LA STORIA INVENTATA, L’ALTERNATIVA CONGELATA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA STORIA INVENTATA, L’ALTERNATIVA CONGELATA da IL MANIFESTO

L’alternativa congelata, non domata

IMMAGINARIO. Oltre il dualismo tra collasso e rivoluzione, con «Le tre ecologie» Félix Guattari suggerisce una via trasversale. Avanzate e ritirate tra una strategia dell’alienazione e un’altra dell’espressione, dell’autonomia, della libertà e dell’uguaglianza

Roberto Ciccarelli  30/12/2022

L’altro mondo possibile che abbiamo cercato a Genova nel 2001 sembra evaporato. Vent’anni dopo è stato rovesciato nella percezione di un mondo catastrofico. Viviamo in un’impotenza organizzata che non è nuova, né pacificata. Fa parte di una storia che risale agli “anni d’inverno”.

Con questa definizione Félix Guattari, filosofo e psicoanalista francese, ha definito gli anni Ottanta e Novanta del XX secolo.

La ricerca dell’alterità di un mondo possibile, avvenuta prima e dopo il Sessantotto, è stata “congelata”, ma non domata. Da quel momento sono stati innumerevoli i tentativi di cambiare l’orientamento della “soggettività”, ovvero l’insieme dei processi che legano le forze del desiderio, della creazione e dell’azione ai mondi della produzione, del vivente, delle tecnologie e dei media.

Ci sono state avanzate e ritirate su un campo di battaglia dove si svolge una “guerra di posizione” tra una strategia dell’alienazione nella quale l’individuo si sottomette al modello della soggettività capitalistica e un’altra dell’espressione attraverso la quale ci riappropriamo di uno stato nascente, e singolare, dell’autonomia, della libertà e dell’uguaglianza. Una soggettività non è data in questo conflitto. Bisogna lavorarla, come si fa per l’energia o per l’alluminio. È una costruzione sociale e collettiva, non un’entità individuale predeterminata. Si esprime attraverso prassi politiche, e non solo nelle analisi sul lettino.

Pratichiamo la critica dell’economia soggettiva, e non limitiamoci a quella dell’economia politica, come ritiene un’interpretazione economicistica del marxismo per la quale la soggettività sarebbe una “sovrastruttura” mentre è una realtà produttiva composta da dispositivi, divenire e affetti che si dispiegano al di là dell’individuo, oltre il ricentramento dell’analisi sull’Io, l’adattamento della coscienza alla società e all’ordine significante.

Questo approccio materialistico permetterebbe di comprendere che la soggettività che siamo oggi non è destinata a darsi sempre nel ripiegamento su se stessa o in fantasie repressive, infantilizzanti e identitarie. Lo aveva intuito l’“altermondialismo” per cui la realtà non si univa al possibile nella necessità, ma era la necessità a unirsi al possibile nella realtà. Allora un altro mondo diventava possibile perché si era rotta la continuità di una storia monocausale dove tutto è dentro il Capitale, nulla si dà fuori di esso. Iniziava la crisi della prima fase della globalizzazione: l’“Impero”, o il Washington Consensus. L’appello alla possibilità di un altro mondo rimase però un’enunciazione nelle contestazioni dei vertici globali. L’11 settembre, e la “guerra infinita contro il terrorismo”, spezzarono il tentativo di sganciarsi dal fantasma di un Leviatano onnipotente che decide sulla vita e sulla morte.

Dieci anni dopo, a partire dalla crisi dei subprime e dei debiti sovrani, è spuntato un altro ritornello: “È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. La frase è stata attribuita a Mark Fisher o a Fredric Jameson, ma è stata scritta dal critico Bruce Franklin in un saggio sullo scrittore inglese James Ballard. È un’istantanea della passività fatalistica, della disillusione e dell’apatia in cui sprofondiamo. Per scuoterci ricorriamo alle categorie dell’apocalisse. Gli attivisti di “Extinction rebellion”, o di “Ultima generazione”, denunciano l’emergenza climatica che mette rischio la vita sul pianeta e invitano all’azione per arrestare il “genocidio delle generazioni più giovani”. Ampio è stato il dibattito sugli effetti di questi aut aut. Da un lato, si dice che il “collasso” è arrivato ed è necessaria una rivoluzione; dall’altro lato, la rivoluzione si blocca davanti a eventi irrapresentabili come la “fine del mondo”.

Nel libro Le tre ecologie (Edizioni Sonda) Guattari ha suggerito un modo diverso di affrontare il problema. Più che ragionare su dualismi binari oppositivi, sarebbe preferibile praticare una prospettiva trasversale che riunifica l’ecologia ambientale con quella sociale e mentale. L’ecologia ha bisogno di un’analisi della politica che ha accartocciato una soggettività in un guscio di paranoie che infestano il “capitalismo fossile”. E ha bisogno di una critica sociale della democrazia fondata sui valori di mercato.

Le tre ecologie si intrecciano grazie agli “operatori della soggettivazione”, coloro che fanno divenire altrimenti la forma capitalistica assunta dalla vita sociale. Tali sono stati gli “altermondialisti”. Il ruolo è stato ricoperto dalle trans-femministe e dai nuovi ecologisti. Molti altri attori si esercitano oggi in maniera puntuale e discreta.

Questi movimenti promuovono la differenza, la singolarità e l’utopia. Producono nuovi ritornelli e contagiano individui, classi e gruppi. Le loro operazioni vanno moltiplicate, trovate altre connessioni, affinché nuovi universi esistenziali autonomi risuonino dappertutto. Il problema non è sapere se organizzarci per costruire nuove macchine di lotta, ma annientare il razzismo, il sessismo o il classismo quando ne costruiamo una.

Una simile possibilità fa schiumare di rabbia i nemici. L’eliminazione del diritto federale all’aborto negli Stati Uniti è la prova della loro violenza. Speculazione, inflazione e guerra in Ucraina hanno rinviato sine die l’azzeramento della produzione di CO2. Si torna a rigassificatori e trivellazioni. Fare emergere la giovinezza del mondo è un duro lavoro politico permanente.

Meloni rivendica il Msi. La storia inventata e il partito impresentabile

COMMENTI. Il Msi non fu affatto «qualcosa di assolutamente presentabile» come sostiene Meloni. E purtroppo non si affacciò al governo solo nel 1994

Davide Conti  30/12/2022

«Me ne frego delle liturgie!», «onore ai fondatori e ai militanti!» e «non rinnego le mie idee!». Non sono cori da stadio da curva neofascista. Sono le dichiarazioni di Ignazio La Russa, Presidente del Senato, e di Isabella Rauti.

Sottosegretaria alla Difesa, Esponenti di primo piano della «comunità» post-fascista del governo Meloni. Entrambi hanno sentito il bisogno, nei giorni in cui ricorre il 75° anno della Costituzione nata dalla Resistenza, di celebrare la nascita del Msi ovvero di quel partito di reduci collaborazionisti di Salò che con la fondazione della Repubblica non ebbe mai nulla a che fare. A supporto di La Russa e Rauti è intervenuta ieri la Presidente del Consiglio (reduce dalle video-lacrime esposte al tempio ebraico di Roma) riproponendo falsi storici, omissioni e narrazioni posticce. E ora la Comunità ebraica di Roma e l’Unione delle comunità ebraiche tornano a condannare con forza questo «nostalgismo».

Rovesciando gli eventi ed il senso della storia, Meloni ha provato a sostenere che sia stato il Msi a «traghettare verso la democrazia milioni di italiani usciti sconfitti dalla guerra». Al netto dell’immaginario meloniano questo ruolo fondamentale venne svolto dai gradi partiti di massa antifascisti: Democrazia cristiana, Partito comunista, Partito socialista che assolsero il compito di socializzare ed alfabetizzare alla democrazia un popolo abituato da Mussolini, e dai suoi sottoposti come Giorgio Almirante, a «credere, obbedire e combattere»

Nella storia in versione meloniana, il Msi avrebbe «avuto un ruolo molto importante nel combattere la violenza politica e il terrorismo». Fu forse questo il senso del rientro nelle fila missine il 21 novembre 1969 del gruppo (fondato da Pino Rauti) Ordine Nuovo responsabile delle stragi di Piazza Fontana 1969, della questura di Milano 1973, di Piazza della Loggia 1974? Un rientro che «tutto il partito saluta con gioia», titolò Il Secolo d’Italia.

«Era un partito – ha insistito impavida Giorgia Meloni- che aveva la responsabilità di accompagnare persone che altrimenti avrebbero fatto scelte diverse». La realtà racconta che il Msi accompagnò questi figuri in ben altri lidi.

Alcuni direttamente in seno ai suoi organi dirigenti come Rauti, Carlo Maria Maggi (condannato per la strage di Piazza della Loggia del 1974 e nel 1969 già membro del comitato centrale missino) o Paolo Signorelli (membro del comitato centrale del Msi, condannato per banda armata e processato e assolto per gli omicidi dei giudici Mario Amato e Vittorio Occorsio nonché per la strage di Bologna). Altri in cosiddetti «corsi di formazione politica», come quelli di Cascia del settembre 1969 o di Rieti del settembre 1970 cui presero parte militanti e dirigenti missini quali Delfo Zorzi (processato e assolto per la strage di Piazza Fontana) e Massimiliano Fachini (condannato per banda armata e processato e assolto per le stragi di Piazza Fontana e della stazione di Bologna). Nel Msi militarono anche Stefano Delle Chiaie e Franco Freda, già iscritto al Fronte della Gioventù e poi individuato come uno dei responsabili della strage del 12 dicembre 1969.

Erano gli anni in cui Almirante, nel congresso nazionale del 21 novembre 1970, minacciava il Pci: «Noi prepariamo la gioventù all’eventualità di uno scontro frontale, on. Berlinguer!».

Gli stessi anni in cui, nella Tribuna Politica trasmessa sulla Rai il 25 maggio 1970, il segretario missino auspicava per l’Italia un colpo di Stato sul modello della Grecia dei colonnelli contro il comunismo. Gli stessi anni in cui, nel novembre 1971, il procuratore generale di Milano Luigi Bianchi D’Espinosa aprì un’inchiesta contro Almirante ed il Msi per ricostituzione del partito fascista a seguito delle continue violenze squadriste e degli attentati che videro protagonisti militanti ed esponenti del partito. Il 24 maggio 1973 la Camera dei deputati concedeva l’autorizzazione a procedere contro Almirante mentre il 6 giugno 1973 prese avvio il processo contro Ordine Nuovo che ne determinò poi lo scioglimento.

Il Msi non fu affatto «qualcosa di assolutamente presentabile» come sostiene Meloni. E purtroppo non si affacciò al governo solo nel 1994. In quell’anno, finite la Guerra Fredda e la «prima repubblica», gli eredi di Salò varcarono la soglia che nel 1960 era stata chiusa dal moto delle classi popolari che costò i morti di Reggio Emilia e della Sicilia, caduti sotto il piombo della polizia del governo Tambroni sostenuto dai fascisti in Parlamento. Un partito tanto impresentabile da spingere in quei giorni dirigenti della Resistenza come Sandro Pertini a ricostituire a Genova il CLN per impedire il congresso del Msi, in quella città medaglia d’oro della Resistenza dove i nazisti firmarono la resa nelle mani di un operaio comunista, il comandante partigiano Remo Scappini. Questo accadeva quando la storia aveva un senso sulla pelle viva del Paese.

Oggi, nel giorno in cui rivendica la propria identità postfascista, Meloni lancia la sua minaccia alla Costituzione attraverso l’indicazione del presidenzialismo come deformazione finale dell’eredità della Resistenza e come «messa a sistema» della disuguaglianza di genere, del classismo sociale e della discriminazione etnica dei migranti. Un programma impresentabile. Ieri come oggi.

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