LA SOCIETÀ MILITARE, STADIO EVOLUTIVO DEL CAPITALISMO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
19110
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-19110,single-format-standard,wp-theme-stockholm,wp-child-theme-stockholm-child,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.6,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.13,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-8.2,vc_responsive

LA SOCIETÀ MILITARE, STADIO EVOLUTIVO DEL CAPITALISMO da IL MANIFESTO

La società militare, stadio evolutivo del capitalismo

Opinioni Quello che Herbert Spencer non aveva considerato è che la regressione non avviene contro la società liberale, ma è da questa sostenuta e accompagnata. Quello che Herbert Spencer non aveva considerato è che la regressione non avviene contro la società liberale, ma è da questa sostenuta e accompagnata

Filippo Barbera  20/02/2025

Nel XIX secolo Herbert Spencer, filosofo e sociologo britannico, elaborò una teoria del cambiamento sociale basata su principi analoghi a quelli dell’evoluzione biologica. Nel suo piuttosto rozzo e semplicistico schema evolutivo, Spencer distingueva due principali tipi di società: la società militare, caratterizzata dal controllo gerarchico, dalla centralizzazione del potere e dalla subordinazione dell’individuo allo Stato per fini bellici e la società industriale, che rappresenta uno stadio più avanzato, fondato sul libero mercato e sulla specializzazione economica.

La società militare è organizzata secondo un modello autoritario, con un forte accentramento del potere nelle mani di pochi, una rigida disciplina e una struttura gerarchica simile a quella di un esercito. È, per così dire, una «società di istituzioni totali», basata sui principi del mondo manicomiale e carcerario descritto dal sociologo canadese Erving Goffman in Asylum (Einaudi, 1968).

Inoltre, dal punto di vista politico, essa si basa sul totalitarismo per come lo ha definito Hannah Arendt nel suo lavoro Le origini del totalitarismo (Edizioni di Comunità, 1951) e, quindi, anche sulla cancellazione della distinzione tra spazio pubblico e spazio privato.

Nel totalitarismo lo Stato si appropria della sfera privata, controllando ogni aspetto della vita individuale; il concetto di autonomia individuale è annullato e la sorveglianza capillare impedisce la protezione di spazi di libertà personale. Spencer sostiene che questo tipo di società sia caratteristico delle fasi più primitive dell’evoluzione sociale, in cui la sopravvivenza dipende dalla capacità di difendersi e conquistare risorse.

L’ingenuità della visione di Spencer è l’aver considerato la transizione dalla società militare a quella industriale come un processo evolutivo naturale, legato allo sviluppo economico e tecnologico. Secondo la sua idea, la società militare limita la libertà, mentre la società industriale favorisce la diversificazione sociale e l’autoregolazione del mercato. Dal punto di vista ideologico, Spencer era un forte sostenitore dell’individualismo e si opponeva all’intervento statale e al controllo centralizzato, che considerava forme di regressione verso il modello militare.

Nel contempo, egli aveva però avvertito che le guerre e le crisi economiche potevano causare regressioni verso strutture militari.

Ciò che non aveva considerato è che tale regressione non avviene contro le istituzioni del capitalismo, ma è da queste sostenuta e accompagnata. Oggi lo vediamo molto chiaramente. Dalla guerra, all’economia di guerra, alla militarizzazione della società il passo è molto breve. Vanno in questa direzione le dichiarazioni di Ursula von der Leyen di andare in deroga al patto di stabilità e crescita per incrementare le spese pubbliche nella difesa degli Stati membri, il voler piegare gli investimenti tecnologici e quelli sull’intelligenza artificiale all’industria militare e «per la difesa», la diffusione di corsi regionali per le «emergenza radiologiche e nucleari» (è il caso della Regione Lombardia), la repressione delle proteste e del conflitto sociale tramite l’istituzione di «zone rosse» nelle città, l’estensione dei poteri delle agenzie di intelligence verso Università ed Enti di ricerca, con l’introduzione di obblighi di collaborazione e di deroghe alla riservatezza.

La corsa verso la società militare, poi, avviene oggi in un capitalismo dove il ruolo delle tecnologie è molto più potente e pervasivo che in passato. Un tecno-capitalismo della sorveglianza e della concentrazione proprietaria, con la presa diretta del potere politico da parte di quello economico, senza nemmeno più intermediazione o nemmeno la fatica di sottostare ai riti e ai linguaggi democratici, come ha ricordato di recente Mario Ricciardi su questo giornale. Il peso della società militare trasforma la dottrina democratica in poco più che un reperto consegnato alla paleo-archeologia delle istituzioni occidentali.

Il passo di marcia verso la società militare non diminuisce la rilevanza della minaccia bellica, anzi aumenta le probabilità di normalizzare la guerra, di renderla non solo più probabile, ma di ricostruirne la legittimità culturale fin dentro il senso comune quotidiano. È, questo, un notevolissimo cambio di fase, una svolta non solo simbolica, ma sostanziale, che ci mette di fronte al regresso storico.

Non solo la storia non ha nessuna direzione o speranza intrinseca, dubbio che da qualche tempo ci aveva effettivamente sfiorato, ma anche il peggioramento delle condizioni pregresse è ormai del tutto plausibile. Per questo, dal punto di vista politico, occorre prendere atto che se l’opposizione alla guerra non è stata una ragione sufficiente per orientare le scelte degli elettori, il rifiuto della società militare e delle sue conseguenze non potrà non esserlo.

No Comments

Post a Comment

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.