NEL SILENZIO DEI GOVERNI da ODISSEA e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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NEL SILENZIO DEI GOVERNI da ODISSEA e IL MANIFESTO

IL SILENZIO SULL’IRAN


Guido Salvini*20 dicembre 2022

In gioventù si manifestava per la Spagna, contro i processi agli oppositori del regime franchista e ai militanti baschi, contro le condanne a morte come quelle comminate dalla Corte di Burgos nel 1971. Si sfilava sotto i consolati spagnoli con slogan e bandiere. A Milano il Consolato spagnolo era in viale Monterosa, un lussuoso viale residenziale. Oggi proprio in viale Monterosa, ironia della storia, c’è un altro consolato, quello della Repubblica Islamica dell’Iran. C’è il presidio della Polizia, ma non sfila nessuno. A ben pochi, compresi gli “impegnati” e coloro i quali molto spesso si indignano, importa delle centinaia di ragazze, da Mahsa Amini in poi, ragazzi e cittadini uccisi dagli sgherri del regime, i basiji, nelle strade delle città iraniane. Solo perché chiedono libertà di vita e diritti che il regime teocratico ignora. Le ragioni del vuoto sotto il consolato sono le più varie, anche tra loro quasi opposte, ma tutte funzionanti per giustificare l’indifferenza. Per alcuni bisogna continuare a fare affari con l’Iran, il “valore” che conta più di ogni altro e quindi è meglio essere prudenti.  

Per altri il regime di Teheran è comunque antiamericano, gratifica il proprio odio per l’Occidente, cioè per sé stessi, ed è quindi un istinto psicologico tacere. Tacere anche se il regime ha sequestrato per 45 giorni una nostra connazionale, la giovane Alessia Piperno, “colpevole” di aver partecipato ad alcune manifestazioni e l’ha chiusa nell’orribile carcere di Evin dove si tortura e si decidono le esecuzioni capitali. Una volta liberata la ragazza, nessuno ha pensato di rimandare a casa l’ambasciatore iraniano come persona non gradita. Mi hanno colpito, quasi agghiacciato le ultime parole di Majidreza Rahnavard, un ragazzo di 23 anni, prima di essere impiccato pubblicamente dopo un processo farsa. “Non leggete il Corano, non pregate dinanzi alla mia tomba” ha detto “voglio che siate felici e che suoniate musica allegra”. Dopo l’esecuzione la sua casa è stata vandalizzata dagli uomini del regime. Nei paesi islamici la musica è ostacolata e a volte del tutto proibita perché, idea incomprensibile, allontanerebbe da Allah. E in Iran, che per millenni è stato, ricordiamolo, non di cultura araba ma persiana ove si coltivava il bello, è proprio la musica in questi giorni uno dei motori di quella che più che una momentanea rivolta sembra una vera rivoluzione in corso. E le parole del ragazzo dimostrano ancora una volta come, al di là del dispotismo in sé che vige da sempre in Medioriente, la religione e le sue distorsioni siano il cuore del problema perché ogni richiesta di libertà è considerata un “peccato contro Allah” e come tale va punito. In Iran i processi politici si fanno in fretta, sono finzioni di processi, la sentenza è già scritta e le esecuzioni continueranno se qualcuno non sentirà il dovere morale di intervenire. È indilazionabile fare qualcosa. Pochi giorni fa è stata rapita, torturata e uccisa una dottoressa che curava i manifestanti. Gli avvocati, i professori, tutti coloro che lavorano nel mondo del diritto e gli uomini di cultura devono essere i primi a chiedere di agire. Senza tentennamenti, pubblicamente e ad alta voce. 

*magistrato

La solitudine dei curdi e il silenzio dei governi

TRA SIRIA E IRAQ. Quella dei curdi non è solo una solitudine istituzionale, cioè solitudine in una dimensione giuridico-legale; è diventata un fenomeno storico: l’aggressione turca al popolo curdo in Medio Oriente prosegue nell’apatia della comunità internazionale

Sevgi Dogan  21/12/2022

Solitudine e solitudine, ancora! Oggi voglio parlare dei curdi e della loro solitudine. Dopo l’attacco di Istanbul-Taksim del 13 novembre scorso, i curdi sono stati nuovamente presi di mira, anche se le forze democratiche siriane Ypg e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) hanno dichiarato di non avere legami con l’attentato.

Pochi giorni fa, dopo la riunione di gabinetto, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato alla stampa il possibile movimento di terra verso la Siria: «La nostra determinazione a mantenere sicuri i confini del nostro Paese sotto uno scudo di protezione di 30 km continua. Mentre stiamo adottando misure riguardanti la sicurezza della nostra patria e del nostro popolo, non accettiamo il permesso da nessuno, né siamo responsabili nei confronti di nessuno».

SE DA UNA PARTE queste parole significano violare il diritto internazionale e violare il territorio di un altro paese, dall’altra sono una chiara indicazione del suo bullismo e dell’autoritarismo della sua politica.

L’integrità del paese e la sicurezza sono state la principale ragione o giustificazione alle continue politiche di sterminio e sfruttamento contro i curdi. I curdi, ovviamente, non sono stati visti solo come una minaccia all’esistenza della Turchia. Storicamente, ci sono stati problemi simili nell’arena internazionale. Ad esempio, ogni volta che i curdi cercavano di stabilire un proprio governo o uno stato indipendente, gli Stati che all’inizio li sostenevano poi li abbandonavano.

Proprio quando gli Stati uniti d’America aprivano spazi alla Turchia nella regione, la Repubblica di Muhabad (Komarî Mehabad in curdo), costituitasi in Iran nel gennaio 1946 con l’appoggio dell’Unione sovietica, è stata occupata nello stesso anno dall’esercito iraniano a seguito del ritiro dell’Urss. L’Iran ha distrutto quella repubblica.

LA STORIA si ripete dolorosamente. I curdi sono stati colonizzati, frammentati, dispersi, banditi, oppressi e isolati dai diversi paesi. Il crimine collettivo e internazionale continua. Quando guardiamo alla questione curda di oggi, come ha affermato Fehim Tastekin, giornalista esperto di Caucaso e Medio Oriente, invece di risolverla all’interno dei propri confini, sia l’Iran che la Turchia l’hanno esportata in Iraq, oltre i propri confini.

Quella dei curdi non è solo una solitudine istituzionale, cioè solitudine in una dimensione giuridico-legale; è diventata un fenomeno storico. I curdi sono isolati in ogni campo e di questa solitudine stanno cercando di liberarsi coraggiosamente. È una solitudine supportata dal silenzio sociale e politico dell’attuale arena internazionale.

Per rompere questo silenzio, le comunità internazionali possono/devono ascoltare le richieste di 187 organizzazioni siriane che richiamano l’attenzione sulle vittime civili causate dagli attacchi del governo turco.

QUESTE ORGANIZZAZIONI hanno fatto appello al mondo e chiesto che sia intrapresa un’azione urgente e che gli attacchi aerei del governo turco e quelli di terra pianificati siano fermati. Attacchi che non solo danneggeranno i civili e i luoghi in cui abitano, ma che provocheranno anche una nuova ondata di spostamenti e migrazioni e la continua violazione del diritto internazionale.

Al di là della condanna dell’attacco della Turchia all’Iraq e alla Siria, ascoltare le voci dei popoli siriani e del popolo curdo riporterà la fiducia nelle comunità internazionali e nella civiltà che difendono, una fiducia basata su «pace, democrazia, diritti umani». I curdi, nella loro solitudine, stanno cercando di creare una pace per tutti. Se è una pace che porta vantaggi alla vita e che la fa proseguire, allora bisogna sostenere quelli che cercano di realizzarla.

Morto Nasser Abu Hmeid. Palestinesi accusano Israele

CISGIORDANIA. Il prigioniero, ex fondatore delle Brigate di Al Aqsa e detenuto da venti anni, da tempo lottava contro un cancro. Per i palestinesi non è stato curato in tempo

Redazione  21/12/2022

Uno sciopero generale in Cisgiordania e raduni con centinaia di palestinesi sono seguiti ieri alla morte in un carcere israeliano di Nasser Abu Hmeid, uno dei fondatori delle Brigate dei martiri di Al Aqsa (Fatah). Condannato a sette ergastoli nel 2002, chiamato «l’eroe di due insurrezioni» – l’Intifada del 1987 e quella del 2000 – Abu Hmeid da tempo lottava contro un cancro ai polmoni. I palestinesi accusano Israele di aver avviato in ritardo le terapie per curarlo. A Ramallah in onore di Abu Hmeid decine di giovani con il volto coperto hanno annunciato la nascita di un gruppo armato, «Il Leone Mascherato».

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