MELONI DE..LEGA LA DISTRUZIONE DEL MEZZOGIORNO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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MELONI DE..LEGA LA DISTRUZIONE DEL MEZZOGIORNO da IL MANIFESTO

La patriota Meloni lascia alla Lega la distruzione del Mezzogiorno

Si prevede che entro il 2070 l’area oggi più giovane del Paese diverrà la più vecchia e perderà 6,4 mln di abitanti per sempre più vistosi divari su infrastrutture servizi

Pino Ippolito Armino  02/12/2022

Non si può chiedere a Matteo Salvini di leggere neppure la sintesi dell’ultimo rapporto Svimez, impegnato com’è a progettare il ponte sullo Stretto sul quale ha imperniato tutta la sua strategia di attenzione verso il Mezzogiorno. Lo possiamo, però, chiedere alla premier Giorgia Meloni in ragione del suo patriottico sentire. Scoprirà che la Nazione è dolorante con intensità crescente quanto più ci si porti verso sud. I numeri sono impietosi. Nel periodo 2008-21, quando nell’area dell’Euro il valore aggiunto dell’industria cresceva del 9,1% e nel Centro-Nord Italia si contraeva del 5,9%, il Mezzogiorno subiva un autentico tracollo segnando un meno 27,3%. In parallelo l’occupazione è cresciuta del 2,6% nel Centro-Nord ed è diminuita del 2,9% a Sud, mentre i salari reali si sono ridotti del 2,5% e del 9,4% rispettivamente. I lavoratori poveri (working poors) rappresentano, infatti, ormai un quinto del totale degli occupati a Sud contro il 9% delle altre regioni.

Anche i giovani con meno di 35 anni che non hanno lavoro e non sono inseriti in un percorso di formazione (i cosiddetti Neet) vivono prevalentemente a Sud, dove l’incidenza è poco meno che doppia rispetto a quella del Centro-Nord. Ancora: nel Mezzogiorno sono addirittura 4 su 10 le persone a rischio di povertà ed esclusione sociale mentre a livello nazionale sono “soltanto” un quarto.
Una situazione drammatica ma destinata a peggiorare perché l’impennata dei prezzi dell’energia colpisce assai più duramente il Sud dove sono concentrate le famiglie meno abbienti, che più delle altre ne pagano, e dove vi è maggiore concentrazione di imprese di piccole dimensioni, più esposte all’incremento dei costi per l’approvvigionamento energetico e al maggior onere per i servizi di trasporto. Non possono, dunque, stupire la ripresa e l’accelerazione dell’emigrazione meridionale, soprattutto giovanile.

Dal 2002 al 2020 hanno lasciato il Mezzogiorno quasi 2 milioni e mezzo di persone e sono sempre di più anche gli studenti che preferiscono frequentare le università del Centro-Nord, passati dal 20% del 2010 al 27% del 2021. Si prevede che entro il 2070 l’area oggi più giovane del Paese diverrà, viceversa, la più vecchia e perderà ancora 6,4 milioni di abitanti a causa dei crescenti e sempre più vistosi divari che interessano ogni ramo delle infrastrutture e dei servizi pubblici.

Particolarmente significativi i dati sulla scuola pur non ancora regionalizzata. Nel Mezzogiorno gli alunni della scuola primaria frequentano in media 4 ore in meno a settimana di quelli del Centro-Nord e per il 79% di loro non è previsto il servizio di mensa. L’abbandono scolastico precoce, di chi cioè non va oltre la terza media, interessa il 16,6% dei ragazzi meridionali a fronte del 10,4% di quelli che vivono nelle altre regioni.

Stando così le cose, la patriottica premier dovrebbe perciò chiedersi se la bozza di legge quadro illustrata dal suo ministro Calderoli il 17 novembre scorso alla Conferenza delle regioni corrisponda all’esigenza di ricomporre l’unità del nostro Paese; se ritiene, cioè, che delegando, con annessa dotazione di risorse finanziarie, alle regioni più ricche le competenze su istruzione, sanità, infrastrutture e molto altro ancora si vada nella direzione che tutti, almeno a parole, auspicano di superare lo storico divario fra le due Italie. O se, piuttosto, l’autonomia regionale differenziata non comporterà la fine dello stato unitario e il ritorno, in forme moderne e imprevedibili, agli stati ottocenteschi con svantaggio di tutti gli italiani, anche di quelli che risiedono in Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.

La Lega Nord si è invaghita di una nuova patria padana e cerca da anni disperatamente il modo di disfarsi di quella che ritiene la zavorra del Sud come nella magistrale pellicola di Pietro Germi vorrebbe della propria moglie il barone Cefalù. L’autonomia differenziata sarà il delitto d’onore che consentirà agli sciagurati leghisti di disfarsi del Mezzogiorno? E la patriota Giorgia, pur di restare in sella ancora qualche anno, dichiarerà chiusa la Questione Meridionale come già cento anni fa fece imprudentemente il fascismo?

Che cosa significa passare dai Lea ai Lep di Calderoli

SANITÀ DIFFERENZIATA. In diritto la premeditazione è considerata come circostanza aggravante. E la premeditazione nella vicenda dell’autonomia differenziata versione Calderoli è ben camuffata. La proposta del minsitro (“Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata”) […]

Ivan Cavicchi  02/12/2022

In diritto la premeditazione è considerata come circostanza aggravante. E la premeditazione nella vicenda dell’autonomia differenziata versione Calderoli è ben camuffata. La proposta del minsitro (“Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata”) è scritta per colpire strumentalmente i diritti delle persone e alla fine far passare surrettiziamente un disegno politico ai danni della Costituzione italiana. La proposta Caldroli è pensata e concepita come premeditato raggiro perché non definisce ex ante, alla luce del sole, le regole, le condizioni, i limiti, le garanzie, gli obblighi che servirebbero per concedere alle regioni una plus autonomia, ma sposta tutte le decisioni finali in un “procedimento per l’approvazione delle intese fra Stato e Regione” che il Parlamento sino ad ora non ha mai autorizzato
Questo modo di procedere di fatto si limita a prendere atto delle intese già siglate tra regioni e governi, senza alcuna autorizzazione parlamentare, ma in nessun caso si preoccupa di definire, con una legge, le regole alle quali le intese tra regioni e governo debbono obbedire.

Non è accettabile che la nostra Costituzione sia manomessa nei suoi fondamentali da una generica procedura di contrattazione tra governo e regioni. Tali intese, per quanto legittime, non possono avere il potere di cambiare la Costituzione. Avallare il contrario sarebbe gravissimo.
Nel merito, invece, si devono chiarire bene le modalità alle quali le regioni dovranno obbedire per finanziare la sanità. La domanda fondamentale alla quale la proposta Calderoli non risponde con chiarezza è semplice: con il regionalismo differenziato cosa cambia nell’attuale sistema di finanziamento della sanità? La sanità sarà finanziata in base ai diritti come prevede la 833 o in base al reddito come prevede il regionalismo fiscale? E, più in generale, quale genere di tutela dobbiamo garantire al cittadino?

Oltretutto c’è un altro piccolo particolare che ci chiarisce le pessime intenzioni del ministro. Infatti la proposta Calderoli, citando l’art. 117, non parla di Lea ma di Lep (livelli essenziali di prestazioni), perché nella contro-riforma del titolo V del 2001 è appunto previsto il passaggio dai Lea ai Lep. La legge che nel 1992 ha istituito i Lea (L.502) parla di “livelli di attività di servizi e di prestazioni”, i Lep, invece, parlano solo di “prestazioni” intendendo per prestazione un singolo e specifico atto clinico-assistenziale, di natura diagnostica e/o terapeutica. I Lea sino ad ora sono stati definiti come macro aggregati di attività servizi e prestazioni e suddivisi in tre grandi gruppi (salute pubblica assistenza distrettuale assistenza ospedaliera), i Lep secondo l’art.117 sono semplici prestazioni tecniche esattamente come si usa nei prontuari delle assicurazioni.

E’ evidente che con il regionalismo differenziato l’intenzione non solo è quella di dare di più a chi è più ricco e di meno a chi è più povero, ma è anche di ridurre l’assistenza sanitaria ai più poveri a pura prestazione. Cioè in pratica con il passaggio dai Lea a i Lep si vuole reinterpretare il concetto di tutela essenziale facendolo coincidere il bisogno di cura con la prestazione tout court. Cioè con il minimo del minimo.

Siccome il sud dovrà essere garantito con i Lep e assistito con quello che Calderoli chiama “perequazione infrastrutturale”, e siccome la perequazione per le regioni del nord è come il costo della carità, di conseguenza al sud basta garantire prestazioni essenziali altrimenti la carità richiesta sarebbe troppo onerosa.
I tranelli e i trucchi di Calderoli devono essere smascherati nell’interesse della trasparenza e della democrazia.

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