L’EUROPA NELLA TRAPPOLA AMERICANA da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’EUROPA NELLA TRAPPOLA AMERICANA da IL MANIFESTO e IL FATTO

L’Europa nella trappola americana

Tre anni dopo Ora che Volodymir Zelensky sta entrando nella lunga lista degli amici consumati e abbandonati dagli Stati uniti, è già pronta una nuova trappola logica per chi denuncia il vuoto di […]

Andrea Fabozzi  19/02/2025

Ora che Volodymir Zelensky sta entrando nella lunga lista degli amici consumati e abbandonati dagli Stati uniti, è già pronta una nuova trappola logica per chi denuncia il vuoto di politica e diplomazia che ha consentito tre anni di carneficina in Ucraina.

Se fin qui sarebbe stato un tradimento convincere il governo ucraino a negoziare per fermare la guerra – e fu dunque eroico far saltare ogni ipotesi di accordo già un mese dopo la brutale invasione russa, a condizioni migliori di quelle di oggi – adesso la pace di Trump andrebbe boicottata perché «pace imperiale».

Che sia tale non ci sono dubbi, ma non per questo è democratica la guerra portata avanti innanzitutto sulla pelle dei civili e dei soldati ucraini, oltre che di quelli russi. E non è irrilevante che, per quanto nobilissima e ardente possa essere stata la resistenza ucraina, ormai si calcolino 900mila tra renitenti alla leva e disertori: più di quanti stanno combattendo.

Scappare dalle trincee, come scappano anche i russi, persino fuggire da un paese che ha già perduto il 20% della sua popolazione sono scelte che meritano rispetto, quasi sempre obbligate. La guerra non è stata un episodio di autodeterminazione e non è dunque meno imperiale della pace che (non ancora e troppo tardi) si annuncia.

Il destino al quale Zelensky sembra irrimediabilmente avviato non fa che svelare l’inganno. Anche lui è una vittima della guerra per procura, subito dimenticati i tempi in cui viaggiava in trenta diversi paesi del mondo e appariva un po’ ovunque, da Cernobbio al festival di Cannes. Cinque mesi fa firmava le munizioni nelle fabbriche degli americani che adesso nemmeno lo ascoltano, mentre prova a chiedere un posto al tavolo dove si decide sulla sua testa. Tavolo dove la trattativa tra Usa e Russia non la conducono due funzionari o diplomatici, ma non a caso due uomini di affari come Witkoff e Dmitriev.

La guerra nel cuore dell’Europa è stata un affare per gli Stati uniti. Il fatto che la responsabilità dell’invasione sia tutta di Putin non cancella questo dato di realtà, casomai spiega perché dall’allargamento della Nato a Maidan e al non rispetto degli accordi di Minsk nulla è stato fatto per impedirglielo.

Tre anni di guerra oltre a devastare l’Ucraina hanno mortificato probabilmente per un lunga fase storica il ruolo politico dell’Europa. Che raccoglie quello che ha seminato, tenendosi sistematicamente lontana da ogni tentativo negoziale. Che la soluzione di un conflitto interamente sussidiato e armato dall’esterno dovesse essere lasciata nelle esclusive mani degli ucraini – ai quali si poteva tutt’al più consigliare di insistere (fino a sconfiggere la Russia?) – era un racconto tanto falso da crollare in poche ore. Adesso neanche della loro pace gli ucraini possono parlare.

E così il fatto che le intenzioni di Trump siano pessime non rende ottima la condotta tenuta da Biden in questi tre anni, né meno folle la scelta di Bruxelles, Roma o Berlino di seguirlo mentre le accompagnava verso il baratro.

Oggi gli europei pagano il gas in media cinque volte più degli Stati uniti (agli italiani va anche peggio) e comprano il doppio del gas americano rispetto a prima del conflitto.

Dovranno armarsi ancora di più, molto di più. E dovranno farlo sacrificando il welfare e comprando armi americane. Ma non è certo sostenendo la prosecuzione di una guerra che chiaramente poteva concludersi solo con un negoziato che ne usciranno. Perché è stata proprio l’ostinazione bellicista a condurre Macron, Meloni, Scholz e gli altri fin qui. In trappola.

Danze macabre. Meglio più armi con Trump o più armi con Ursula?

alessandro robecchi  19 Febbraio 2025

“Mi spiace, la sua Tac è rimandata, perché abbiamo dovuto comprare un bazooka”. “Ah, grazie, mi sento già meglio”.
In attesa di sentire dialoghi come questo (che già sentiamo oggi, peraltro, anche se del bazooka non ci dicono ancora niente), possiamo analizzare qualche scenario per il futuro prossimo venturo, perché la confusione è grande sotto il sole, come diceva il compagno Mao, ma la situazione è tutt’altro che eccellente (lui diceva il contrario).
Dunque c’è questo cittadino che ha bisogno urgente di una Tac, o di un ricovero, che in sala d’attesa si svaga leggendo i giornali, e finito lo sfoglio delle notizie importanti (Sanremo, per esempio), arriva alle noiose pagine economiche. Lì scopre che se un giorno gli Stati europei ubbidissero all’immobiliarista pazzo della Casa Bianca dovrebbero spendere per armi, annessi e connessi, il 5 per cento del loro Pil, il che vorrebbe dire (per noi italiani), a occhio e croce, 107 miliardi di euro all’anno, cioè molto più di quanto spendiamo per pagare le pensioni dei dipendenti pubblici, moltissimo di più di quanto ci costa l’istruzione, e quasi quanto destiniamo alla sanità (l’80 per cento). Ce n’è abbastanza per rivedere la storica frase “Volete la pace o i condizionatori?”, perché oltre ai condizionatori dovremmo venderci anche i frigoriferi, le caldaie, le automobili e forse anche un rene, ammesso di trovare qualcuno che lo compra. E ammesso, tra parentesi, che comprare tante armi aiuti la pace, cosa che fin qui la Storia ha sempre smentito, dato che dopo una furibonda corsa agli armamenti si finisce sempre per usarli.

Avvertenza: la faccenda non è così semplice. Chi non vuole stare con Trump , che ci chiede lacrime e sangue, è chiamato a stare con la famosa Europa, che anche lei ci dice ogni giorno che dobbiamo aumentare le spese militari (si viaggia a vele spiegate verso il 2,5-3 per cento del Pil nei prossimi anni). Tutte e due le ipotesi, comunque, prevedono di comprare armi dal principale fornitore, gli Stati Uniti. Quindi se ci armiamo alle dipendenze degli Usa dobbiamo comprare le armi da loro, mentre se riusciamo a fare una forza di difesa europea dobbiamo comprare le armi da loro lo stesso. Intanto – sempre mentre aspettiamo la nostra Tac, per svagarci – possiamo assistere al tetro balletto delle posizioni in rapido spostamento, una vera danse macabre. Chi ci ha sempre intirizzito gli zebedei sulla “più grande democrazia del mondo, patria della libertà” impallidisce un po’ vedendola caduta in mano a una manica di matti. Chi invece teorizzava un’Europa forte e unita si scopre chiamato a rispondere alla richiesta di spese militari con… più spese militari. Camerati fieri e littori contrari al dominio Usa si scoprono patrioti sì, ma della patria di Trump; mentre democratici più o meno variegati sperano di armarsi contro Putin, che però nel frattempo flirta con Trump, il quale ci vende il gas a un prezzo triplo di quando lo compravamo da Putin, e sono contenti. Pagando l’energia sei-sette volte più di quanto la pagano gli Usa (40 dollari al Megawatt contro 7) l’industria europea farà parecchia fatica, e ammesso di riuscire a costruirci qui i nostri bazooka, ci costeranno parecchio di più.

A questo punto, al povero cittadino in sala d’attesa non resta che dimenticare la sua Tac, andare a casa, svagarsi, rifugiarsi in un mondo fatato dove invece va tutto bene, che so, il Tg1, consapevole che il suo sacrificio sanitario sarà ricompensato dall’acquisto di un drone d’attacco o di un missile. Per la sua libertà, eh!

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