PALLONI CINESI E BASI USA NEL PACIFICO da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PALLONI CINESI E BASI USA NEL PACIFICO da IL FATTO

Palloni cinesi e basi Usa nel Pacifico: il conflitto ucraino sembra precedere lo scontro finale

Roberto Iannuzzi *  10/02/2023

La storia del pallone cinese, come ci è stata raccontata dai media, somiglia a una scena di teatro in cui un riflettore illumina il protagonista (il pallone, nel nostro caso) lasciando in ombra il resto della scena. In realtà, è molto più significativo ciò che avviene sullo sfondo (che, come vedremo, è ambientato nel Pacifico) rispetto a ciò su cui è puntata la nostra attenzione.

Ma cominciamo dal protagonista di questa storia. Non sappiamo se fosse realmente un pallone meteorologico, come sostengono i cinesi, o un pallone spia, come affermano gli americani. Fatto sta che il Pentagono, cioè l’attore che ha fornito in esclusiva i particolari di questa vicenda, ha anche rivelato che almeno tre palloni sotto l’amministrazione Trump, e uno sotto quella Biden, avevano già lambito il territorio americano. Questi episodi farebbero parte di un piano di spionaggio cinese in atto da diversi anni in tutto il mondo.Lo spionaggio è in ogni caso un’attività che tutti praticano, Stati Uniti compresi, e gli esperti ritengono che le informazioni fornite da un pallone spia non siano qualitativamente superiori a quelle assicurate dai satelliti. Il vantaggio dei palloni, rispetto ad aerei e satelliti, è il costo di lancio e di esercizio molto inferiore, per cui si tende ad utilizzarli in maniera integrata con questi ultimi, e gli stessi Stati Uniti stanno investendo alcuni milioni in questa tecnologia.

Ci si potrebbe dunque chiedere come mai il passaggio di un pallone, che non rappresenta una minaccia qualitativamente differente rispetto a un satellite, e che ha avuto precedenti in passato, in quest’occasione abbia provocato una crisi diplomatica che ha portato all’annullamento della visita del segretario di Stato Anthony Blinken in Cina. Gli Usa intendono forse “abituare” la propria opinione pubblica al fatto che la Cina è una “potenza ostile”, e magari spingere gli alleati europei a schierarsi?

Una risposta a questi interrogativi, legati a una vicenda molto pubblicizzata ma in realtà poco significativa, la possiamo trovare esaminando quella parte della “scena” non illuminata dai riflettori dei media. Meno propagandata, ma ben più rilevante, è infatti la visita che il premier giapponese Fumio Kishida ha compiuto a metà gennaio alla Casa Bianca, sugellando la nuova relazione di sicurezza fra Usa e Giappone, fortemente voluta da Washington in chiave anticinese.

Con l’incoraggiamento americano, Tokyo (il cui Parlamento già nel 2015 aveva modificato la costituzione “pacifista” del paese) ha deciso di portare il bilancio della difesa al 2% del Pil entro il 2027, cosa che renderebbe il Giappone il terzo paese al mondo per spesa militare dopo Usa e Cina.

Il Washington Post ha definito la decisione giapponese come l’equivalente della Zeitenwende tedesca, la “svolta epocale” annunciata dal cancelliere Scholz dopo l’invasione russa dell’Ucraina, che sostanzialmente si traduce nel riarmo tedesco. Rahm Emanuel, ambasciatore Usa in Giappone, ha affermato che Biden e Kishida hanno lavorato per “ridurre le distanze fra [lo scacchiere] transatlantico e l’Indopacifico” al fine di farli rientrare in “un’unica sfera strategica”. Un segnale già lanciato dalla Nato, che a partire dal dicembre 2020 aveva annunciato l’espansione della propria cooperazione con i paesi alleati dell’Indopacifico, fra cui il Giappone.

Più a sud, Washington si è assicurata l’accesso ad altre quattro basi militari nell’ex colonia delle Filippine, che permetteranno agli americani di monitorare da vicino il Mar Cinese Meridionale e le acque antistanti Taiwan. Con questo accordo gli Usa colmano un vuoto nell’arco di alleanze statunitensi che si estende dalla Corea del Sud e dal Giappone a nord fino all’Australia a sud, completando l’accerchiamento della Cina.

Un altro tassello ce lo fornisce poi il presidente del Council on Foreign Relations Richard Haass. Egli ha scritto che il problema al centro delle relazioni Usa-Cina non riguarda i palloni e lo spionaggio, ma la necessità di limitare il sostegno cinese alla Russia e contenere le divergenze su Taiwan. Sia il documento sulla Strategia di sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden, sia lo “Strategic Concept” della Nato del 2022, descrivono la Cina come la principale sfida per l’America e l’Occidente, seguita dalla Russia. A differenza di quanto fece Kissinger, ai tempi del presidente Nixon, sfruttando le divisioni fra Urss e Cina per indebolire la prima, gli Stati Uniti oggi stanno favorendo un’inedita alleanza fra Mosca e Pechino.

La scelta di optare per lo strumento della “deterrenza” militare al fine di contenere l’ascesa della potenza cinese, che fino a quel momento aveva avuto una natura eminentemente economica, fu fatta da Obama nel 2011 allorché annunciò il “pivot” (la svolta) degli Usa verso l’Asia. Tale svolta prevedeva fra l’altro il riposizionamento del 60% delle forze navali americane nel Pacifico.

Il conflitto ucraino con la Russia rischia di essere dunque la “penultima battaglia” in vista dello scontro finale con la Cina per decidere a chi spetti l’egemonia mondiale. Uno scenario tutt’altro che rassicurante, che gli Usa dovrebbero scongiurare perseguendo le vie diplomatiche piuttosto che lo strumento del contenimento militare.

* Autore del libro “Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo” (2017).

In Occidente la guerra è ridotta a videogioco

DI DOMENICO GALLO  11 FEBBRAIO 2023

La guerra da remoto, che la Santa Alleanza occidentale sta conducendo contro la Russia, per mezzo del martoriato popolo ucraino, appare sempre di più come un war game. Si schierano cannoni, carri armati, veicoli blindati, treni di munizioni e si controllano dall’alto gli avanzamenti o arretramenti del fronte. Si valuta quanto siano performanti i razzi per i sistemi di lancio Himars a guida Gps, quanto sia esteso il raggio d’azione dei nuovi missili Glsdb che Washington si appresta a fornire a Kiev, quanto sia superiore la tecnologia delle armi occidentali rispetto a quelle russe, per la maggior parte risalenti ai tempi dell’Urss.

L’informazione televisiva, con i suoi nugoli di inviati sul campo, ci fornisce la motivazione per partecipare al war game e per alzare la posta. Ogni giorno ci riferisce delle bombe cadute su questa o quella città, su questo o quel condominio, e ci recita la litania quotidiana dei morti civili, mostrandoci anche qualche volto addolorato, quanto basta per mantenere viva l’immagine disumana del nemico. Le riviste specializzate ci forniscono l’elenco dettagliato dei sistemi d’arma spiegati, delle munizioni consumate, dei costi sostenuti e di quelli programmati. Da lontano osserviamo il war game e vi partecipiamo facendo il tifo e incoraggiando gli attori internazionali ad andare avanti e sviluppare nuove strategie di forza. Del resto nell’opinione pubblica occidentale è finalmente decaduto quel tabù della guerra che si era radicato nella coscienza collettiva alla fine della Seconda guerra mondiale.

Il primo war game a cui abbiamo partecipato è stata la guerra contro la Jugoslavia condotta dalla Nato nel 1999: la prima volta di una guerra senza morti (nostri). Dalla televisione si vedevano solo le piroette dei jet nel cielo dei Balcani e i bagliori delle esplosioni nella notte. Non si sentiva il puzzo della carne bruciata, le urla dei feriti, l’odore del sangue, la disperazione delle madri. Quando la televisione serba ha cercato di farci vedere qualcosa degli effetti prodotti dai bombardamenti, la Nato l’ha immediatamente tacitata con un bombardamento chirurgico che ha causato “solo” 16 morti. Quindi abbiamo potuto guardare a quel conflitto senza inquietudine, come se si trattasse di un videogioco. Adesso che siamo passati a un gioco molto più pesante, la guerra viene accettata perché giocata da remoto, noi non ne siamo direttamente implicati, non mandiamo i nostri figli al fronte, non li vediamo tornare indietro nelle bare. Per questo possiamo lanciare proclami intransigenti sulla guerra giusta, o meglio sulla pace giusta, che può essere conseguita solo al prezzo della “vittoria” sul nemico.

Tuttavia, nonostante il gran battage mediatico, la realtà della guerra viene nascosta e censurata da entrambe le parti. Come ha scritto Domenico Quirico (La Stampa, 4.02): “La guerra avanza nel suo processo di disumanizzazione, riduce l’uomo a cosa, nel furore, comodo, di combattere una guerra a distanza… In Occidente stiamo perdendo il contatto con il genere umano”. Nessuna fonte indica il numero dei soldati uccisi, e quando azzardano delle cifre mentono. Secondo Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino Zelensky, dall’inizio del conflitto armato, Kiev avrebbe registrato tra le 10.000 e le 13.000 vittime tra le forze armate, ma la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, a dicembre aveva dichiarato che le perdite ucraine ammontavano a 100.000 soldati uccisi. Nello stesso periodo, il capo di Stato maggiore del Pentagono, il generale Mark Milley, sosteneva che le perdite dei russi ammontavano a circa 100.000 uomini. Duecentomila giovani russi e ucraini spazzati via: cancellati per sempre i loro sogni e la loro vita. Scrive sempre Quirico: “Le cifre degli obitori e dei cimiteri sono l’unico dato che restituisce il senso vero della guerra”. Queste cifre ci vengono rigorosamente nascoste, nessuno ci mostra il caos degli ospedali militari riempiti di feriti e di morenti, né i cimiteri dove questi giovani vengono sepolti. Sappiamo soltanto che la macchina militare sta procedendo massicciamente al reclutamento. Kiev si aspetta che Mosca mobiliti 300-500 mila persone per gettarle sul campo di battaglia, mentre l’Ucraina ha avviato un’operazione di reclutamento forzato che punta ad arruolare 200 mila nuove unità. È fin troppo facile prevedere che le offensive e controffensive di primavera produrranno una nuova montagna di morti. Come nella Prima guerra mondiale, centinaia di migliaia di vite verranno sacrificate per spostare un confine un po’ più avanti o indietro. Siamo condannati a rivivere gli orrori di Verdun o di Stalingrado, come se non avessimo imparato nulla dalla Storia. Ha senso tutto questo? Se scompare il fattore umano la storia precipita nella barbarie.

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