LA TRAPPOLA DELL’IMPEGNO SOCIALE E LA POLITICA LONTANA da il manifesto
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA TRAPPOLA DELL’IMPEGNO SOCIALE E LA POLITICA LONTANA da il manifesto

La trappola dell’impegno sociale e la politica lontana

POLITICA. L’assenza di rischio politico e le tattiche di conservazione dello status quo riducono i principi e le istanze del “fermento sociale” a mera strategia comunicativa, a cui non fanno seguito (o non precedono) azioni e decisioni trasparenti.

Filippo Barbera  06/10/2022

La sconfitta della coalizione a trazione Pd ha riportato nell’agenda il mancato rapporto tra la politica progressista e la società. Sul tema Fabrizio Barca ha insistito in due recenti interviste.

Un’intervista a La Stampa, l’altra al manifesto. «Se la sinistra non sa ascoltare il Paese», titola il primo articolo; «C’è stato un mancato riconoscimento degli interlocutori», sostiene il coordinatore del Forum Diseguaglianze e Diversità nel secondo. Non c’è dubbio che il Paese sia costellato di esperienze di produzione, gestione e distribuzione di beni e servizi economici che hanno conseguenze importanti.

Esperimenti che generano micro-modelli di sviluppo dove crescita economica, equità sociale e sostenibilità ambientale cercano nuovi punti di equilibrio. Si tratta, spessissimo, di esperienze a livello sub-locale, vuoi nelle aree interne, vuoi nelle periferie urbane, luoghi che non contano. Un fermento sociale ed economico che, effettivamente, rappresenta una delle pochissime cose meritevoli di attenzione degli ultimi trent’anni.

Troviamo qui aziende for profit con nuovi modelli di business più equilibrati tra capitale e lavoro, imprese recuperate, cooperative di comunità, modelli di distribuzione con algoritmi negoziati con i lavoratori (e che quindi non cadono nella combinazione mostruosa tra cottimo e tecnologie digitali, come la maggioranza delle piattaforme per rider), cliniche sociali, accoglienza diffusa dei migranti nei territori, imprese di economia sociale, piccoli Comuni che cercano di gestire in modo veramente pubblico le poche risorse rimaste, gestione virtuosa dei beni confiscati alle mafie, produzione e distribuzione alternativa nelle filiere agroalimentari, comunità energetiche. E molti altri, casi di azione sociale diretta (si veda L. Bosi e L. Zamponi, Resistere alla crisi. I percorsi dell’azione sociale diretta, Il Mulino, 2019).

Tutto vero, ma non è bastato. La responsabilità maggiore, questa è la tesi degli articoli citati, è della politica e, segnatamente, dei partiti di centro-sinistra che non sono stati in grado di intercettare queste esperienze, dando loro potere e voce pubblica. Chi un po’ conosca da vicino il “fermento sociale” in questione, non può che convenire con questo argomento generale.

Del resto, c’è in questa lettura un’omissione importante: proprio l’intrinseca gratificazione che queste esperienze trasmettono a chi le anima, sia come lavoratore che come attivista o volontario, tengono lontano la partecipazione attiva nella vita politica. Non si tratta solo o tanto del voto alle elezioni, da qualunque parte vada. Ma della volontà di mettersi in gioco direttamente nella vita politica, come offerta e capacità organizzativa. Vuoi scalando i partiti (per quanto) esistenti, vuoi creando nuove forme organizzate dell’agire politico.

Ci sono certo ottime ragioni per non farlo. I partiti più vicini a questi mondi si sono ridotti in grandissima parte a sistemi di gestione del potere, attenti solo a posti, risorse, scambi, controllo. Il tatticismo elettorale domina sulla scelta dello schema di gioco: meglio non rischiare nulla e scegliere l’opzione più sicura nelle alleanze. Meglio confermare la propria base elettorale, con accordi non compromettenti.

L’assenza di rischio politico e le tattiche di conservazione dello status quo riducono i principi e le istanze del “fermento sociale” a mera strategia comunicativa, a cui non fanno seguito (o non precedono) azioni e decisioni trasparenti. Gli standard sono quindi eccessivamente bassi: c’è molta più politica e visione di futuro nella gestione condivisa di una comunità energetica, o nel piano industriale scritto dal Collettivo di fabbrica della GKN, che negli stantii processi decisionali di un partito politico.

Ma proprio queste buone ragioni costituiscono una trappola: la politica è partigiana e le decisioni che contano non avvengono per magnanimità, lungimiranza o casualità. In Italia, come dappertutto, sono le persone nei ruoli che – quando possono – decidono.

Se anche si pensasse che sono altri poteri – nascosti e non elettivi – a decidere, è comunque con questi ruoli politici che tali poteri devono mediare, negoziare e cercare qualche forma del compromesso. È, in altri termini, proprio il buon funzionamento della micro-politica nel sociale che disincentiva la presa in carico in prima persona dell’azione nella politica istituzionale.

Certo, la responsabilità maggiore è dei partiti, non fosse altro per via dei rapporti di forza asimmetrici e della diversità dei ruoli ricoperti. Ma se le cose stanno anche così – e se non si può chiedere ai partiti ciò che non sono strutturalmente in grado fare, cioè auto-riformarsi – allora non resta che la strada del conflitto politico. Sostituirsi all’offerta politica esistente, senza aspettare la delusione dell’ennesimo tatticismo privo di orizzonte.

Indagine sociologica intorno al presente

ITINERARI CRITICI. «La povertà in Italia», un volume di Chiara Saraceno, David Benassi e Enrica Morlicchio, per Il Mulino. Messa a tema la contraddizione che unisce chi si batte per mantenere, o modificare, il «reddito di cittadinanza». La politica del risentimento sociale oppone i soggetti sfruttati sulla base etnico-nazionale. Il libro coglie il significato del ciclo reazionario attuale: le classi dominanti di diverse ispirazioni alimentano il conflitto regressivo sugli strumenti del Welfare. La stigmatizzazione è un processo intrinseco al Workfare che mescola controllo e retoriche imprenditoriali al di là delle maggioranze che sono al governo

Roberto Ciccarelli  06/10/2022

Il «reddito di cittadinanza» è sulla bocca di tutti ma è poco conosciuto. Non ci si interroga, ad esempio, sul senso dell’obbligo di spendere una cifra media di 580 euro entro il mese, sull’aliquota marginale altissima sui redditi da lavoro che scoraggia la ricerca di un’occupazione, sul perché si premiano più i single che le famiglie povere numerose o sul vincolo del lavoro gratis fino a 16 ore a settimana. Raramente è stato oggetto di un’analisi critica comparata con sistemi analoghi in Francia, Germania o Gran Bretagna che sono stati peggiorati in maniera significativa negli ultimi 20 anni. Nella legge del 2019 che ha istituito il «reddito di cittadinanza» Cinque Stelle e Lega hanno replicato le condizionalità, e le trappole, denunciate da tempo in questi paesi, ma non ancora in Italia.

BASTEREBBERO questi elementi per stabilire che nel nostro paese non esiste un «reddito di cittadinanza» propriamente detto, cioè un’erogazione monetaria diretta ai residenti in un territorio, ma un sussidio riservato a una parte dei «poveri assoluti» la metà dei quali sono vincolati sulla carta al lavoro e alla formazione obbligatoria. La truffa semantica tende a celare il colossale tentativo di creare un sistema sociale chiamato Workfare orientato alla certificazione della ricerca di un lavoro, alla moralizzazione dei poveri e al lavoro coatto. Il contrario di uno Stato sociale inteso come leva di una redistribuzione della ricchezza che dovrebbe garantire un diritto di esistenza indipendentemente dal mercato, dalla classe e dalla nazionalità.

Il governo di estrema destra postfascista che si formerà nel prossimo mese dovrebbe lasciare un sussidio di povertà solo a coloro che sono stati definiti «inabili al lavoro» e, forse, restringerà a una l’offerta di lavoro che si può rifiutare senza perdere l’assegno, peggiorando quanto ha già fatto il governo Draghi. Nel partito di maggioranza Fratelli d’Italia c’è chi pensa di cedere i fondi alle imprese in cambio della promessa di fantomatici «corsi di formazione» arricchendo il business della disoccupazione. Verrebbe così radicalizzata una norma già presente nella legge attuale che paga le imprese con i sussidi destinati ai poveri. Che funzioni in questo, o in un altro modo, in ogni caso l’orientamento del provvedimento stabilito da Cinque Stelle e Lega potrebbe essere mantenuto.

La battaglia annunciata da più parti contro le destre che vogliono cambiare il «reddito di cittadinanza» rischia di rimuovere queste, e altre, gravissime distorsioni. Sarebbe un paradosso: difendere un dispositivo per il «bene dei poveri» che però è stato concepito per governare la loro inclusione differenziale. Questo dovrebbe essere un problema per una sinistra frammentata e subalterna ai Cinque Stelle che rivendicano il «merito» di avere razionalizzato il Workfare in Italia, lo stesso sistema che le destre sembrano volere implementare rafforzando le politiche attive del lavoro richieste dal «Piano nazionale di ripresa e resilienza» (Pnrr). Non diversamente da quanto ha cercato di fare il governo Draghi.

CHI DESIDERA comprendere la portata di tali problemi può oggi leggere il libro scritto da tre sociologi di rilievo: La povertà in Italia di Chiara Saraceno, David Benassi e Enrica Morlicchio (Il Mulino, pp. 248, euro 24). Gli autori spiegano la contraddizione che unisce chi si batte per mantenere, o modificare, il «reddito di cittadinanza». Il problema è che la povertà è intesa nel dibattito corrente come una conseguenza della disoccupazione individuale, e non come uno degli effetti della mancanza di una reale domanda di lavoro, della prevalenza del lavoro part-time involontario, dei bassi salari e di uno Stato sociale frammentario, familistico e inefficiente. Questa idea, ricorrente nella teoria economica neoliberale, è ispirata a un’ideologia del lavoro per cui sarebbe sufficiente mantenere un’occupazione qualsiasi per essere protetti dalla precarietà e dalla povertà. Così non è in una società che ha scoperto la realtà del «lavoro povero» ma rifiuta di conoscere le cause e prospettare il suo superamento.

Il libro è un utile strumento per ricostruire il concatenamento tra crisi diverse iniziate nel 1992 con i requisiti di Maastricht, il blocco dei salari, la de-industrializzazione, il crollo degli investimenti e della produttività, un sistema sociale sgangherato privo di un reddito minimo collegato al lavoro. È stato introdotto solo trent’anni dopo anche se sembra destinato al fallimento a causa della rovinosa riforma del titolo V della Costituzione che dal 2001 mette in concorrenza lo Stato e le regioni sulle politiche occupazionali. La crisi pandemica ha colpito un paese che non aveva recuperato i costi sociali della crisi di dodici anni prima. I governi Conte e Draghi hanno introdotto alcune «una tantum» effimere. Oltre al bonus terme o a quello per i monopattini, si ricorda il «reddito di emergenza», un doppione del «reddito di cittadinanza» deciso per evitare l’estensione della misura principale in direzione di un reddito di base e di una riforma universalistica del Welfare. Allora si credeva nell’illusione della «crescita». Il mercato, sostenevano i populisti e i neoliberali al governo, avrebbe rimediato a tutti i mali. Dopo la nuova crisi dell’inflazione e dell’energia, sono ancora in pochi ad avere compreso che non si può affidare la soluzione alla causa dei problemi.

PER CHI SI DEDICA all’analisi delle elezioni del 25 settembre oggi sarebbe utile interrogarsi sulla responsabilità di chi ha evitato dì avviare una riforma strutturale dello Stato sociale e prepararsi alle crisi che viviamo oggi. Una necessità rimossa e sostituita da un’argomentazione ispirata a una stima dell’Istat secondo la quale il «reddito di cittadinanza» avrebbe evitato di creare un milione di poveri in più. Solo in pochi hanno evidenziato che, in numeri assoluti, l’Istat ha confermato che la povertà nel 2021 è tornata al livello del 2019: cioè 5,6 milioni di persone. Mentre il «reddito di cittadinanza» va a 2,3 milioni. Questo significa che è usato per contenere il danno e non agisce per prosciugare le disuguaglianze.

Il libro di Saraceno, Benassi e Morlicchio coglie inoltre il significato del ciclo reazionario attuale: le classi dominanti di diverse ispirazioni alimentano il conflitto regressivo sul Welfare, tagliando o non finanziando l’accesso agli alloggi pubblici, al trasporto, alla sanità o all’assistenza e favoriscono la guerra tra i cittadini nazionali e extracomunitari.

LA POLITICA del risentimento sociale oppone i soggetti sfruttati sulla base etnico-nazionale. Sulla stessa base è costruita la logica del «reddito di cittadinanza» che esclude i più poveri tra i poveri, cioè le famiglie dei cittadini extracomunitari che risiedono da meno di 10 anni in Italia. Una norma razzista denunciata anche dalla Commissione ministeriale presieduta da Chiara Saraceno.

La distinzione tra «poveri meritevoli», o meno, è un altro degli effetti delle politiche che vincolano i «redditi minimi» alle «politiche attive del lavoro» e scaricano sulle spalle dei beneficiari la responsabilità del mancato incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro che, come dovrebbe essere noto, non dipende dai singoli bensì dal mercato e dal sistema industriale e sociale capitalistico.

UNA SIMILE IMPOSTAZIONE ha amplificato le accuse ai beneficiari del «reddito» di essere «divanisti», camorristi, lazzaroni, vivere sulle spalle dei contribuenti e non accettare il ricatto di salari da tre euro all’ora. L’aporafobia, cioè la paura e il disprezzo dei poveri, è accompagnata dalla produzione istituzionale della devianza e della dipendenza. Così si spiega anche l’uscita di Meloni secondo la quale il reddito sarebbe un «metadone di Stato», se ne deduce che i percettori siano eroinomani. La stigmatizzazione dei poveri è un processo intrinseco al Workfare che mescola politiche del controllo e retoriche imprenditoriali indipendentemente dal colore politico delle maggioranze che lo governa.

Come ogni buon libro anche quello di Saraceno, Benassi e Morlicchio non offre soluzioni pronte all’uso, ma fa emergere un’alternativa: da un lato, c’è una politica che tende a trasformare i poveri in attori di un mercato del lavoro secondario con salari bassissimi; dall’altro lato, ci sarebbe una politica che rafforza l’autonomia sociale e afferma la libertà e l’uguaglianza nella solidarietà. È sempre il tempo delle scelte per condurre una vita liberata.

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