LA SECESSIONE DEI RICCHI da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA SECESSIONE DEI RICCHI da IL FATTO

“L’istruzione regionale sarebbe un disastro. La Sanità torni statale”

GIANFRANCO VIESTI – “Ma quale efficienza? Zaia&C. vogliono più soldi e potere”

ANTONELLO CAPORALE  8 GENNAIO 2023

Il Covid è stato lo spartiacque, il test che ci ha mostrato la fragilità del sistema ospedaliero, l’anticamera di quel che oggi e soprattutto domani potrà essere: un sistema sostanzialmente in default, una rete di protezione sociale in tilt, nella sostanza inutilizzabile su parte del territorio nazionale.

Professor Gianfranco Viesti, il Covid ci ha proposto il panorama di una sanità arcobaleno. Ciascuno per la sua strada, secondo una singolare dottrina. Ricordo il Veneto che cercava vaccini per sé…

Ventuno cabine di regia distinte, altrettanti nuclei di virologi, ciascuno dei quali avanzava idee e strategie a volte singolari. E un ministro il cui compito sembrava quello di non turbare le Regioni. Un ministro che sfornava consigli, preghiere, proposte. Non decisioni.

La sanità deve ritornare nelle mani di Roma?

Mai procedere per disegni ritorsivi, non avrebbe senso. Ma esiste un’urgenza: bisogna cambiare la gestione del sistema sanitario. La politica sanitaria deve tornare ad essere esercitata dal governo nazionale e deve valere per tutto il territorio. Il ministro della Salute non dev’essere un buon uomo che dà consigli agli assessori regionali che poi decidono, magari sotto dettatura del proprio governatore, dove aprire l’ospedale, chi nominare primario e a quale famiglio far fare il direttore sanitario.

Le Regioni con l’autonomia differenziata chiedono altro potere e lei gliene vuole togliere?

Dobbiamo sfatare la favola che al decentramento regionale corrisponda maggiore efficienza. È una di quelle bugie storiche che nessuno ha mai iniziato a denunciare.

È il pilastro del federalismo!

Ma quando mai! Dobbiamo ridare alle città, il vero perno dentro cui si sviluppano poteri e rappresentanze comunitarie, spiccatamente territoriali, il ruolo che abbiamo loro tolto. E definire un destino per le province che oggi sono delle ombre inconsistenti. Belluno e Lecce, per dire, hanno problemi e peculiarità lontanissime da quelle di Venezia e Bari, i loro rispettivi capoluoghi di regione. E Milano e Pavia, due province contigue, hanno però l’indice del Pil ai due estremi. La prima è sul podio, la seconda è fanalino di coda. Avranno bisogno di cure opposte, penso.

Anche la scuola sarà un arcobaleno di materie, ruoli didattici, capacità di spesa.

L’autonomia regionale differenziata nella scuola è l’elemento più preoccupante di tutti perché mette a rischio l’intero sistema scolastico pubblico Un’istituzione, dall’unità fino ancora a oggi, fondamentale per il Paese. Lombardia e Veneto vogliono selezionarsi gli insegnanti, offrire a quelli oggi in servizio di passare alle regioni, farsi i loro programmi di insegnamento. Tanto potere per gli assessori meno per gli insegnanti perché si indebolirebbe il sindacato nazionale. E tanti soldi da gestire. Nei loro desideri, molti più del costo attuale della scuola in quelle regioni. L’Emilia non chiede di regionalizzare gli insegnanti ma vuole un fondo integrativo per i loro stipendi. Richieste che tutti i partiti dovrebbero giudicare totalmente inaccettabili

Il sindaco di Napoli ha tuonato contro questa nuova cupola, questo nuovo centralismo regionale.

L’elezione diretta dei presidenti delle Regioni ha promosso la nascita di tante satrapie che non trovano compensazioni territoriali. Un potere autonomo sempre più incoercibile e aggressivo.

Le burocrazie politiche regionali hanno quote di maggioranza dei partiti.

Bonaccini sta per prendersi il Pd nel cui territorio politico vive la bandiera autonomista dei De Luca e degli Emiliano. Zaia e Fedriga mungono la Lega, Forza Italia è inconsistente senza le munifiche riserve regionali.

Se questo è il quadro, la sua battaglia nasce persa.

Invece c’è nell’opinione pubblica un fastidio crescente che si sta convertendo sul tema della sanità in una paura vera che la tutela del proprio corpo e quello dei propri familiari sia messa in discussione da un apparato che non risponde più alle esigenze sociali. Un apparato fallito. E poi nel panorama politico c’è una doppia novità.

Quale?

I Cinquestelle non hanno ancora una burocrazia politica regionale che blocca e ostruisce iniziative di rottura. Hanno le mani libere e se capiscono che il terreno è fertile per raccogliere altri consensi allora penso che non si faranno scappare l’occasione per dare battaglia.

Basteranno i Cinquestelle?

Lei dimentica Giorgia Meloni e la storica diffidenza della destra verso queste forme anarcoidi di decentramento. Confido sulla sua buona memoria.

Il prossimo scontro è sulla scuola. L’Autonomia vuole farla a pezzi

LA CARICA DEL NORD – Il boccone più grosso. Un milione di dipendenti e una spesa enorme: fa gola ai “governatori”, però sui prof Calderoli rischia

VIRGINIA DELLA SALA  08/01/2023

Roberto Calderoli, con la legge quadro sull’autonomia depositata in tutta fretta a Palazzo Chigi per far contenta la Lega dei territori (Luca Zaia&C.), ha aperto il vaso di Pandora: malumori nella maggioranza, rivolta degli amministratori locali, opinione pubblica che inizia a svegliarsi. Il terreno di scontro più duro, che è poi pure il boccone più succulento per i “governatori”, sarà la scuola: regionalizzarla significherebbe creare 21 sistemi diversi di reclutamento, retribuzione, organizzazione, contrattualistica e, in definitiva, didattica.

L’istruzione, d’altra parte, fa gola: dopo la previdenza, è l’ambito amministrativo di maggior spesa per lo Stato, per i soli stipendi dei lavoratori del settore si spendono circa 45 miliardi di euro l’anno. E ancora: alla scuola fa capo un milione di dipendenti circa sui 3,2 di tutta la Pa. La portata di questa decisione è insomma anche il motivo per cui proprio sulla scuola c’è uno stallo, per non dire scontro, tra le diverse anime del governo. Al punto che lo stesso ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, tirato in ballo ripetutamente sul tema non si è mai ancora sbilanciato e quando lo ha fatto ha preso tempo o ribadito l’intenzione di non regionalizzare gli stipendi.

Il frettoloso Calderoli – che su questo è riuscito a risvegliare persino la sonnolenta opposizione – rischia di andare a sbattere proprio su uno dei bersagli più grossi degli “autonomisti” ovvero l’opportunità di trasferire piena competenza alle Regioni sull’ultimo settore statale ad alta intensità di lavoro (e di sindacalizzazione) e maggiore costo.

Che la scuola sia un obiettivo di Zaia e gli altri non è in discussione. Il passaggio di competenze era già negli accordi preliminari stretti, a febbraio 2018, da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna col governo Gentiloni. Il presidente veneto Zaia chiese di inserirla con la formula “norme generali sull’Istruzione”, perifrasi che lascerebbe amplissima libertà decisionale, dall’offerta formativa alla didattica annuale e non ha cambiato idea. L’Emilia Romagna di Bonaccini, invece, nonostante fosse sulla stessa linea, ora potrebbe adeguarsi alle proposte del Pd che mira ad escludere istruzione e sanità dal tavolo dell’autonomia. Ad ogni modo, il disegno di legge Calderoli prevede, a un certo punto, il superamento del criterio della spesa storica (che già favorisce il Nord) in favore di costi e fabbisogni standard e dei Livelli essenziali di prestazione che saranno però stabiliti senza che il Parlamento possa intervenire più di tanto. A questo, aveva detto lo stesso Calderoli, si sommano i tributi propri, le compartecipazioni delle Regioni stesse. Anche questa componente potrebbe generare disparità tra le Regioni sull’Istruzione.

In termini pratici, le incognite riguardano il reclutamento, la mobilità dei docenti, in parte la didattica e (è un rischio) anche la parte stipendiale e della contrattazione. L’obiettivo più naturale, per le Regioni, è garantire le coperture di tutte le cattedre già a inizio anno, di fatto pensando a un sistema di chiamata diverso da quello nazionale. A questo si aggiunge il rischio che, attraverso i contratti integrativi, si finisca per creare un divario salariale di fatto tra personale scolastico di diverse Regioni. Anche la mobilità del personale sarebbe fatalmente limitata, magari anche introducendo ostacoli d’ingresso a chi è già di ruolo. E ancora: se non la didattica in quanto contenuto – che resta di competenza statale – le Regioni avrebbero autonomia sull’organizzazione, dal numero di alunni per classi al numero degli insegnanti, dalle attività ai progetti.

Insomma, il rischio di avere 21 sistemi scolastici diversi esiste eccome, anche se il ministero continua a promettere che “non è in discussione l’uniformità del sistema di assunzione del corpo docenti, così come dei programmi scolastici” (parola della sottosegretaria all’Istruzione Paola Frassinetti), mentre il ministro Valditara, in commissione Cultura, ha ribadito che stipendi e programmi non saranno appannaggio delle Regioni. Affermazione che – se il ddl Calderoli resta quello e le bozze d’intesa pure – rischia di non essere vera a lungo.

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