LE RICETTE DELLA DESTRA PER L’EMERGENZA ECONOMICA E SOCIALE: STATO MINIMO E LIBERTÀ DI MERCATO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LE RICETTE DELLA DESTRA PER L’EMERGENZA ECONOMICA E SOCIALE: STATO MINIMO E LIBERTÀ DI MERCATO da IL MANIFESTO

Più sussidi, meno diritti, le ricette della destra

La risposta della destra all’emergenza economica e sociale. Dietro l’identità nazionale si rilancia una gerarchia di poteri e una scala di valori minacciati dalle libertà civili

Gaetano Lamanna  12/10/2022

La destra estrema in Italia e i partiti nazionalisti e populisti in Europa guadagnano voti cavalcando l’onda della crisi acuta che investe il modello neoliberale (Stato minimo e libertà di mercato). Il Pd e le forze socialiste del continente appaiono invece spiazzati dalla brusca interruzione di un’espansione economica che, soprattutto dopo il crollo dell’Urss, sembrava inarrestabile a livello mondiale.

La sinistra tradizionale prima è rimasta abbagliata dalla crescita globale, spinta dalle innovazioni tecnologiche, poi si è smarrita su «terze vie» (un mix di socialismo e liberismo) che avrebbero dovuto condurci ad un avvenire di sviluppo, di benessere, di diritti umani e di libertà per tutti. Questa rappresentazione ottimistica non è stata scalfita nemmeno dalle forti scosse finanziarie.

Ora lo scenario è del tutto cambiato. Con il climate change, la pandemia e la guerra ci siamo ritrovati in un’emergenza globale. L’Europa è al centro di forti tensioni geopolitiche tra mondo occidentale e mondo euro-asiatico e rischia di rimanerne schiacciata. Con la crisi energetica, corredata da inflazione e recessione, sono cadute le speranze in una fase post-Covid di crescita.

Da «minimo» lo Stato è chiamato a svolgere un ruolo «massimo» per tamponare l’emergenza e le falle aperte nel tessuto produttivo e sociale, restando sottinteso che lascerà il ponte di comando dell’economia non appena torna il sereno. I governi, insomma, nel ruolo di pronto soccorso delle ferite che la «mano invisibile» del mercato non è in grado di curare. La destra, a differenza della sinistra, è stata più pronta a cogliere questo passaggio di fase, ha intercettato il malessere sociale, ha interpretato i bisogni delle imprese e dei lavoratori autonomi, ha chiesto a gran voce un intervento «statale» massiccio, immediato e a debito.

Il Pd ha continuato in una politica di supporto «responsabile» e di subalternità alla razionalità tecnica dell’agenda Draghi, con il corollario di riforme mancate (vedi fisco e concorrenza) e provvedimenti sbilanciati a favore delle imprese. Ha subordinato l’interesse generale agli interessi privati. Ha trascurato le politiche redistributive, che sono il punto esatto in cui la sinistra incrocia concretamente le esigenze e i bisogni dei redditi medio-bassi. E’ apparso ambiguo e sfuggente persino sulla questione sociale, sul reddito di cittadinanza e sulle disuguaglianze. Non ha ritenuto di replicare al leader di un partitino di centro che afferma che la povertà è «colpa» di chi la subisce e raccoglie le firme per cancellare il Rdc.

Quando 40 miliardi, con il superbonus per l’edilizia, vengono trasferiti ai ceti benestanti senza che nessuno sollevi obiezioni, come se in Italia non esistesse un grande problema di giustizia sociale e ambientale, viene purtroppo confermato che il «bene comune» – di cui parla Norma Rangeri (su nell’editoriale di domenica scorsa) non è più la bussola che orienta il Pd.
Negli ultimi 10 anni, con il Partito democratico quasi ininterrottamente al governo del paese, è avvenuta una sistematica redistribuzione di risorse dalle fasce deboli a quelle medio-alte, con il risultato di segmentare la società in categorie e gruppi d’interesse.

Nei momenti di crisi grave, qual è la nostra, la destra incarna naturaliter l’individualismo esasperato, i privilegi corporativi e le rendite di posizione. Fratelli d’Italia ha beneficiato abilmente della diffusa preoccupazione su come e quanto la crisi possa incidere sulle condizioni di vita e intaccare il raggiunto benessere (piccolo o grande). La distribuzione a pioggia di sussidi e sovvenzioni, oltre a essere uno spreco, è una politica alternativa al Welfare State.

La risposta della destra all’emergenza economica e sociale è risultata più convincente. Dietro la riaffermazione dell’identità nazionale c’è la volontà di ripristinare una gerarchia di poteri e una scala di valori minacciati dal diverso/altro. Con la contrarietà ai nuovi diritti si intende preservare i valori tradizionali e il ruolo dell’autorità (familiare, statale e religiosa). La chiusura, lo spirito di esclusione, la difesa del confine, rappresentano per la destra il modo più efficace per consolidare la coesione interna. Il nazionalismo e l’alleggerimento dei vincoli europei sono considerati la ricetta più valida per risolvere la crisi del modello liberal-liberista in una dimensione domestica.

Con buona pace dell’atlantismo di Giorgia Meloni, esiste una evidente sintonia con Viktor Orbàn sull’idea di un’Europa «bianca e cristiana», da difendere dalla «sostituzione etnica» o negli attacchi a George Soros (la grande finanza ebraica). Com’è evidente la linea di continuità che unisce le idee di Fratelli d’Italia agli attacchi di Putin all’«Occidente collettivo». Il neo-nazionalismo declina «Dio, Patria e Famiglia» in opposizione a «Libertà, Eguaglianza, Fratellanza». Se le cose dovessero peggiorare stiamo certi che la moderazione, di cui oggi fa bella mostra la presidente del Consiglio in pectore, lascerebbe il posto alla repressione e ad un attacco agli spazi di democrazia.

Una protesta durante la giornata mondiale per la sicurezza sul lavoro – Ansa

La politica non applica le leggi, i lavoratori muoiono più di prima

Si ritorna al passato di 40 anni fa: si vagheggia perfino l’istituzione di un corpo unico di vigilanza che eserciti l’attività di controllo, ma non di prevenzione

Beniamino Deidda  12/10/2022

Il 16 settembre scorso, in piena campagna elettorale, i sindacati di Cisl, Cgil e Uil hanno rivolto un accorato appello a tutte le forze politiche perché, nell’imminenza delle elezioni, trovasse adeguato spazio nel dibattito politico il drammatico tema delle morti sul lavoro e, più in generale, della salute e sicurezza dei lavoratori.
Naturalmente non è accaduto nulla, e con l’implacabile stillicidio di tre vittime al giorno, i lavoratori hanno continuato a morire nei primi nove mesi del 2022, come del resto nell’anno precedente.

Questa presa di coscienza collettiva dei sindacati sulla drammaticità della situazione è il segno che sono bastati pochi mesi dalla infelice riforma del decreto 81/08 per rendersi conto che i problemi annosi della salute e dell’incolumità dei lavoratori non si risolvono con giochi di prestigio come l’estensione delle funzioni di vigilanza nei luoghi di lavoro alla Direzione Nazionale del Lavoro o con l’aumento di qualche centinaio di nuovi ispettori alle dipendenze del Ministero del Lavoro, pur positivo per contrastare le diffuse irregolarità nei rapporti di lavoro.

Si trattava di scelte vagamente populiste del tutto inidonee a risolvere una questione grave e complessa che richiede tempo, risorse (finora sempre negate alle Regioni) e l’impegno di attori diversi, a partire dalle imprese. Consapevoli della complessità della situazione, i sindacati tornano a chiedere provvedimenti semplici, ma essenziali.

C’è bisogno di maggiore impegno delle aziende in materia di formazione e addestramento di tutti i lavoratori e in particolare dei datori di lavoro. Bisogna rafforzare i controlli attraverso un sistema di vigilanza che coinvolga tutti gli attori della prevenzione a garanzia dell’adozione della contrattazione collettiva maggiormente rappresentativa a tutti i livelli, con l’estensione a tutti i lavoratori di eguali tutele di salute e sicurezza. E, infine, che ogni finanziamento alle imprese proveniente dal Pnrr sia condizionato agli investimenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

Ma la strada fin qui percorsa non è quella indicata dai sindacati: si è preferito cambiare il testo del decreto 81/08 attribuendo funzioni di vigilanza alla competenza degli Ispettori del Lavoro che affiancano così i servizi pubblici di prevenzione delle Asl. Un provvedimento che a distanza di quasi un anno dalla sua adozione non ha dato (né poteva darlo) alcun risultato: i lavoratori continuano a morire come e più di prima, ad infortunarsi gravemente ed ad ammalarsi molto più di prima.
Nessuno parla in Tv o sulla stampa delle malattie professionali; eppure il numero dei morti per malattie contratte a causa del lavoro non è certo inferiore a quello dei morti per infortunio.

La scelta di intervenire sul T.U. 81/08 ha avuto effetti negativi sulla tenuta dell’intero sistema di prevenzione, innescando una serie di spinte disgregatrici emblematicamente riassunte in un “decalogo Aias per il lavoro sicuro”, la cui logica ci riporta indietro nel tempo. Si rimette di nuovo in discussione l’assetto unitario della legge 833/78 di riforma sanitaria che aveva eliminato la frammentazione delle varie competenze istituzionali, la deleteria separazione tra le funzioni di vigilanza e quelle di prevenzione e la sostanziale assenza dei responsabili aziendali dalla elaborazione partecipata degli interventi di eliminazione dei rischi.

Si ritorna al passato di oltre 40 anni fa: qualcuno vagheggia perfino l’istituzione di un corpo unico di vigilanza che eserciti l’attività di controllo, ma non si occupi più di prevenzione, come se le aziende avessero bisogno solo di controlli e di contravvenzioni, e non anche di formazione e di cultura adeguata alla complessità degli interventi di sicurezza. Giustamente Susanna Cantoni, Presidente della Consulta interassociativa italiana della prevenzione (Ciip), ha osservato che «la prevenzione dei rischi occupazionali è tema complesso che richiede riflessioni ben ponderate, non emotive e che non offrano il destro a chi vorrebbe procedere a colpi di spugna, di modificare il D.Lgs. 758/94, eliminare importanti obblighi dei datori di lavoro giudicandoli formalismi e ridurre ancor più l’attività dei servizi pubblici, già̀ decurtati ampiamente di risorse».

Certo si potrebbe obiettare che l’opera delle aziende sanitarie locali, specie in alcune parti del territorio nazionale, è stata carente e non è riuscita ad incidere in profondità. Ma si tratta per l’appunto di un motivo in più per investire in prevenzione i fondi del Pnrr, per rinforzare gli organici delle Asl, vergognosamente decimati negli ultimi dieci anni, e per accrescere la cultura di tutti gli addetti alla prevenzione.
Questa sarebbe stata la via da percorrere, non certo quella di modificare le norme esistenti, che sono assolutamente sufficienti ad assicurare un’adeguata tutela dei lavoratori.

La prof. Sciarra, da pochi giorni Presidente della Corte Costituzionale, ha osservato nel suo discorso di insediamento che «L’Italia ha un corpo di norme sulla tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro molto avanzato, che è studiato come modello». Ma ha subito aggiunto che «c’è bisogno di insistere utilizzando leggi che sono già molto avanzate. C’è una scarsa attenzione nell’ attuarle nel modo migliore». Proprio così: dal nuovo governo non ci si attende che modifichi le norme sulla sicurezza ma che intervenga con provvedimenti e risorse capaci di garantirne l’applicazione.

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