L’AMBIENTE FERITO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’AMBIENTE FERITO da IL MANIFESTO

Rigenerare i suoli contro l’eccesso di azoto in agricoltura

Il problema dell’eccesso di azoto in agricoltura è stato creato dai fertilizzanti sintetici a base di combustibili fossili. I fertilizzanti azotati contribuiscono all’inquinamento atmosferico e ai cambiamenti climatici in fase […]

Vandana Shiva  21/07/2022

Il problema dell’eccesso di azoto in agricoltura è stato creato dai fertilizzanti sintetici a base di combustibili fossili. I fertilizzanti azotati contribuiscono all’inquinamento atmosferico e ai cambiamenti climatici in fase di produzione e di utilizzo dei fertilizzanti. Un chilogrammo di fertilizzante azotato richiede l’equivalente energetico di 2 litri di diesel. L’energia utilizzata per la produzione di fertilizzanti equivaleva a 191 miliardi di litri di gasolio nel 2000 e si prevede che salirà a 277 miliardi nel 2030. Si tratta di una delle principali cause del cambiamento climatico, ancora largamente ignorata.
I fertilizzanti azotati emettono anche un gas serra, l’N2O, che è 300 volte più destabilizzante della CO2 per il sistema climatico.
Ma non sono gli agricoltori ad aver creato il problema dell’azoto. Anche loro sono vittime di un sistema di agricoltura industriale ad alta intensità chimica che mette a rischio la biodiversità e la salute dei consumatori.

Il problema dell’azoto è stato creato dall’industria chimica che ha diffuso il mito che i fertilizzanti chimici sono necessari per la produzione di cibo e per affrontare il problema della fame nel mondo e che ha promosso il modello dell’agricoltura industriale basato sulla monocoltura contribuendo alla desertificazione del suolo.

Anche il ciclo idrologico risulta alterato visto che la distruzione della materia organica del suolo altera la sua capacità di conservare l’umidità.
L’inquinamento dell’acqua dei fiumi e degli oceani, crea infine la necessità di un’irrigazione intensiva che altera ulteriormente i cicli dell’azoto e del fosforo. La risposta non scientifica, ingiusta e antidemocratica al problema dell’azoto creato dall’industria chimica è quella di ridurre gli agricoltori invece di ridurre la dipendenza dai fertilizzanti chimici.

Il suolo è un sistema vivente. Esistono molteplici percorsi per rigenerare il suolo e risanare il ciclo dell’azoto. Il ritorno della materia organica nel suolo genera nuovo azoto. Le leguminose, per esempio, fissano l’azoto in modo non violento. Le proteine vegetali dei legumi sono anche alla base di una dieta equilibrata e nutriente per le persone.

La rigenerazione del suolo è la risposta al problema dell’eccesso di azoto. Per rigenerare il suolo vivo, abbiamo bisogno di rigeneratori. Gli agricoltori sono i custodi e i protettori della terra. Dobbiamo creare una nuova cultura della cura della terra in agricoltura. La risposta scientifica e corretta al problema dell’azoto consiste nel passare da un’agricoltura chimica basata sui combustibili fossili a un’agricoltura ecologica biodiversa e rigenerativa. E’ necessario creare strategie di transizione per gli agricoltori che passano dall’agricoltura convenzionale all’agricoltura ecologica. Dobbiamo far pagare l’industria chimica per l’inquinamento, invece di criminalizzare gli agricoltori che sono stati intrappolati nel circolo vizioso della chimica.

Per ridurre l’uso dei fertilizzanti chimici, i governi che hanno sovvenzionato e promosso l’industria dei fertilizzanti devono ora trasferire le risorse pubbliche all’agroecologia rigenerativa, priva di sostanze chimiche. Abbiamo bisogno di dibattiti democratici sull’uso del denaro pubblico che deve garantire il bene comune, non l’avidità privata.

Poiché il modo in cui coltiviamo il nostro cibo ha un impatto sulla nostra salute e su quella del pianeta, i coltivatori e i consumatori devono unire le forze per rigenerare la salute del suolo e delle comunità.

Ecco perché il gas naturale fa danni al clima

Ancor prima dell’invasione dell’Ucraina e delle crescenti tensioni con la Russia, il gas naturale è al centro del confronto pubblico. Per anni gli è stato attribuito un ruolo importante nelle […]

Dante Caserta  21/07/2022

Ancor prima dell’invasione dell’Ucraina e delle crescenti tensioni con la Russia, il gas naturale è al centro del confronto pubblico. Per anni gli è stato attribuito un ruolo importante nelle strategie di transizione energetica, mettendo però quasi in secondo piano le sue responsabilità nei cambiamenti climatici.

Col tempo, l’approfondimento delle conoscenze scientifiche ha permesso di comprendere come il riscaldamento provocato dal metano sia decisamente maggiore rispetto a quanto indicato nelle precedenti valutazioni. Il nuovo report Le emissioni di metano in Italia (www.wwf.it), commissionato dal Wwf Italia al Greenhouse Gas Management Institute (GHGMI), prova a fare il punto al riguardo, evidenziando le stime di emissione di questo potente gas serra e fornendo indirizzi per la loro riduzione in Italia, anche in vista della revisione del Piano Nazionale Energia e Clima. Con concentrazioni atmosferiche aumentate del 47% dall’epoca preindustriale ad oggi, il metano è il secondo gas-serra di origine antropica, il più abbondante dopo l’anidride carbonica, rappresenta circa il 20% delle emissioni globali e influenza in maniera incisiva la temperatura terrestre e il sistema climatico: il metano ha infatti un’alta capacità di assorbimento della radiazione infrarossa termica tanto che il suo potenziale di riscaldamento è circa 80 volte più forte per unità di massa della CO2 su 20 anni (circa 30 volte su 100 anni). Il consumo di gas naturale rappresenta oggi circa un quarto della produzione mondiale di elettricità e le previsioni di crescita o diminuzione sono imprevedibili perché legate a molteplici fattori: quel che è certo è che l’Italia è al primo posto tra i Paesi con i maggiori costi sanitari derivanti dall’uso del gas naturale negli impianti termoelettrici (2,17 miliardi di euro rispetto a un totale di 8,7 miliardi nell’area oggetto dello studio). Nel solo 2019 ben 2.864 morti premature sono dipese dall’uso di energia prodotta da gas naturale, mentre si segnalano circa 15.000 casi di impatti respiratori su adulti e bambini, oltre 4.100 ricoveri ospedalieri e più di 5 milioni di giorni lavorativi perduti per malattie. Dal report Wwf emerge però anche una notizia positiva che dovrebbe spingere i governi all’azione. Il metano ha una vita media in atmosfera più breve della CO2 per cui una sua significativa riduzione avrebbe effetti immediati: concentrazioni inferiori ridurrebbero rapidamente il tasso di riscaldamento, rendendo la mitigazione delle emissioni di metano uno dei modi migliori per limitare l’innalzamento delle temperature. Queste considerazioni sono alla base del Global Methane Pledge, sostenuto da più di 100 Paesi, tra cui l’Italia, che punta a ridurre entro il 2030 le emissioni di metano di almeno il 30% rispetto ai livelli del 2020. Ma come accade spesso, se la scienza è concorde nel prescrivere le ricette, il mondo politico e quello imprenditoriale fanno resistenza a seguirle e anzi le mettono in discussione: un atteggiamento colpevole e miope che sta già facendo pagare al Pianeta un conto pesante.

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