LE CONSEGUENZE DELLA CHIUSURA DEL NOTH STREAM da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LE CONSEGUENZE DELLA CHIUSURA DEL NOTH STREAM da IL MANIFESTO

Standard & Poor’s: la chiusura di North Stream costerà 1.000 miliardi

2023 DA INCUBO. Il rischio è un cortocircuito tra domanda e offerta da un lato e speculazione finanziaria dall’altro. Una spirale prezzi/volumi scarsi che può mandare in tilt l’economia europea

Luigi Pandolfi   08/09/2022

Previsioni da capogiro, quelle dell’agenzia S&P Global sulla bolletta energetica europea. Mille miliardi di euro in più rispetto al periodo pre-pandemia. Un macigno sulla riunione dei ministri dell’energia in programma domani a Bruxelles. Lo shock energetico non è più soltanto una questione di «prezzi artificiali» determinati dalla speculazione sulla borsa di Amsterdam. Dopo la decisione di Mosca di chiudere a tempo «indefinito» il gasdotto North Stream 1, il problema si fa serio anche dal lato dell’offerta reale. Ci sono 20 miliardi di metri cubi scoperti.

Il rischio è un cortocircuito tra domanda e offerta da un lato e speculazione finanziaria dall’altro. Una spirale prezzi/volumi scarsi che può mandare in tilt l’economia europea (-25% di produzione industriale in Germania). Da gennaio 2023 l’Ue rischia di «rimanere al buio e al freddo», è la conclusione di S&P. Per questo, alcune soluzioni allo studio della Commissione appaiono inadeguate e, per di più, controproducenti. Come il tetto selettivo al prezzo del gas, valevole soltanto per quello russo. Una misura zoppa, che non coinvolgerebbe tutti i Paesi Ue, ma solo quelli dipendenti dalle forniture di Gazprom. Come l’Italia e la Germania. Sempre che Mosca sia disponibile a tenere aperti i rubinetti. Il che, adesso, appare molto improbabile. «Non consegneremo nulla se è contrario ai nostri interessi», ha minacciato ieri Putin, annunciando contemporaneamente un accordo con la Mongolia per una nuova pipeline verso la Cina.

Più sensata l’ipotesi di un intervento sul Title Transfer Facility (Ttf). Se ne parlerà domani a Bruxelles. Tra le opzioni, oltre a un «contributo di solidarietà» delle imprese che hanno realizzato profitti in eccesso, ci sarebbe anche quella di «sottoporre il Ttf a supervisione finanziaria» da parte dell’Autorità degli strumenti finanziari (Esma), «per evitare possibili mosse speculative», senza escludere lo sviluppo di altri «indici» di riferimento. Il Ttf è attualmente il principale mercato di riferimento per il gas naturale in Europa. Su questa piazza, nondimeno, il gas scambiato realmente è solo una minima parte. Il resto sono scambi virtuali a mezzo di contratti future più e più volte negoziati. Solo una speculazione sul prezzo, senza alcuna consegna del bene alla scadenza del contratto. Non si spiegherebbe altrimenti, ad esempio, il fatto che, a fronte di 73 miliardi di metri cubi realmente importati in Italia nel corso del 2021, se ne siano scambiati 370 miliardi presso tale snodo. Miliardi di metri cubi virtuali di gas. La causa dei «prezzi artificiali» di cui sopra. Una prova? Il record dei 340 euro per megawattora è stato toccato prima e non dopo l’annuncio di Gazprom sullo stop permanente di North Stream 1 (ieri 232 euro). Un problema che andrebbe risolto alla radice, vietando la negoziazione di contratti che non si concludono con uno scambio «reale» del sottostante. Nel frattempo, non ci resta che risparmiare e razionare.

Il problema del fabbisogno rimane. L’Ue vuole una riduzione del 15% dei consumi, l’Italia prova ad adeguarsi con un suo piano di contenimento (con centrali a carbone a pieno regime). Ma un’altra agenzia di rating, Fitch, proprio l’altro ieri ha ammonito che l’interruzione definitiva della fornitura di gas russo «aumenta ulteriormente la probabilità di una recessione nell’eurozona». Per l’Italia, sarebbe una caduta di 2,5 punti di pil, mentre per la Germania, già sull’orlo della crisi, un crollo di 3 punti. Nella migliore delle ipotesi. Un altro macigno, questa volta sul tavolo della Bce, che oggi si riunisce per decidere sui tassi.

L’«indicibile» normalità della nuova condizione di poveri

DIRITTI. Ben 4 milioni di lavoratori dipendenti hanno una retribuzione inferiore ai mille euro lordi al mese. I poveri sono 5,6 milioni per salari bassissimi, lavoro precario, pensioni da fame

Pier Giorgio Ardeni   08/09/2022

Di povertà e di lavoro povero, oggi che rileggiamo dell’addio a Barbara Ehrenreich -la saggista della sinistra americana che tanto ne ha scritto – , non dobbiamo smettere di parlare. «L’esperienza della povertà», come notava William Vollmann, «esprime paura e mancanza di speranza. Ne puoi parlare solo se non ci sei dentro. Si può essere poveri di qualcosa, di tutto.

Ma è forse per questo che i poveri non chiedono mai una “spiegazione” di tutto ciò cui devono fare fronte, come arguì Celine, semplicemente si odiano e odiano la loro condizione». La povertà è sempre esistita, ricordò Martin Luther King, la differenza è che oggi avremmo il modo per cancellarla per sempre. Eppure, la povertà è qui, con noi, presente come non mai, non accenna a diminuire, cambia faccia e forme, si estende tra classi e condizioni. Un tempo, nelle società avanzate, i poveri erano quelli «senza lavoro». Oggi non più, avere un lavoro non garantisce più l’assenza di povertà.

Quando pensiamo alla povertà ci vengono a mente i derelitti delle baraccopoli africane o, più vicini a noi, quelli che magari chiamiamo «zingari». Ma poveri sono anche le migliaia di homeless americani, come quelli che vediamo sui marciapiedi delle nostre strade, sotto i portici, negli androni, che dormono su cartoni avvolti in coperte fetide, che ignoriamo pur facendo in modo di non calpestarli. Quelli che poi vanno a mettersi in fila nei dispensari della Caritas o elemosinano per le nostre vie. Per i quali, il più delle volte, proviamo fastidio.

Se questa è la faccia sporca della povertà che conosciamo, ce n’è un’altra che ci sta lambendo, nella nostra società del benessere ormai avvizzito, che sta diventando «normale»: quella di chi, pur ricevendo un qualche salario magro, fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. I poveri sono una sotto-classe, ma tanto più sono invisibili, tanto meglio. «Come i morti», diceva ancora Vollmann, «li seppelliamo perché non emanino il loro disgustoso odore, così dobbiamo fare con i poveri: nasconderli».

È il «crimine senza criminali» del lavoro sotto-pagato che li rende invisibili, perché è il risultato di ciò che chiamiamo progresso.
Un tempo, ai figli delle classi popolari, veniva fatto credere che ottenuto il lavoro avrebbe superato quella condizione. Jack London li aveva avvertiti: «Il mondo, che pensavate di avere conquistato ottenendo un salario, vi verrà sottratto, noi ve lo porteremo via». Oggi il lavoro per migliaia dei nostri sfruttati è poco più che una condizione di sopravvivenza.

E l’odore d’urina e feci dei marciapiedi dietro alla stazione Termini a Roma, come a Milano, a Napoli – e come in cento città del mondo – ci viene dietro, inseguendoci fin dentro alle nostre fabbrichette, negli appartamenti sovraffollati di immigrati, nei retrobottega, nei depositi, nei piazzali della logistica, nel retro dei fast-food e dei nostri puzzolenti pub. Se solo ci avvicinassimo ai panni luridi di un derelitto sdraiato sul marciapiedi ne coglieremmo il ribrezzo, e nei suoi occhi rossi vedremmo solo il disprezzo e la rassegnazione.

Di cui ci parlano le «statistiche» ma che non vediamo, ne percepiamo solo l’olezzo sgradevole nei luoghi dove passiamo in fretta per non vedere. Ciò che sorprende dei numeri di cui ci parlano ormai costantemente l’Istat, l’Inps e l’Inail è la vastità del fenomeno. Non tutti i poveri vivono nella miseria più abietta, certo, ma non per questo la loro condizione è meno preoccupante. Ben 4 milioni di lavoratori dipendenti, in Italia, hanno una retribuzione inferiore ai mille euro lordi al mese. La povertà, secondo gli ultimi dati, interessa 5,6 milioni di persone ed è dovuta a salari bassissimi e condizioni di lavoro precario, instabile, o a pensioni «da fame».

Come afferma l’Istat, tale quadro retributivo conferma la scelta da parte di troppe imprese di una produzione basata prevalentemente sulla bassa qualità del prodotto e quindi sulla competizione di costo (del lavoro). Il bacino del lavoro povero (ai contratti a tempo determinato vanno sommati i part time involontari e un eccesso di inquadramenti nelle basse qualifiche) resta così molto alto.

Anche se i dati rilevano l’aumento dell’occupazione totale – enfatizzata dalle forze di governo – sono i giovani a pagare e sono gli occupati instabili e precari a crescere. I sussidi di tutti i tipi – incluso il reddito di cittadinanza – li hanno aiutati, certo, ma il numero dei lavoratori poveri rimane sempre altissimo per un’economia che si dice «avanzata». Nonostante, quindi, l’aumento registrato del Pil, il lavoro non tiene il passo e la sua remunerazione ne diverge.

È solo l’operare della legge della domanda e dell’offerta (l’alta disoccupazione che mantiene i salari bassi)? No. È la libertà data al capitalismo predatorio che non conosce freni, che frutta a suo vantaggio la flessibilità e che non protegge il lavoratore. Che paga così, sulla propria pelle, l’esproprio. Di cui è responsabile la politica, che al mercato ha lasciato l’arbitrio di stabilire i criteri di divisione della ricchezza. E quale economia, quale società vogliamo sta alla politica stabilirlo, non al mercato.

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