NORDIO DIXIT: “I BOSS NON PARLANO” INVECE SÌ! da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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NORDIO DIXIT: “I BOSS NON PARLANO” INVECE SÌ! da IL FATTO

Nordio Belushi

Marco Travaglio   25 GENNAIO 2023

Carlo Nordio pensa che raccogliamo firme (quasi 150 mila ormai) per farlo dimettere perché ce l’abbiamo con lui. Nulla di più sbagliato: noi siamo solidali con lui e vorremmo liberarlo di un peso che neppure il suo proverbiale stomaco moquettato è in grado di digerire. Quando B. cancellava i suoi reati dal Codice penale, si dimezzava la prescrizione, tentava di trasferire i suoi giudici e i suoi processi, aboliva l’appello del pm perché un pm aveva appellato una sua assoluzione, non si faceva scrupoli di inventare pietose scuse né si nascondeva dietro i sacri valori, il garantismo, la privacy, la presunzione d’innocenza, l’eredità di Cesare Beccaria (che tendeva a confondere con Cesare Previti): diceva che i magistrati sono matti, un cancro da estirpare, peggio delle Br; rivendicava il diritto di evadere alla festa della Guardia di Finanza; rievocava i tempi in cui andava per assessori “con l’assegno in bocca”; chiedeva di oscurare La Piovra perché danneggia l’Italia; si presentava in tribunale sotto la scritta “La legge è uguale per tutti” per dirsi “più uguale degli altri perché ho preso i voti”. Se Nordio si fosse candidato con FI, che poi è proprio il suo habitat naturale, potrebbe dirlo papale papale: “Signori, mi han fatto ministro per distruggere definitivamente la Giustizia e impedire che corrotti, corruttori, truffatori, peculatori, frodatori, evasori, abusatori d’ufficio, trafficanti d’influenze, truccatori di appalti, mafiosi col colletto bianco siano intercettati, scoperti, processati, condannati, arrestati ed espulsi dalla vita pubblica. Quindi non rompetemi le palle: è una vita che sogno di vendicarmi dei colleghi che, diversamente da me, ce l’hanno fatta”.

Invece non può, perché s’è incomprensibilmente candidato con FdI (che incomprensibilmente l’ha candidato e fatto ministro): un partito che dice (e sottolineo dice) di battersi contro mafia e corruzione, per la legalità e financo per la certezza della pena. Quindi è lì che si arrabatta da mane a sera per escogitare scuse tipo Blues Brothers (“Ero senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per il taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c’era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c’è stato un terremoto, una tremenda inondazione, e le cavallette!”). La più esilarante è che lui attacca le intercettazioni per evitare abusi mediatici: come se il ministro della Salute attaccasse il bisturi perché si può usarlo per sgozzare qualcuno. In ogni caso ieri il Garante della Privacy ha seppellito il suo alibi: dal 2020, dopo le riforme Orlando e Bonafede, gli abusi mediatici – già risibili prima – sono scesi a zero. E ora gli tocca inventarsene un’altra. Ma è vita, questa? Dia retta, torni a casetta. Alla sua età, il free climbing sugli specchi può essere letale.

Nordio dixit: “I boss non parlano”. Invece sì: sette arresti a Palermo

GLI ARRESTI E LA POLITICA – Ascolto. Nell’operazione dei carabinieri contro la famiglia Badagliacca sono state fondamentali le intercettazioni disposte

 GIUSEPPE PIPITONE  25 GENNAIO 2023

Perché io lo devo ammazzare”. “Ti prometto una cosa davanti a mio figlio: te l’ammazzo io!”. È il 5 settembre del 2022, siamo in piena campagna elettorale, ma a Butera (Caltanissetta) hanno altro a cui pensare. Gli esponenti del clan di Mezzomonreale si sono dati appuntamento in una casa lontana da Palermo, per parlare senza essere ascoltati: questioni interne, retroscena su riti d’affiliazione e antiche regole di Cosa nostra, sentenze di morte. Negli stessi giorni Carlo Nordio, l’ex pm candidato da Fdi alla Camera, stava lanciando la sua proposta: limitare le intercettazioni perché costano troppo. Un concetto esplicitato alcuni mesi dopo, da ministro, alla commissione Giustizia della Camera. “Io non credo che un vero mafioso parli al telefono, per l’esperienza che ho io il mafioso non parla nemmeno in mezzo a un campo con la quinta di Beethoven come sottofondo, perché sa che esistono i microfoni direzionali che lo intercettano comunque”, sono le parole del guardasigilli, che evidentemente non ha alcuna esperienza.

Mentre Nordio parla alla Camera, infatti, i carabinieri di Palermo hanno già consegnato alla Procura di Palermo le informative con il contenuto delle intercettazioni, eseguite in quella casa, fondamentali per arrivare all’arresto di sette esponenti del mandamento di Pagliarelli: per il gip Lirio Conti quelle ambientali contengono “una straordinaria ricchezza di contenuti, non solo in ordine a singole dinamiche interne al sodalizio mafioso, ma anche rispetto alle regole e ai principi di Cosa nostra che, lungi dall’essere superati, ne costituiscono ancora oggi la base più autentica”. A parlare in quella casa sono esponenti della famiglia Badagliacca: nel 2003 uno era tra coloro che accompagnarono Bernardo Provenzano a Marsiglia per essere operato. Grazie a un trojan nel cellulare, gli investigatori avevano già intercettato Gioacchino Badagliacca, mentre definiva “cose infami” la stragi ordinate da Riina, perché avevano segnato la fine di Cosa nostra, mentre “prima c’erano buoni rapporti con gli organi dello Stato”.

Poche settimane dopo, nella casa di Butera, saranno le ambientali a registrare le parole del Badagliacca più anziano, Pietro, mentre ricorda agli altri che in Cosa nostra esistono regole antiche e codificate: “C’è lo statuto scritto, che hanno scritto i padri costituenti”. Per il giudice è “una rivelazione dalla portata investigativa deflagrante: faceva, infatti, riferimento all’esistenza di un documento scritto in cui sarebbero stati annotati, dai padri costituenti di Cosa nostra, i principi e le regole cardine dell’organizzazione, rimasti invariati nel corso degli anni”. Di statuto di Cosa nostra si era parlato anche nel novembre 2007, quando nel covo di Salvatore Lo Piccolo era stato trovato un foglio con appuntate le regole dell’organizzazione: organigrammi, competenze, rituali di ingresso, diritti e doveri, procedure dei rappresentanti e sanzioni per chi violava le regole.

Ma le intercettazioni dei carabinieri contengono anche altro. Anche se siamo in campagna le microspie registrano il giovane Badagliacca che pronuncia quelle che vengono definite “dichiarazioni autoaccusatorie”, visto che il boss non sa “di essere oggetto di ascolto”: altro che quinta di Beethoven. Parla infatti della cerimonia della sua iniziazione, ricordando persino la data: “Io vengo combinato il 22 maggio del 2017″. Poi spiega agli altri che vuole assassinare un architetto, perché a suo dire lo avrebbe truffato: “Io gli devo scippare la testa. Ti verrebbe il cuore se lo vedessi morire”. Lo zio, in un primo momento, non è d’accordo: “Se tu fai una cosa di questa, le Forze dell’Ordine aumentano i controlli”. Poi, però, per il gip, stringe un “patto di sangue” col nipote: “Prima di morire, te l’ammazzo io l’architetto”. Un omicidio probabilmente sventato dall’inchiesta della procura di Palermo. Chissà come sarebbe andata se a indagare ci fosse stato Nordio.

Rottamazione di tutti i reati contro la P.A.

Antonio Padellaro 25 GENNAIO 2023

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Se per una volta potessero dire la verità, le truppe dei supposti garantisti capitanate dal ministro Nordio dovrebbero ammettere che la cagnara sulle intercettazioni nasconde un progetto ben più serio e articolato: la rottamazione dei reati contro la Pubblica amministrazione. Alla manifesta malafede (o crassa ignoranza) di chi, in ogni dove e in ogni talk, non fa che lacrimare sulle reputazioni sputtanate dalla combutta criminale magistrati-giornalisti ha risposto ieri, davanti al Senato, il Garante per la privacy, Pasquale Stanzione, ricordando che “la violazione del segreto e relativa pubblicazione di stralci di conversazioni captate ben oltre le reali esigenze di cronaca è punita con sanzioni pecuniarie sino a 20 milioni di euro”. Che per qualsiasi giornale equivale alla sicura bancarotta. Quanto alle richieste di ulteriori bavagli, dice Stanzione che “prima di mutare un bilanciamento tra privacy e informazione in fondo ragionevole, è forse preferibile verificare tenuta ed effetti delle riforme recenti”. Parole che, ovviamente, non taciteranno gli utili idioti della censura preventiva mandati allo sbaraglio dagli strateghi del finalmente liberi di fare ciò che cz gli pare (ricordate la Casa delle libertà di Corrado Guzzanti nell’Ottavo nano?).

In una rigida divisione dei compiti, dopo che Salvini ha rottamato 12 miliardi di pendenze esattoriali graziando 19 milioni di debitori, ai berluscones spetta ora il compito di devitalizzare i reati di corruzione e concussione, quelli che la politica teme di più. E allora – per limitarci alle porcate massime che il governo della destra ha già messo in cantiere – via al taglio delle intercettazioni, onde contenere il rischio di essere smascherati. Abolizione dell’abuso d’ufficio. Depenalizzazione dell’evasione fiscale. Via la Spazzacorrotti di Bonafede che blocca la prescrizione dall’appello. Benefici penitenziari per i reati contro la Pa e dunque niente più galera. E, dulcis in frode, anche chi è condannato potrà candidarsi in Parlamento grazie all’abolizione della legge Severino. Perché un cittadino onesto non dovrebbe darsi al crimine?, si chiedeva giorni fa Marco Travaglio davanti a un simile scempio di legalità. Interrogativo che giriamo a Giorgia Meloni. Una con la sua storia personale, cresciuta a una scuola politica che chiamava ladri i ladri, una premier chi si è definita “non ricattabile” davanti alle minacce dell’uomo di Arcore (suscitando il plauso anche di chi non l’ha votata), come può far passare tutto questo schifo?

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