PACIFICARE LA CISGIORDANIA E GAZA CON UN MANDATO UE da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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PACIFICARE LA CISGIORDANIA E GAZA CON UN MANDATO UE da IL FATTO

Pacificare la Cisgiordania e Gaza con un mandato Ue

EUGENIO MAZZARELLA  12 NOVEMBRE 2023

Nella sciagurata situazione che si è creata dopo l’orrido e inscusabile massacro di Hamas del 7 ottobre a danno di inermi civili israeliani e la risposta ben oltre la legittima difesa del diritto di guerra e il diritto umanitario, con attacchi indiscriminati alla popolazione di Gaza da parte di Netanyahu, è l’ora del coraggio per noi occidentali, che abbiamo lasciato marcire per decenni la questione palestinese. Evitiamo di assolverci ricordando quello che per l’obiettivo della pace per due popoli non hanno fatto gli “altri”, il mondo arabo nelle sue varie declinazioni, divisioni e differenze di interessi. Assumiamoci la responsabilità di quello che “non” abbiamo fatto noi per garantire una sicurezza di Israele non fondata solo sulla preponderanza militare, ma su una stabilizzazione politica della regione. E per garantire insieme dignità, libertà ed autonomia statuale al popolo palestinese, per altro storicamente il più “laico”, il più scevro da fanatismi religiosi in quell’area del Medio Oriente, motivo per altro del suo essere sostanzialmente inviso, al di là della retorica islamista, alle teocrazie della regione sia sunnite che sciite. È stata la nostra inerzia a contribuire, insieme alla politica della compressione dei diritti nazionali e statuali dei palestinesi portata avanti dallo Stato di Israele, a radicalizzare in chiave religiosa il nazionalismo palestinese, che se assunto come aspirazione ad essere nazione e Stato è aspirazione legittima validata a parole da sempre dal diritto internazionale e dall’Onu.

Mentre infuria la distruzione di Gaza in stile Guernica, Coventry, Dresda, Aleppo, Grozny, è l’ora del coraggio di riportare il diritto umanitario sulla scena della politica mondiale, e non domani, ma oggi e in Palestina. Perché come non è possibile pensare che Hamas possa attaccare civili inermi con un terrorismo intriso di barbarie e per altro foriero di esporre il proprio popolo alla rappresaglia, alla “punizione” esemplare del nemico attaccato, così non è possibile pensare che quattromila bambini morti a Gaza possano essere considerati danno collaterale accettabile per eliminare questo o quel capo di Hamas o peggio ancora assimilarli nel trattamento omicida ai terroristi. A meno che qualcuno non pensi che vadano eliminati anche i terroristi potenziali, quelli che crescendo lo diventeranno. È l’ora del coraggio perché la guerra del “bene contro il male” – disastroso approccio che da decenni intossica le relazioni tra Occidente e Islam, ed è approccio equamente veicolato da entrambi i fronti –, la retorica del disastro, noi occidentali la stiamo perdendo. Il che significa perdita della credibilità occidentale, che non può essere affidata alla potenza, sempre meno efficace in assenza di politica, dei suoi sistemi d’arma.

È stato abile il discorso del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che rivendicando l’autonomia dei vari movimenti islamici, a cominciare da Hamas, nelle scelte di attaccare Israele e l’alleato americano si è sottratto all’onere rischioso di dover entrare in guerra a fianco dei “martiri” di Gaza, soggiungendo che non c’è nessuna guerra da dichiarare perché la guerra in cui è coinvolto anche Hezbollah è “strutturale” da decenni. E, addossando al fuoco amico la gran parte dei morti del 7 ottobre, per sfuggire all’obbligo umanitario di esprimere su questo la più ferma condanna, ha rimpallato al campo occidentale l’onere della prova della sincerità della loro adesione al diritto umanitario in presenza del massacro che sta accadendo a Gaza. È l’ora del coraggio per l’Occidente. Deve essere capace di cambiare le carte in tavola per riacquisire il prestigio necessario a gestire questa crisi, e tante altre accese nel mondo.

Che fare, allora? È tempo che i territori palestinesi in mano armata (Gaza) ad Hamas e in mano fittizia (Cisgiordania) all’Autorità palestinesi, tornino ad essere, con il consenso degli Usa e dell’Onu un “mandato” europeo. Con obiettivi chiarissimi e dichiarati. Estirpare il nazionalismo terrorista di Hamas dalla società palestinese, eliminarne le condizioni politiche, sociali ed economiche che gli hanno consegnato la rappresentanza in modo significativo della Striscia di Gaza e non solo (rafforzata per un calcolo sbagliatissimo di Netanyahu per depotenziare l’Autorità palestinese in Cisgiordania e avere mani libere sull’incremento della colonizzazione israeliana in quell’area). Decolonizzare dagli insediamenti illegittimi la Cisgiordania. Avviare il percorso di una statualità palestinese effettiva e decente a data certa. Solo un’azione di questo tipo capovolgerà il corso degli eventi e darà all’Occidente capacità e credibilità di pacificatori dell’area, un teatro di guerra da 75 anni, dove ci sono due popoli che da un lato scavano tunnel e dall’altro devono prevedere rifugi di sicurezza dove nascondersi in caso di attacco nelle loro case. Ma è possibile vivere così, da entrambi i lati, scavando o murandosi nelle proprie paure?

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