LE RADICI DELLE DESTRE SONO ANZITUTTO RAZZISTE da IL MANIFESTO
Le radici delle destre sono anzitutto razziste
TEMPI PRESENTI «Tardo Fascismo», un libro di Alberto Toscano per DeriveApprodi. I riferimenti del saggio riguardano in particolare le teorie radicali del pensiero nero e anti-coloniale
Bruno Montesano 16/02/2025
E se il problema del fascismo andasse compreso non attraverso analogie con gli anni Trenta del Novecento ma guardando alla più lunga dinamica razziale? Alberto Toscano, in Tardo Fascismo. Le radici razziste delle destre al potere (Derive Approdi, pp. 176, euro 18), affronta la marea nera decentrando lo sguardo rispetto agli sforzi comparatistici che spesso terminano in assoluzioni. Dal momento che i fascisti non marciano al passo dell’oca, è sbagliato chiamarli con il proprio nome. Questa sembra la tesi di molti difensori della nuova classe dirigente euro-atlantica.
Ma il fascismo va guardato dal punto di vista di chi non ha mai goduto della libertà democratica: i soggetti razzializzati rinchiusi in ghetti e prigioni, piantagioni e riserve. Così come chi è stato ucciso nella conquista della frontiera e della colonia o nello stato di eccezione imposto per reprimere il dissenso. In questo senso Black Lives Matter non si opponeva solo ai movimenti di estrema destra ma alla violenza che nega diritti su base razziale.
BISOGNA QUINDI scomporre quell’idea razzializzata di classe operaia che sta dietro a concetti come «dimenticati della globalizzazione» e white working class per capire cosa stia avvenendo negli Stati Uniti e in Europa: la bianchezza, scrive Toscano, è diventata «il complemento di una nozione politicamente vuota o spettrale della classe operaia». Ma «lì dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva», per dirla con il molto citato Hölderlin di Patmos: la classe va riscoperta come «antidoto» alla sua strumentalizzazione in «veicolo del virus fascista».
Il nuovo fascismo, mimando una politica di classe, è in realtà una nostalgia per il periodo d’oro del fordismo, fondato su «un’immagine razzializzata e di genere dell’operaio industriale» riconosciuto dentro la cornice dello stato-nazione. «Premessa utopica perversa», il fascismo, come spiegava Ernst Bloch, si fonda su una paura della retrocessione che si accompagna al desiderio di ordine e benessere, sospeso tra un passato non realizzato e un futuro irrealizzabile. L’analisi di Toscano permette di comprendere anche la specificità del fascismo statunitense, dove la conquista della frontiera o il mantenimento della schiavitù si fondava su un uso privato, dal basso, della violenza. Il fascismo negli USA ha quindi una dimensione individualista e policentrica rispetto all’Europa dove lo stato ha avuto un ruolo ben più rilevante.
A VENIR RISCOPERTA, oltre alla tradizione del pensiero radicale nero, sono le riflessioni di vari intellettuali che si confrontarono con il fascismo a partire dalla sua dimensione psichica, in particolare nell’alveo della Scuola di Francoforte. Adorno così ci aiuta a comprendere, ad esempio, il rapporto utilitaristico che lega il leader alle sue folle. «Gli adepti, per il solo fatto di far parte del gruppo d’appartenenza, sarebbero migliori, superiori o più puri di coloro che ne sono esclusi». E se il capo fascista sembra una «macchietta» o uno «psicopatico sociale», ciò è dovuto al fatto che questi debba «canalizzare alcuni dei sentimenti di inferiorità del suo seguito». Così come l’apparente contraddittorietà di nostalgie razziali e neoliberismo, di opposizione alla globalizzazione e discorsi sulla libertà di parola limitata dal politicamente corretto convergono in un’ideologia composita capace di intercettare e deviare le aspirazioni di classi differenti.
Anche la contrapposizione tra liberalismo e fascismo va quindi ripensata: c’è una specifica idea di libertà fascista da un lato e di subordinazione propria del liberalismo autoritario dall’altro che scompongono le dicotomie.
SE NEGLI ANNI VENTI del Novecento, il grande pensatore neoliberale austriaco Ludwig Von Mises salutava il fascismo come una positiva forma di protezione del mercato dal rischio socialista, poco più tardi diversi teorici del nazismo articolavano il proprio antisemitismo in termini di ctonia libertà tedesca da contrapporre alle astrazioni del giudaismo, al contempo capitalistico e bolscevico.
Il tardo fascismo è quindi tanto una reazione contro alcuni aspetti del neoliberalismo ridefiniti in termini razziali, quanto un investimento libidico nella dimensione repressiva dello stato. Stuart Hall, alla fine degli anni settanta, occupandosi del thatcherismo, aveva colto questo intreccio: quando il potere non può essere democratico e popolare deve rivolgersi al populismo razzista per catturare le masse. Ridefinendo la loro rabbia in rancore razzista e misogino, il neoliberalismo fabbrica così il consenso necessario a realizzare politiche anti-popolari.
Forgiare nuove coalizioni ha a che fare con la dismissione di fantasie romantiche sull’identità e con il contrasto dei mostruosi incubi del dominio e della sottomissione che la crisi capitalistiche «rigurgita(no) con così triste regolarità».
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