LA TEMPESTA PERFETTA CONTRO LA COSTITUZIONE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA TEMPESTA PERFETTA CONTRO LA COSTITUZIONE da IL MANIFESTO

La tempesta perfetta contro la Costituzione

ELEZIONI. Un’Italia federale e presidenzialista (nel patto Lega-FdI) non avrebbe nemmeno una vaga somiglianza con il paese nato dalla Costituzione del 1948

Massimo Villone  02/08/2022

L’abbandono del Rosatellum era sollecitato da argomenti generali e di sistema, da profili di dubbia costituzionalità, e dalla considerazione degli equilibri politici che tendevano a consolidarsi. Si è anche brevemente aperta una finestra temporale in cui il cambiamento è sembrato possibile. Ma i fans del maggioritario, del bipolarismo coatto e della governabilità a tutti i costi – loro sì passatisti Doc – hanno spinto perché si chiudesse.

Ora, la tempesta è perfetta. Il 36% di seggi uninominali maggioritari decide la competizione. Consegna al soggetto politico – partito, coalizione strutturata o assemblaggio elettorale – più forte un vantaggio che può mostrarsi impossibile da recuperare. Spinge dunque alle ammucchiate, costi quel che costi.

Ha contribuito alla frantumazione di Forza Italia rimodulando il centrodestra in una destra con piccola appendice di centro. Ha scatenato sulle ceneri del campo largo di Letta un gioco di veti incrociati e una rissa poco comprensibili se non si considera che secondo le analisi ad oggi più accreditate solo circa 50 seggi uninominali rimangono di fatto contendibili. In tali condizioni si tratta con il pugnale tra i denti.

Una grande riffa di alleanze e candidature, cui si sottrae il Movimento 5Stelle, che sceglie di tornare alle origini senza minimamente chiedersi se proprio i mantra di quelle origini abbiano nel tempo disperso i due terzi dei consensi ricevuti nel 2018. Ci sarà stato o no un problema di progetto, di gruppo dirigente, di azione politica, di parole d’ordine, di organizzazione, di comunicazione? In ogni caso, il 36% di seggi maggioritari, preclusi a un Movimento in corsa solitaria, contribuirà a una marginalizzazione. Peserà anche la decapitazione per il limite dei mandati di quel poco di gruppo dirigente che negli anni si era con fatica formato.

La politica sta mostrando la sua faccia peggiore. Gli assemblaggi forzosi fanno esplodere le contraddizioni. Questo non prelude a nulla di buono per quanto riguarda la governabilità reale del paese dopo il voto, anche considerando che gli equilibri politici potrebbero essere diversi tra Camera e Senato. Ma già preoccupano le poche linee che cominciano ad emergere.

Qui troviamo il secondo convitato di pietra: la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Nel Gazzettino del 31 luglio leggiamo che Zaia e Fontana scrivono un patto sull’autonomia da far firmare a FdI e FI. Zaia dichiara bellicosamente: “Andremo a chiedere ai nostri alleati di firmare questo impegno per l’autonomia… anche perché non avrebbe senso iniziare un’eventuale esperienza di Governo con punti interrogativi grandi come questo e su temi così importanti”. Un cambiamento da perseguire perché “guardandoci attorno, tutti i sistemi di governo che più ammiriamo sono federalisti, dove l’autonomia viene applicata”. Salvini, secondo notizie di stampa, segue. Vedremo dove sarà messa l’asticella leghista. Ma Giorgia Meloni? Ricordiamo le sue ripetute esternazioni a favore del presidenzialismo e dell’elezione diretta del capo dello Stato. Uno scambio autonomia-presidenzialismo si mostra allora possibile. Frammentare nel territorio, riunificare nell’istituzione.

Bisogna esser chiari. Si deve contestare in radice che il presidenzialismo sia oggi ideale in società non coese, e che il federalismo sia ottimale per l’eguaglianza dei diritti e il superamento dei divari territoriali. Ma qui conta non l’argomento astratto, quanto il possibile scenario di una destra vincente con i numeri sufficienti a stravolgere la Carta, magari persino precludendo il referendum ex art. 138.

Un’Italia federale e presidenzialista non avrebbe nemmeno una vaga somiglianza con il paese nato dalla Costituzione del 1948. Da ultimo, in Emilia-Romagna la maggioranza di Bonaccini con una risoluzione consiliare punta a un “aggiornamento” dell’autonomia già richiesta a braccetto con la Lega. Un segnale interessante, ma ancora minimale e non privo di ambiguità. Un grande e stravolgente disegno della destra richiederebbe ben altro contrasto.

La posta in gioco è questa. Cosa fanno il Pd, la sinistra sopravvissuta, il centro sempre voglioso di emulare la Dc, i partiti sempre sul punto di nascere? Continuiamo con la colluttazione spicciola, o siamo pronti a battere un colpo?

La coalizione contro le destre è un gioco al ribasso

ELEZIONI. Il rischio di un ulteriore attacco frontale alla Costituzione, dopo lo svuotamento del progetto costituzionale e la sua sostituzione con politiche all’insegna della razionalità neoliberale esiste

Alessandra Algostino  02/08/2022

Del pericolo che la destra ottenga, con un sistema elettorale, il Rosatellum, un vulnus alla rappresentanza e alla sovranità popolare, i numeri per una revisione che annienti la Costituzione, hanno scritto in modo chiaro su queste pagine, FloridiaAzzaritiMigoneGianni. Un no antifascista è il primo a insorgere se si pensa ad un governo Meloni, all’idea che la democrazia parlamentare nata dalla Resistenza sia occupata dalle destre, da partiti razzisti. Il rischio di un ulteriore attacco frontale alla Costituzione, dopo lo svuotamento del progetto costituzionale e la sua sostituzione con politiche all’insegna della razionalità neoliberale esiste.

Che fare? La proposta di assumere come programma l’attuazione della Costituzione, per i principi che essa veicola, potrebbe non solo difendere la carta costituzionale, ma determinare una radicale inversione di rotta: centralità della persona, solidarietà, redistribuzione, controllo e programmazione dell’economia a fini sociali (e ambientali), lavoro come strumento di dignità, partecipazione effettiva, diritti sociali, progressività nella tassazione, diritto di asilo a chiunque sia impedito l’esercizio delle libertà democratiche, ripudio della guerra, perseguimento della pace e disarmo.

Sono i principi, i diritti, la visione del mondo, che sono vissuti nelle lotte del Collettivo di fabbrica della Gkn, nei movimenti territoriali che si oppongono alle grandi opere, nelle proteste degli studenti, nelle azioni non violente di Extinction Rebellion, nella solidarietà di chi aiuta i migranti, nelle reti che collegano associazioni e luoghi di pensiero critico (dalla Società della cura alla Rete dei numeri pari, per limitarsi a due esempi). Da qui occorre ripartire, da una forza politica radicata nei territori, nei conflitti, nella costruzione di alternative, e che senza infingimenti si proponga di traghettare una visione del mondo dalla parte dell’eguaglianza, dell’emancipazione, della giustizia sociale e ambientale nelle istituzioni.

Una utopia, per quanto concreta, che, dato il sistema elettorale e la mancanza di forze ampie che la sostengano, nell’immediato presente può consegnare il paese, e la Costituzione, alle destre? La neutralizzazione della Costituzione è perseguita da anni, con toni differenti, ma senza soluzione di continuità, dalle maggioranze di centrodestra e di centrosinistra, sino al governo di “unità nazionale” dell’agenda Draghi. Un governo di destra fa paura, ma fa paura anche questo scivolamento progressivo e avvitamento in se stesso del sistema in una spirale dantesca in cui, mentre letteralmente il caldo infernale ci avvolge, la guerra si normalizza, le diseguaglianze crescono, la democrazia si riduce a strumento dell’egemonia neoliberista.

Un fronte unico per l’attuazione effettiva della Costituzione, contro la guerra, alternativo al dominio della competitività in nome del profitto, non si vede; un mero apparentamento elettorale per far fronte alle costrizioni del Rosatellum (che abbiamo non per punizione divina ma per ignavia politica) rischia di fornire la sponda ad un altro passo nella rivoluzione passiva, di partecipare ad un gioco al ribasso che nel voler tutelare un livello essenziale di democrazia ne mantiene unicamente la parvenza, di occultare la necessità di alternative radicali. Occorre un po’ di speranza ribelle, il coraggio di dire no alla china mistificatoria del male minore, immaginare un futuro radicalmente diverso e iniziare a costruirlo, con chi, e da chi, lo sta praticando, nei conflitti sociali e ambientali, nella solidarietà, nella ricerca della pace.

La Costituzione si difende con chi la vive e attua, il nesso fra democrazia politica, economica e sociale richiede di preservare la democrazia parlamentare e insieme perseguire il progetto di emancipazione dell’art. 3, comma 2, ad evitare che la democrazia si riduca a maschera del potere; la sinistra si costruisce con un progetto chiaro di giustizia sociale e ambientale, con una fantasia della realtà che la dialettica della storia restituisce alla sfera del possibile. Un governo di destra fa paura, ma ancor di più è da temere la fine della speranza che possa esserci una via radicalmente alternativa allo stato delle cose presente.

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