MA COME SIAMO ARRIVATI SIN QUI? da OFFICINA dei SAPERI
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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MA COME SIAMO ARRIVATI SIN QUI? da OFFICINA dei SAPERI

Ma come siamo arrivati sin qui?

Piero Bevilacqua  03/08/2022

  Come è stato possibile arrivare all’attuale grado di impotenza della politica, disuguaglianza tra i cittadini nei poteri e nel godimento dei diritti, dissolvimento individualistico della società, torsione autoritaria delle istituzioni democratiche? Io credo che le risposte forniteci dalla ricostruzione storica posseggano un elevato grado di chiarezza e di orientamento prospettico. Pur nei limiti di una breve nota, si può sostenere che il punto di partenza  costitutivo, da cui prende avvio l’attuale stagione storica, sia da ricercare nella formidabile controffensiva della politica capitalistica partita nel Regno Unito e in USA sin dai primi anni ’80.Una iniziativa, com’è noto, che si è materializzata nella lotta aperta alle conquiste sindacali del dopoguerra, nel  disfacimento delle strutture del welfare rooseveltiano e di Beveridge, nella deregolamentazione del mercato del lavoro, nella liberalizzazione dei capitali, ecc. Tale iniziativa politica che consentiva al capitale di riprendere il processo di accumulazione frenato dai conflitti operai degli anni precedenti, ha goduto di un particolare successo di congiuntura storica, grazie al convergere astrale di vari e fortunatissimi fenomeni. Il crollo dell’URSS – interpretato anche dai dirigenti dei partiti comunisti e socialdemocratici quale prova dell’impossibilità di una alternativa al capitalismo – ha permesso al vasto patrimonio analitico dell’economia neoliberistica, dei von Hayek e dei Friedman, di dilagare nella cultura mondiale e diventare il pensiero unico per i decenni successivi. (D. De Masi ne ha appena fatto un’agile e densa ricostruzione, in La felicità negata, Einaudi 2022)

La rivoluzione informatica ha permesso una ristrutturazione senza precedenti del capitalismo industriale, tramite svariatissime forme di frammentazione, esternalizzazione, delocalizzazione dei processi produttivi, che hanno destrutturato la fabbrica fordista, ghettizzato e resa impotente la classe operaia. Ma sempre grazie ai nuovi dispositivi informatici il capitale, non solo quello finanziario, ha acquistato una mobilità mondiale, che lo ha sottratto al conflitto operaio rimasto chiuso nel recinto dello stato nazionale. È evidente a tutti oggi lo squilibrio tra la dimensione ancora nazionale, territoriale, della lotta popolare e di classe e la natura transnazionale del capitale.  La politica moderna nasce, per i ceti popolari, come conflitto contro il modo di produzione capitalistico, che ha, nei suoi caratteri originari, la dimensione mondiale.  Ricordano Marx ed Engels, nel Manifesto, che il capitale domina<< l’intero globo della Terra>> (die ganze Erdkugel).  Perciò la scala della lotta contro di esso deve essere mondiale:<<proletari di tutto il mondo unitevi>>. Se nel conflitto tra capitale e lavoro, nelle vertenze dentro la fabbrica, il capitale gode del vantaggio di poter fuggire, di trasferirsi altrove, per gli operai, che in questo altrove non hanno alcuna rappresentanza, la possibilità del conflitto è mutilata in partenza. Perciò l’impotenza che si è creata nel cuore originario dell’antagonismo anticapitalistico si riverbera su tutto il resto della società. Se l’avversario scompare, la lotta non ha più direzione, la politica che dovrebbe rappresentarlo (quella forma di soggettività organizzata intesa a cambiare il mondo) si spegne, resta solo amministrazione, scade in propaganda. È una ricostruzione storica necessariamente ridotta all’osso. Ma in essa non può mancare un secondo capitolo, che ci porta all’oggi. Negli anni ’90 sono stati i partiti ex comunisti e socialdemocratici i più formidabili agenti propagatori e realizzatori dell’agenda neoliberista. I più adatti, presentandosi col volto amico, a vincere le resistenze popolari e sindacali. Sono Clinton in USA (che abolisce la Glass-Steagall low nel 1999), Mitterand in Francia, Blair in UK, Schroeder in Germania, Prodi, D’Alema e Amato in Italia ad avviare o continuare con varia incisività le politiche di privatizzazione di imprese e beni pubblici, deregolamentazione del mercato del lavoro, sostegno alle imprese, abolizione della progressività fiscale, emarginazione dei sindacati. Non conosco ricostruzione più ricca e circostanziata di questa fase di quella di S.Halimi, Il grande balzo all’indietro. Come si è imposto al mondo l’ordine neoliberale, Fazi 2006) Dunque, da allora i grandi partiti popolari hanno compiuto un’opera mirabile di autoemarginazione: hanno privato lo Stato di buona parte dei poteri sull’economia che deteneva  dal dopoguerra, e, lasciando piena libertà d’azione al mercato, hanno rinunciato – soprattutto in Italia – ad avere una politica economica, a impegnarsi nel governo della produzione della ricchezza e della sua distribuzione. Tale scelta coincideva con il distacco politico ed organizzativo dai ceti popolari, ai quali ormai si poteva elargire solo il “gocciolamento” della ricchezza prodotta dal processo di accumulazione, secondo la teoria neoliberista del trickle down economics. Una scelta che ha lasciato sconfitti i ceti subalterni, ma ha salvato le élites dirigenti come ceto politico. Il quale, tuttavia, si è trovato doppiamente deprivato di potere. Per essere vincolato al territorio nazionale nei confronti del dominio capitalistico a scala mondiale (la costituzione dell’UE neoliberistica non ha limitato, ma contribuito a tale processo) e per aver tagliato le radici col mondo operaio e popolare, privandosi della forza del conflitto di massa. La trasformazione dei partiti in agenzie di marketing elettorale è diventata dunque un passaggio naturale. Il Partito Democratico incarna perfettamente questa deriva, non ha più bisogno di Gramsci per << organizzare la volontà collettiva>>, gli bastano i sondaggi di Sandro Pagnoncelli. La cultura come strumento di lettura di un’epoca è scomparsa dall’orizzonte delle forze che erano state di sinistra. Da 15 anni sulla scena, gran parte dei quali in posizione di governo, il PD non ha neppure scalfito le disuguaglianze del Paese, che sono cresciute. Nessun “gocciolamento” verso gli ultimi. Ma l’aspetto più grave del posizionamento di questo (come di gran parte degli altri partiti) è di non scorgere che il mercato è diventato lo scatenamento dei “poteri selvaggi”, come li chiama Luigi Ferrajoli. Forze che hanno messo a soqquadro il mondo del lavoro e saccheggiano a piene mani le risorse del pianeta. Poteri che spingeranno vieppiù gli stati alla guerra per conservare gli spazi sempre più ristretti della sopravvivenza.

Non c’è dunque alcuna prospettiva e via d’uscita a muoversi sulla scia di tali partiti, oggi impegnati nella campagna elettorale, l’unica forma di mobilitazione di cui sono capaci. Ma trovare altre strade di impegno politico, civile, ambientale è ancora possibile per chi non deve difendere piccoli interessi personali.

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