LE CARTE TRUCCATE DI UN LESSICO CHE PUNTA ALL’EGEMONIA CULTURALE da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
9851
post-template-default,single,single-post,postid-9851,single-format-standard,stockholm-core-2.3.2,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.7.0,vc_responsive

LE CARTE TRUCCATE DI UN LESSICO CHE PUNTA ALL’EGEMONIA CULTURALE da IL MANIFESTO e IL FATTO

   Le carte truccate di un lessico che punta all’egemonia culturale

Imprese, Made in Italy, natalità, merito, sport. L’offensiva di un lessico contemporaneo che non ha più bisogno di ricorrere al vecchio armamentario del “libro e moschetto”

Carlo Rovelli  23/10/2022

Il nuovo governo, nei nomi dei ministeri e dei ministri chiamati a dirigerli, mostra con buona evidenza quali sono i due corni del problema che abbiamo di fronte, e del pericolo doppio che corriamo, nel presente e per l’avvenire.

“In fondo a chi parlava il fascismo? Al ceto produttivo!”. E’ stato Adolfo Urso, il nuovo ministro delle “Imprese e Made in Italy” (ex Sviluppo Economico), a dirlo, riconoscendo sostanzialmente che il ruolo storico del fascismo fu quello di garantire gli interessi del capitale nell’epoca della nazionalizzazione delle masse. Non deve perciò stupire che con lui “lo sviluppo economico” del paese venga identificato tout court con gli interessi delle imprese: gli interessi prioritari da servire sono quelli tutti gli altri sono funzionali ad essi. E al fumoso ideologico “made in Italy”, che strutturalmente si identifica in quattro macrosettori manifatturieri.

Ma come andrà declinata questa specificazione? Se associata alla priorità delle “imprese”, andrà identificata nell’accezione classica di “ideologia”: ovvero, con la funzione di occultare la realtà materiale. Che è quella di un modello fatto di lunghe catene di appalti e subappalti con salari da fame e condizioni contrattuali iper-precarie. Ed è quella di una paese che è l’unico in Europa ad aver avuto, negli ultimi trent’anni, una perdita dei salari reali medi stimata nel 2,9%. Tutto questo dovrà scomparire, perché questo governo parla al ceto produttivo.

C’è poi l’altra grande questione, di lungo periodo. Al ministero della Cultura c’è Sangiuliano, che ha parlato esplicitamente di costruire “l’egemonia culturale” della destra in questo paese. A sinistra, di Gramsci se ne sono dimenticati: non solo come pensatore di riferimento, (e l’operazione di Renzi di distruzione dell’Unità fu un culmine simbolico di questo oblio), ma proprio come strategia essenziale alla sua stessa identità.

Come sappiamo ormai troppo bene, a destra hanno chiaro quel che vogliono, e lo dicono. In quella che si presenta (e mistifica) come sinistra no: tanto è vero che si è autosoppressa definitivamente nella conservazione dell’agenda Draghi – perdendo, e giustamente.
In questa operazione tesa all’acquisizione dell’egemonia culturale, vanno inscritte le nuove nominazioni dei ministeri, come il “merito” aggiunto all’Istruzione – ma il merito non è ormai un valore anche per i “democratici”? – e la “natalità” aggiunta alla famiglia (sanno che non si può per adesso attaccare frontalmente la 194: ma lavorano, gramscianamente, per conquistare casematte, fanno il lavoro della talpa, perché vengono da lontano e vanno lontano. Già, tutte cose che appartengono al nostro album di famiglia – come la “sovranità alimentare” appartiene ai campesinos – ma che sono state dismesse come ferrivecchi, e loro se le sono prese, esattamente come Fontana aveva rivendicato il valore della “diversità”.

Se le sono prese, integrandole al loro macro-frame “Dio, Patria e Famiglia”. In cui, per esempio, ricade anche la formazione del Ministero dello Sport: ma non si pensi a una farsesca riedizione dei cerchi di fuoco di Achille Starace. I fascistoidi meloniani sono perfettamente integrati ai tempi, alla società della prestazione in cui viviamo. Si rilegga la retorica meloniana allorché patrocinò lo sport come strumento contro le devianze.

Il “contro le devianze” ricade anch’esso nella retorica classica di nonno Benito, certo. Ma la neo premier aggiunse: quanti piccoli Totti ci stiamo perdendo? Non si limitava a rimarcare il mens sana in corpore sano, ma evocava gli spiriti agonistici che titillano ogni genitore sul limitare dei campetti di calcio dove il bambino è visto come futuro campione, coerentemente con la onnipervasiva società narcisistica dove il bambino è il “piccolo sovrano” iperamato e ipercoccolato.

Nulla più di contemporaneo di questo direi: non servono più libro e moschetto. O meglio, il libro non serve più; il moschetto sì, siamo ben filoatlantici. E, da questo punto di vista, non c’è più traccia delle sparate contro le plutocrazie, là dove il marxismo d’un tempo, con la sua lotta di classe, si era tramutato nella lotta tra nazioni. Adesso c’è solo la lotta di tutti contro tutti, nella società degli individui, la società del merito.

Il Governo dei Mediocri

Marco Travaglio 22 OTTOBRE 2022

L’unica novità del governo Meloni è Giorgia Meloni. È la prima premier donna d’Italia, non un maschio travestito, come insinua chi non ha ancora capito che la campagna elettorale è finita e ha vinto la destra. Una bella svolta, anzi una svolta bella: l’unica, però. La premier è stata abile a destreggiarsi nella gabbia di matti della coalizione, a dimostrare di non essere ricattabile da B. (né Giustizia né Mise), a non subire diktat neppure da Salvini (sennò lui sarebbe all’Interno e Giorgetti non sarebbe al Mef). Ma nulla ha potuto contro il suo vero tallone d’Achille, la mancanza di una classe dirigente all’altezza delle attese dei tanti elettori che l’hanno votata sperando in ben altro: un governo di forte cambiamento e discontinuità, guidato dall’unica leader rimasta sempre all’opposizione nell’ultimo decennio. E se ne ritrovano uno di manutenzione, in continuità con la restaurazione avviata da Draghi&C. dopo il cambiamento dei due governi Conte.

Trovare qualcosa di nuovo e di buono in questa squadra, o squadretta, è arduo, se si eccettuano un paio di nomi decorosi, come Schillaci alla Salute. Abituati a giudicare dai fatti, speriamo di essere smentiti. Ma gli 11 ministri (su 24, più Meloni) reduci dai governi B. sono un pessimo segnale. Idem per Salvini, di cui s’ignorava la competenza in Infrastrutture. E per Giorgetti, che conquista l’Economia per mancanza di alternative, ma sarà difficile spacciare per nuovo, visto che sedeva nei governi B. 2 e 3, ma anche in quelli più duramente osteggiati da Meloni: Conte 1 e Draghi. I conflitti di interessi non sono più quelli macroscopici di B., ma sopravvivono in scala alla Difesa con Crosetto, capo della lobby delle armi e consulente di Leonardoal Lavoro con Calderone e al Turismo con Santanchè. Il guardasigilli Nordio, pur non indicato da B., la pensa come lui, ed è un’aggravante. Un velo pietoso su Casellati alle Riforme (si spera che anche lì non cavi un ragno dal buco), Locatelli persecutrice di mendicanti alla Disabilità, il prescritto Fitto al Pnrr e la sanfedista Roccella alla “Famiglia, Natalità e Pari opportunità”: il ministero dei cavoli a merenda, così ribattezzato con un maquillage che cambia i nomi per non cambiare le facce.

Dopo i Migliori, che lasciano l’eredità peggiore, arrivano i Mediocri, tutti allineati all’establishment, che ora si spera ci risparmi almeno il mantra sul populismo e il sovranismo, ufficialmente estinti. È il prezzo altissimo pagato da Meloni per farsi accettare dai poteri che comandano in Italia: quelli stranieri. Altrimenti mai avrebbe giurato, già alla vigilia, fedeltà cieca e assoluta a Usa, Nato e Ucraina, cioè all’ottuso bellicismo draghiano, in tandem col neoministro degli Esteri Tajani. Il famoso sovranismo a sovranità limitata.

La sovranità alimentare non è sinonimo di autarchia

AGROECOLOGIA. È un concetto lanciato nel 1996 dal movimento contadino internazionale «Via Campesina»

Barbara Nappini  23/10/2022

Non è un’opinione, né qualcosa da sottovalutare o strumentalizzare: la sovranità alimentare è un diritto dei popoli, definito e promosso da convenzioni e organizzazioni internazionali.

Nell’aprile 2008, l’International Assessment of Agricultural Science and Technology for Development (IAASTD), panel intergovernativo con il patrocinio delle Nazioni Unite e della Banca Mondiale, la definisce come “il diritto dei popoli e degli Stati sovrani a determinare democraticamente le proprie politiche agricole e alimentari”. Ma il concetto di sovranità alimentare è lanciato per la prima volta dal movimento internazionale Via Campesina, un’organizzazione di agricoltori fondata nel 1993 a Mons, in Belgio, formata da 182 organizzazioni di 81 paesi: “un movimento internazionale che coordina le organizzazioni contadine dei piccoli e medi produttori, dei lavoratori agricoli, delle donne rurali e delle comunità indigene dell’Asia, dell’Africa, dell’America e dell’Europa”.

UNA REALTÀ CHE SI PONE in antitesi al modello neo-liberale di globalizzazione delle imprese: infatti, il concetto di sovranità alimentare che propone Via Campesina prevede un legame indissolubile tra cibo e politiche del cibo, produzione agricola, ecosistemi, territori e comunità che quei territori li abitano, la loro cultura e identità. La sovranità alimentare è strettamente legata alla biodiversità e valorizza il lavoro legato alla produzione alimentare nel mondo, spesso svilito e nascosto.

UN CONCETTO QUANTO mai attuale oggi che ci riguarda tutti: non a caso da molti anni Slow Food si occupa di sovranità alimentare, supportando e promuovendo in tutto il mondo i sistemi locali del cibo, fortemente legati ai territori, basati sulle connessioni, sulle comunità, in grado di combattere lo spreco alimentare, di valorizzare la produzione di piccola e media scala e di proteggere la biodiversità! Sistemi di produzione a bassi input esterni e ad alto tasso di competenze, creatività e buone pratiche.

NEL 2014 UN RAPPORTO della Fao calcolava che nove su dieci dei 570 milioni di aziende agricole nel mondo erano aziende a conduzione familiare e producevano approssimativamente l’80% del cibo mondiale. Eppure questo tipo di agricoltura viene tutt’oggi narrata come “alternativa”. C’è un lavoro importante da svolgere sulle narrazioni e sulle parole: quando abbiamo iniziato a riflettere sull’edizione 2022 di Terra Madre Salone del Gusto – l’evento che ogni due anni chiama a raccolta il mondo della produzione alimentare internazionale di piccola e media scala – abbiamo deciso di darci il tema della “rigenerazione”: subito dopo abbiamo pensato che, prima di ogni altra cosa, fosse urgente una rigenerazione del pensiero e quindi del linguaggio: affinché anch’esso sia al servizio della verità e non degli interessi specifici di alcuni. Perché è proprio questo il punto: il bene comune o il privilegio di pochi.

SOVRANITÀ ALIMENTARE non è sinonimo di autarchia: è il diritto dei popoli a determinare le proprie politiche alimentari senza costrizioni esterne legate a interessi privati e specifici. È un concetto più ampio e complesso che sancisce l’importanza della connessione tra territori, comunità e cibo e pone la questione dell’utilizzo delle risorse in un’ottica di bene comune in antitesi a un consumo scellerato per il profitto di alcuni.

Non a caso, nell’ambito del piano quadro europeo del “Green Deal”, la strategia “Farm to Fork”, pubblicato dalla Commissione Europea e approvato dal Parlamento nell’ottobre 2022, che si prefigge di approdare in dieci anni a un sistema alimentare equo, sano, sostenibile, ha trovato da subito una decisa opposizione da parte di lobby delle aziende agricole industriali, da un certo numero di deputati conservatori e dalle multinazionali dell’agroindustria, adducendo la motivazione di un calo nella produzione di cibo. Ma sappiamo bene che un terzo del cibo prodotto viene sprecato. E con quel terzo sfameremmo 4 volte il quasi miliardo di persone che non ha regolare accesso al cibo.

ALLORA STABILIAMO DUE punti fermi: il primo è che non dobbiamo produrre di più ma meglio, costruire un sistema equo di produzione e distribuzione, ma anche economico e sociale. Il secondo: si muore di fame per povertà non per scarsità. Si muore di fame perché si è poveri. La fame è il diritto negato alla sopravvivenza e diretta conseguenza del diritto negato a determinare le proprie politiche alimentari al fine di garantire accessibilità, salubrità, adeguatezza di un cibo dal punto di vista ambientale, nutrizionale e culturale.

L’ATTUALE MODELLO produttivo agroindustriale ha disvelato i suoi limiti e è il primo a dover esser messo in discussione se vogliamo immaginare e disegnare una prospettiva che consegni al futuro prosperità ed equità. La tutela del suolo, della biodiversità e delle risorse è una questione storica, identitaria, legata alle economie, ai territori e alle comunità, è questione di diritti umani e riguarda, in definitiva, il diritto delle comunità stesse ad esistere.

*Presidente di Slow Food Italia

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.