni e linguaggi, ha tenuto insieme supposti successi del governo, record in tema di occupazione, promesse mantenute, tecnicismi (reskilling e upskilling), denatalità, attacchi alle banche, lemmi gramsciani (l’ottimismo della volontà) e l’invito (futurista?) a «guardare in alto, guardare oltre». Questo pastiche in cui i comunicatori della presidente sono ormai sempre più esperti è servito solo a presentare il gran finale: «Ricostruire la dinamica tra imprese e lavoro significa gettare le fondamenta di una nuova alleanza tra datori di lavoro e lavoratori, fondata sulla condivisione degli oneri e degli onori». Prefigurando la sua immagine di sindacato ideale, perfettamente incarnato dalla Cisl, la presidente del Consiglio ha dichiarato che è ora di «superare una volta per tutte quella tossica visione conflittuale che anche nel mondo del sindacato qualcuno si ostina ancora a sostenere».

Che questo governo abbia una certa ostilità nei confronti di tutto quello che si muove nella società generando dissenso è noto. Cos’è il disegno di legge sicurezza se non un gigantesco attacco frontale al conflitto sociale e alle forme attraverso cui classicamente si esprime? Ma definire «tossica» la visione di chi non ritiene pacificata o consociabile la relazione tra le imprese e il lavoro è un passo in più, questo sì un passo oltre. Meloni ha preso dal linguaggio comune una parola che è diventata di uso corrente per definire una relazione che si ammala, in cui una sostanza produce qualcosa di ingovernabile che porta alla ripetizione senza senso di una dinamica di potere e di sofferenza. Una parola che è transitata dal linguaggio della psicopatologia al linguaggio del quotidiano, esaurendo efficacemente ed esaustivamente tutto l’arco delle complicazioni che possono sorgere in un legame d’amore. Meloni se ne appropria e con un’immagine accosta il conflitto a una dinamica che intrappola le parti immobilizzandole in azioni perverse. Basta andare sul web per trovare migliaia di coach e psicologi che insegnano a riconoscere una relazione tossica dai suoi sintomi, e una persona tossica dalla capacità che ha di rovinare la vita di chi gli sta intorno. Dicono anche come guarire da tutto ciò, chiudendo ogni contatto e andando oltre. La presidente è riuscita ad accartocciare in una parola associata a un dolore personale impossibile da elaborare, la dinamica sociale portata avanti dall’intera storia dei movimenti. Non è un caso che elogiando il segretario uscente, Luigi Sbarra, Meloni abbia scelto di citare un passaggio in cui «Gigi» liquida il Novecento, un secolo caratterizzato da «pregiudizi, antagonismo e furore ideologico», anticaglie che non servono a chi sa fare il sindacato del futuro.

Visione tossica, furore, il conflitto sociale è ripetutamente ridotto all’eccesso e a uno stato di alterazione del senso di realtà e del limite. Quel «qualcuno» che se ne fa ancora interprete, anche nel sindacato è tutt’altro che un soggetto vago. Il riferimento è diretto è al segretario della Cgil, evocato tra le righe anche nel passaggio sulla «rivolta sociale». E infatti Landini, chiamato in causa, le ha risposto via stampa sminuendo l’aggettivo e provando a condividerlo con «tutti i lavoratori tossici». Nell’intervento di Meloni non c’è nessuna attenzione al linguaggio inclusivo, naturalmente: tutti i soggetti, compreso lei stessa, sono al maschile: lavoratori, operai, tecnici, professionisti, sindacalisti. Unica eccezione le «mamme lavoratrici». Anche tutto il corredo valoriale non ha incrinature: coraggio, rispetto, onore, tutta roba da galantuomini. Solo quando sceglie di duellare a distanza con il capo della Cgil Meloni plana sul linguaggio pop ed evoca il fantasma di un’aggressività senza ragioni, la stessa che in molti casi si rivela distruttiva nella dinamica tra i generi senza portare a niente di buono.

Sui giornali in questi giorni sono in molti ad affannarsi a rimettere in fila lotte e democrazia, conflitti sociali e diritti, ma servirà del lavoro per raffreddare il pathos con cui Meloni – da presidente del Consiglio e non da pasionaria di un partito di destra – è riuscita a rappresentare la dialettica tra le parti sociali come nociva al «bene dei lavoratori» e della Nazione. Nel frattempo ha fatto capire bene cosa intende lei per sindacato.

Nuovi leader: prima spara, poi discuti

ANTONIO PADELLARO  16 Febbraio 2025

Capita di stare in studi televisivi dove si elencano le nefandezze della destra di governo. Quella che riaccompagna a casa, con tante scuse, degli infami torturatori, che non riesce a far dimettere una ministra penalmente impresentabile. Quella del vicepremier “bimbominkia” e della sorellina d’Italia che si mette ad abbaiare in diretta, “bau bau”. Quella della produzione industriale in crescente ritardo come i Frecciarossa. Poi però apprendiamo che, decimale più o meno, una tale sciamannata compagnia di sventura continua a primeggiare nei sondaggi. Così come, decimale più o meno, gli oppositori non schiodano da percentuali che se soltanto fossero la somma e non la divisione degli addendi potrebbero competere per il primato: ma quando mai?

Capita allora di chiedersi e chiedere se per caso gli italiani non si siano rassegnati al governo Meloni, ipotesi che suscita negli astanti un tacito imbarazzo, come una bestemmia in chiesa. Del resto, come non accontentarsi di ciò che passa il convento quando per giorni la “grande” stampa si appassiona allo squillo di riscossa finalmente lanciato da Elly Schlein contro l’usurpatrice. Con quel “Presidente del coniglio”, battutona su cui si rideva alle elementari giusto un secolo fa.

C’è qualcosa di nuovo oggi sotto il sole, anzi d’antico: l’uomo (la donna) forte. Osserva Domenico Quirico la nascita “della diarchia degli uomini forti senza più il paravento del diritto” (“La Stampa”). Segnala che mentre la feroce razza dei Trump e dei Putin intima, arraffa, minaccia “inferni” ed esige fedeltà mostrando denti affilati e muscoli corazzati, “le anime candide e sottilmente ipocrite continuano ad appellarsi a enti diventati miseramente inutili, Palazzi di Vetro, corti penali, autorità morali”. Sì, oggi come ieri il saper minacciare rende soprattutto se i cosiddetti “buoni” non avessero usato (e manipolato) il diritto come un robusto alibi per meglio esercitare la forza delle armi. Che sia il “golpista” Trump a cercare di chiudere le guerre nate sotto la presidenza del bravo ragazzo Joe Biden, non somiglia forse a una vendetta beffarda della storia, a una triste nemesi all’incontrario? Non sarà che gli elettori, al di là e al di qua dell’Atlantico, stufi di credere alla politica delle buone intenzioni e dei predicozzi morali, o per rassegnazione o per stanchezza, cominciano a fidarsi di chi prima spara e poi discute? “A Washington c’è un nuovo sceriffo in città”, ha detto il vicepresidente JD Vance a un’Europa ammutolita. Ecco.

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