LA SERVITÙ VOLONTARIA, UNA SFIDA AL PRESENTE da IL MANIFESTO e ANTIDIPLOMATICO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA SERVITÙ VOLONTARIA, UNA SFIDA AL PRESENTE da IL MANIFESTO e ANTIDIPLOMATICO

La servitù volontaria, una sfida al presente

Roberto Ciccarelli  02/10/2026

Itinerari critici Intervista a Paolo Napoli, dell’Ehess di Parigi, autore di «Carisma» (Quodlibet). Una riflessione proposta nell’ambito del «Seminario permanente di ontologia del contemporaneo»

Foto Getty Images – Foto Getty Images

Paolo Napoli  02/10/2026

Direttore di studi all’École des hautes études di Parigi

Nel fascismo che ha indossato nuove vesti oggi torna un nucleo oscuro: il desiderio di obbedire a un capo in base al carisma che esprime o gli viene riconosciuto. Ne parliamo con Paolo Napoli, direttore di studi all’École des hautes études di Parigi e autore di Carisma (Quodlibet, pp. 176, euro 16,00) che oggi a Roma terrà una relazione sul Discorso sulla servitù volontaria di Étienne de La Boétie nell’ambito del «Seminario permanente di ontologia contemporanea».

Il libro di La Boétie è sottotitolato «Contro l’Uno». Cosa rappresenta esattamente questo «Uno»?
Significa contrastare il dominio e soprattutto il pensiero di cui esso è l’espressione. L’Uno è stato inteso nei termini neoplatonici, cioè come un archetipo della vita reale, un’idea presociale e prepolitica del comando. Oggi questa forma della trascendenza ritorna nei vari autoritarismi esistenti. Il libro di La Boétie, pubblicato nel 1576, è utile per rovesciare i termini del problema. Di solito si crede che un potere esista perché da una posizione di dominio derivi l’obbedienza altrui. Invece è l’abitudine alla servitù che determina l’esistenza del dominio. Un’abitudine non è un destino, può essere contrastata e trasformata.

In quale modo?
Innanzitutto facendo una campionatura sociopolitica molto vasta di questo ritorno all’Uno. Nel seminario lo faremo analizzando i libri dello psicoanalista e psichiatra francese Christophe Dejours, dove il modello della servitù volontaria viene riproposto nelle relazioni di lavoro. Bisogna essere equipaggiati per poter smascherare l’Uno nelle sue forme più sottili, oltre che in quelle plateali.

La Costituzione italiana è stata scritta per impedire il ritorno dell’Uno, cioè del capo, del dittatore o del presidenzialismo. La tentazione di creare riforme ispirate a un «premierato» indica che qualcosa non ha funzionato?
Nonostante siano passati ottant’anni dalla creazione della Repubblica e i contropoteri esistenti, la politica degli ultimi decenni non ha permesso di creare gli anticorpi necessari per relegare la passione dell’Uno nell’archivio della Storia. Per questo oggi è necessario fare i conti con questa passione.

Nel suo libro propone di sottrarre il carisma al leaderismo e intenderlo come forza cooperativa e diffusa. Cosa significa?
Il carisma è uno degli attributi della personalizzazione del potere. Alla lettura genealogica l’apparente naturalità di questa nozione non regge. Alla base del carisma non c’è una proprietà soggettiva, né un modo di fare esclusivo. C’è una prassi collettiva e condivisa. Se rileggiamo la fonte originaria, San Paolo, che non a caso parla di carismi al plurale, questa differenza è evidente.

L’orizzonte di San Paolo è la teologia cristiana e culmina nell’Uno. Il suo mi sembra politico e intende contrastare l’Uno…
C’è una forte parentela tra alcune idee teologiche e quelle materialistiche. Bisognerebbe superare la divisione tra queste sfere di intervento. La questione che pongo è che non c’è un soggetto che può pretendere di incarnare l’Uno carismatico, ma esiste una prassi condivisa e diffusa in cui più soggetti, non necessariamente definiti, sono chiamati a creare un movimento di cooperazione. La cooperazione ha una finalità a seconda dei contesti. Può essere teologica nel caso di San Paolo. Tuttavia il carisma diffuso non risponde sempre alle necessità della teologia. Contro l’Uno e la sua sfera totalizzante sarebbe necessario riattivare una prassi che, assegnandosi scopi, obiettivi e risorse, riesca ad affermarsi.

Per fare cosa?
Per determinare collettivamente la libertà di tutte e tutti.

Questo vale anche per la sinodalità che analizza nel suo libro?
Sinodalità significa camminare insieme. Questa idea oggi ispira una fuga dall’Uno. È sorprendente constatare come essa provenga dal bacino discorsivo che per secoli ha incarnato il modello gerarchico, cioè la teologia cristiana. Ciò permette di spiegare perché oggi il potere avverta un’opposizione da parte della Chiesa. Io sono laico, ma riconosco in questa nozione, non poco avversata in ambito teologico, il tentativo di pensare il movimento collettivo e dargli una forma istituita.

Sostiene anche la necessità di riscoprire la democrazia consiliare…
Sì. Perché il cammino può ispirare una fuga non orientata all’Uno universale e assumere forme autonome. Nella democrazia consiliare c’è l’idea di autogoverno che si alimenta con il movimento della prassi collettiva. Oggi andrebbero individuate nuove forme istituzionali che determinino di volta in volta questo movimento.

Quali sono gli ultimi esempi?
L’esperienza degli anni Dieci di questo secolo sui beni comuni ha dato la stessa indicazione politica. Non andrebbe lasciata cadere perché è carburante utile per sostenere le prassi politiche. La Flotilla per Gaza è stata un modo per riproporle in un nuovo scenario.

Chris Hedges – Donald Trump e l’era del male

 Chris Hedges*  28/09/2026

Donald Trump presenta i tratti classici degli psicopatici: fascino superficiale, megalomania e senso di superiorità, bisogno di stimoli costanti, propensione alla menzogna, all’inganno e alla manipolazione, e incapacità di provare rimorso o senso di colpa.

Ma è malvagio?

Se, come scrive la filosofa Susan Nieman, il male non è semplicemente l’opposto del bene, ma gli è ostile, se lo scopo del male è distruggere ogni distinzione morale, allora Trump si qualifica come malvagio. La moralità, per Trump, è roba da perdenti. Tutta la vita è transazionale. L’interesse personale e l’arricchimento personale soppiantano ogni altra considerazione. Nessun altro conta.

Nel suo nuovo libro , “Call It Evil: Understanding the Trump Era”, Neiman sostiene che il male “non è crudeltà, ma qualcosa di molto peggio: le idee che permettono alla crudeltà di diventare ordinaria”.

E prosegue:

C’è una differenza tra definire un’azione malvagia e definirne un’altra un crimine. I crimini sono azioni per le quali abbiamo delle procedure, almeno per punirle, se non per prevenirle. Questo significa che un crimine può essere in qualche modo inserito nel resto della nostra esperienza. Definire un’azione malvagia significa suggerire che non può esserlo, e che quindi minaccia la fiducia nel mondo di cui abbiamo bisogno per orientarci. Non c’è un segnale di confine tra il male e l’orrore. Malvagio è ciò che dici quando ti si spalanca la bocca per lo stupore, quando senti che è stato oltrepassato un limite.

Trump oltrepassa ogni limite. Dichiara guerre per capriccio. Arricchisce se stesso e la sua famiglia con schemi di criptovalute, dai quali ha ricavato oltre un miliardo di dollari. Ordina assassinii e rapimenti di capi di Stato. Utilizza miliardi di dollari dei contribuenti per sostenere il genocidio in Palestina e da gennaio 2025 ha fornito a Israele oltre 20 miliardi di dollari in nuove vendite di armi. Smantella i dipartimenti governativi creati per aiutare i più vulnerabili e gonfia il bilancio della guerra. Crea forze paramilitari senza scrupoli per terrorizzare cittadini e immigrati. Attacca e tenta di censurare l’industria dell’informazione.

In breve, fa ciò che fanno tutti coloro che commettono il male.

Egli promuove un mondo in cui nulla è sacro e in cui la democrazia e le virtù civiche non esistono.

I concetti di equità, decoro, giustizia ed empatia vengono fatti implodere dall’amministrazione Trump. La sua minaccia di annientare l’Iran – ovvero di perpetrare un genocidio – annunciata nientemeno che alle Nazioni Unite, viene accolta con indifferenza da un pubblico reso insensibile dal suo vuoto morale.

«Una volta che la supremazia dell’interesse personale viene sancita come realismo di senso comune anziché come idea filosofica, capacità morali come l’empatia e la vergogna diventano non solo ingenue, ma addirittura sospette», scrive Neiman. «I sadici esistono e causano innumerevoli sofferenze. Ma le forme più comuni di male nascono dalla convinzione che solo gli stolti credano in qualcosa che non sia il proprio tornaconto».

Le istituzioni create per proteggere la democrazia, salvaguardare le virtù civiche, promuovere l’uguaglianza – tra cui i tribunali, gli studi legali, le università e i media, tutti ormai in mano alla classe dei miliardari – si sono rapidamente inginocchiate per ingraziarsi la Casa Bianca di Trump. I magnati della Silicon Valley hanno inondato lui e la sua campagna elettorale di milioni di dollari. Le presunte virtù che queste istituzioni e questi individui affermavano di difendere sono state abbandonate. Queste virtù, hanno dimostrato, non erano altro che marketing, performance artistiche, una farsa.

Per un pubblico infuriato, l’avidità e la crudeltà palesi di Trump sono preferibili all’ipocrisia subdola dei politici, repubblicani e democratici, che lo hanno preceduto. Non si abbandona alla loro finta empatia. Anzi, sembra incapace di empatia.

Quando la moralità diventa una cosa da stolti, la virtù perde ogni senso. Quando crediamo di dover accaparrarci tutto ciò che possiamo, anche a spese di chi ci sta intorno, ci arrendiamo al male.

“A differenza di tutti noi, lui manifesta costantemente la combinazione di motivazioni che, a detta di molti, sono le vere forze che guidano il comportamento umano”, scrive Neiman a proposito di Trump:

Non sembra nemmeno capire gli altri. Pur riconoscendo che gli altri, ovvero i perdenti, hanno delle norme, non ha idea di come funzionino, spingendo le persone a mettere da parte il proprio interesse personale per onorarle. Recitando sulla scena internazionale come i geni spietati di Richard Dawkins, ha attratto milioni di seguaci che ci dicono di ammirare la sua autenticità. Questo non significa che i suoi seguaci siano deplorevoli. Potrebbero non essere affatto malvagi, ma in un mondo in cui l’implacabile interesse personale è solitamente camuffato da colori tenui, trovano la sua franchezza rinfrescante. Hanno sentito così spesso dire che le persone nascondono il vero interesse personale che muove le cose, che sono sollevati nel vedere un uomo che non lo cela mai.

Il peggior male, sostiene Neiman, “potrebbe essere la negazione del male, così come il disprezzo per qualsiasi bontà che possa contrastarlo. Quando l’interesse personale diventa il fondamento della ragione, il male non ha più bisogno di giustificarsi. È già stato scambiato per razionalità”.

Questo male ci conduce lungo la ben nota strada verso il fascismo. Fu Mark Milley, presidente del Joint Chiefs of Staff durante il primo mandato di Trump, a metterci in guardia , definendo Trump “fascista fino al midollo”.

I media, troppo codardi per definire Trump un fascista, preferiscono la parola “autoritario”, che, come osserva Neiman, può essere un termine più accettabile, ma “non renderà il fascismo più sopportabile”.

L’autoritarismo, osserva:

[I]n una parola che può essere utile per descrivere certi professori tedeschi e i regimi militari latinoamericani più moderati. Ma un Paese in cui uomini mascherati deportano persone in terre desolate che non hanno mai visto? Truppe da combattimento occupano le principali città e sparano a cittadini che protestano pacificamente? Un governo che costringe i media, le università e altri Paesi a piegarsi alla sua volontà? Un esercito che fa saltare in aria i pescatori con le giustificazioni più futili, per poi iniziare il tipo di guerre che la Corte militare internazionale di Norimberga ha condannato? Come scrisse nel 1946, “Iniziare una guerra di aggressione non è solo un crimine internazionale, è il crimine internazionale supremo, che si differenzia dagli altri crimini di guerra solo perché racchiude in sé il male accumulato del tutto”. Sarebbe facile continuare, ma contare i crimini è inutile. Prima che queste parole vengano stampate, l’amministrazione avrà trovato innumerevoli nuovi modi per violare lo stato di diritto.

Siamo nei guai fino al collo.

Il degrado morale della nostra società preesisteva a Trump. Lui ne è la logica conseguenza. È l’apoteosi di una cultura in cui avidità, sfruttamento ed egoismo, i principi cardine del neoliberismo, sono elevati a forze determinanti dell’esistenza umana.

Dobbiamo reagire finché ne abbiamo la possibilità. Ma per farlo dobbiamo riappropriarci del linguaggio del bene e del male. Dobbiamo compiere scelte morali e accettare il sacrificio di noi stessi. Dobbiamo dare un nome alla desolazione che ci si presenta davanti, non distogliere lo sguardo dal monolite fascista che si sta erigendo.

Negare queste verità e rifiutarsi di opporsi al male ci condannerà alla schiavitù.

Esprimere queste verità e schierarsi dalla parte degli oppressi e degli emarginati, anche a costo della nostra sicurezza finanziaria e fisica, ci renderà liberi.

*Giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha ricoperto il ruolo di redattore capo per il Medio Oriente e per i Balcani. In precedenza, ha lavorato all’estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello Show The Chris Hedges Report.

Oggi all’Archivio Flamigni di Roma

Da oggi e per tutti i venerdì del mese (tranne il 9), l’Archivio Flamigni ospiterà gli incontri del «Seminario permanente di ontologia del contemporaneo», l’idea di un gruppo di antropologi, sociologi e filosofi che hanno immaginato uno spazio aperto a chiunque sia interessato a discutere della contemporaneità a partire dalla più generica delle domande «Che cosa sta succedendo adesso?». L’intervento di Paolo Napoli sul «Discorso sulla servitù volontaria» di Étienne de La Boétie si terrà questo pomeriggio alle 17 all’Archivio Flamigni in piazza Bartolomeo Romano 6 a Roma. Venerdì 16 Arianna Brunori (Villa Medici) interverrà a partire dal libro di Charlotte Beradt «Il Terzo Reich dei sogni». Venerdì 30 Massimo De Carolis (Università di Salerno) discuterà di «Pratica della democrazia, servitù volontaria, lavoro ed emancipazione» di Christophe Dejours.

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