LA PROTEIFORMITÀ DEL CAPITALISMO da BLOGFRANCOSENIA e 18BRUMAIO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA PROTEIFORMITÀ DEL CAPITALISMO da BLOGFRANCOSENIA e 18BRUMAIO

La Plastica del Capitalismo
Fabien Eloir  2 AGOSTO 2022

Duecento anni dopo la sua nascita, avvenuta in Occidente nel XIX secolo, il capitalismo è ora diventato una cultura in senso lato, un modo di vivere e un’ideologia. Ora, esso attraversa ogni sfera della società, il mondo del lavoro e quello della politica. E pervade anche l’infanzia, l’educazione e la famiglia. Da quella nascita nel 1800, innumerevoli opere, dal Capitale di Karl Marx al Capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty, ne hanno fatto oggetto di studio, riflessione e dibattito. Pubblicato nel gennaio 2022, il libro di Denis Colombi si iscrive pertanto in una lunga sequenza di opere, senza però esitare a riproporre un tema su cui molto – se non tutto – sembra essere stato detto. L’autore non propone una ricerca originale, con dei nuovi dati empirici, come fanno molti sociologi. Per trattare l’argomento, sceglie il formato del saggio. Già dal titolo, pone una domanda in qualche modo provocatoria, che vuole sfidare e coinvolgere il lettore: «Perché siamo capitalisti?», affrettandosi poi  a specificare con un «(nostro malgrado)». Nel cercare di rispondere alla sua domanda, definisce il capitalismo come una specifica forma di organizzazione della sfera economica (p. 15). Tuttavia, sottolinea che non si limita ai mercati, alle imprese, alla proprietà privata dei mezzi di produzione, dal momento che consiste anche in un comportamento specifico che si pone alla ricerca del profitto fine a sé stesso, li quale non è limitato solo ai ricchi, ai padroni o ai finanzieri. Inoltre, si avvale di una conoscenza approfondita della letteratura sociologica che, per decenni, ha cercato di descrivere la nostra società occidentale da ogni angolazione.

Giocare a Monopoli, il capitalismo nella vita quotidiana
Il problema affrontato non è di poco conto: più o meno, si tratta di entrare nella «fabbrica dell’homo œconomicus». A quindici anni dal saggio di Christian Laval dal titolo “L’Homme économique : Essai sur les racines du néolibéralisme” (NRF Essais, Gallimard, 2007), l’originalità del libro di Denis Colombi consiste nel fatto che esso non si basa su una rilettura dei grandi pensatori del liberalismo, da Mandeville ad Adam Smith passando per Jeremy Bentham, ma sul lavoro dei sociologi contemporanei circa la scuola, il lavoro e le disuguaglianze. Inoltre attinge anche ai numerosi risultati della sociologia economica, che è stata ampiamente rinnovata a partire dagli anni Ottanta, grazie a una serie di riflessioni sul mercato, sui prezzi, sullo Stato e sulle imprese. Il saggio, sia nella forma che nel contenuto, si rivolge comunque al grande pubblico. Vengono utilizzati Émile Durkheim, Max Weber, Karl Polanyi e Pierre Bourdieu, sempre a ragione, insieme alle serie Star Trek e Black Mirror, al film The Wolf of Wall Street e al gioco da tavolo Monopoly (p. 17), il quale funge da filo conduttore per tutto il libro. Dato l’argomento, l’uso di numerosi riferimenti alla cultura popolare occidentale non è incongruo. Anzi, al contrario. Perché siamo capitalisti? Perché vi siamo immersi quotidianamente, sia a causa delle nostre attività professionali, sia nel tempo libero. In realtà, dire che il capitalismo è un regime economico specifico sarebbe riduttivo. Dopo più di duecento anni che esiste, è diventato anche una cultura in senso lato – in tutte le sue componenti -, è diventato un modo di vivere, un’ideologia (p. 86). Attraversa tutte le sfere della società, il mondo del lavoro e della politica, ma anche quelle dell’infanzia, dell’educazione e della famiglia. Il capitalismo è ormai diventato un fatto sociale totale, secondo Marcel Mauss, e Denis Colombi si propone di dimostrarlo passo passo, e soprattutto a partire «dal basso». Mentre ci sono numerose opere di scienze sociali  che cercano di descrivere e analizzare il sistema capitalistico e i suoi effetti su scala macro, l’autore sceglie di affrontare l’argomento dall’altro lato, a partire dai nostri comportamenti individuali, per poi spiegare come essi siano impregnati di capitalismo, e tutto questo «nostro malgrado».

La socializzazione economica, come viene modellato l’homo œconomicus
Il saggio è suddiviso in cinque capitoli. Il primo descrive il comportamento del capitalista: razionalizzare, massimizzare e ricercare il profitto. Viene mostrata quella che è l’artificiosità di tale comportamento, anche se esso viene comunemente presentato come se fosse naturale per l’uomo. L’Homo oeconomicus è una favola, un essere irrealistico, persino immorale e ripugnante, ma oggi chi mai negherebbe che una parte del suo comportamento è presente in ciascuno di noi? Il secondo capitolo è consacrato al lavoro, e più precisamente al modo in cui lo concepiamo. Denis Colombi chiede «perché ci alziamo al mattino?» mostrandoci come ad arruolarci e a spingerci sia la forza dell’ideologia, facendolo a tutti i livelli di quella che è la divisione del lavoro, ponendola come valore morale essenziale e come principio di giustizia, tale da giustificare le disuguaglianze economiche. Il terzo capitolo si addentra ancora più a fondo nel cuore del funzionamento del capitalismo. Qui si trovano i processi di socializzazione che spiegano il «nostro malgrado». Infatti, i comportamenti capitalistici non sono naturali, ma vengono appresi; cosa che fa dire all’autore che «se agiamo in accordo con il capitalismo, ciò avviene perché siamo stati preparati e addestrati a farlo» (p. 150). Questa socializzazione economica determina tutta una serie di disposizioni al calcolo, e ci spinge a prendere fin da piccoli coscienza del denaro e delle disuguaglianze economiche, portandoci a vedere il mondo come se fosse interamente calcolabile. Il quarto capitolo è interamente riservato al modo in cui ci troviamo immersi nel capitalismo grazie alla frequentazione della sua istituzione centrale, il mercato, il quale disciplina il nostro comportamento. Perché «non si può sfuggire al mercato» (p. 221), le cui regole del gioco sono stabilite dallo Stato. In tal senso, è stata una delle grandi conquiste della sociologia economica l’aver abolito la separazione tra pubblico e privato, tra Stato e mercato; soprattutto negli anni ’80, quando il neoliberismo è diventato l’ideologia delle classi superiori e della tecnocrazia. Il mercato appare pertanto per quello che è: un’organizzazione economica storicamente posizionata, e favorevole allo sviluppo del capitalismo. Ciò che la dottrina neoliberale produce, è l’estensione dei mercati. Ma gli studi storici dimostrano anche che non esiste un solo capitalismo, bensì diversi, il più recente dei quali è caratterizzato dalla finanziarizzazione dell’economia, attraverso il potere degli azionisti sulle imprese; ma anche dalla finanziarizzazione della società, attraverso la finanziarizzazione della vita quotidiana, con la generalizzazione dell’accesso alle banche, al credito o ai mercati finanziari.

Verso una mutazione del capitalismo, una “realtà di plastica”?
Il quinto capitolo non può fare altro che trarre una conclusione fatalista: a fronte dei meccanismi che producono il nostro comportamento economico, «siamo condannati a essere capitalisti» (p. 286). Ciononostante, Denis Colombi si sforza comunque di pensare al «prossimo passo». Si possono pertanto pensare diversi scenari, a diverse «prove» – come direbbe la sociologia pragmatica – alle diverse difficoltà che possono influenzare il capitalismo. In primo luogo, lo scenario dello status quo e del proseguimento del sistema così com’è. Questa traiettoria appare come piuttosto improbabile, a causa della crisi ecologica e della finitezza del nostro pianeta, che contraddice alla ricerca infinita del profitto. Il secondo scenario è quello del superamento del capitalismo, e della sua scomparsa. Ma ci sono due ostacoli che intervengono e rendono incerto questo percorso: da un lato, la storia ha dimostrato che le rivoluzioni sono dei processi a lungo termine, e che gli individui non possono essere de-socializzati e ri-socializzati da un giorno all’altro; d’altra parte, del resto, non esiste (ancora) un’«utopia realista» che sia sufficientemente potente, e condivisa, in grado di proporre un sistema sostitutivo (per quanto il «salario a vita» possa essere visto come un tentativo). Infine, il terzo scenario, probabilmente il più probabile, è quello di una nuova mutazione del capitalismo, come è avvenuto più volte nel corso della sua storia.
Il capitalismo è una «realtà plastica» (p. 295), e pertanto lo è anche il nostro comportamento economico. Tuttavia, aspettarsi che gli individui cambino il proprio comportamento, e smettano di comportarsi come capitalisti è una strada senza via d’uscita; un vicolo cieco. Come dimostrato da tutto il ragionamento «dal basso», di Denis Colombi, gli individui vengono agiti, assai più di quanto essi non agiscano. Possono, ovviamente, prendere coscienza di ciò che stanno facendo, e trasformarsi (ed è questo è l’argomento del libro). Ma finché le istituzioni sociali ed economiche continueranno, soprattutto attraverso lo Stato, a organizzarsi nella forma di un mercato che implica il fatto che gli individui debbano fare delle scelte a partire dal proprio interesse, l’homo œconomicus continuerà ad avere ancora molti anni di fronte a sé. E allora… «che ne facciamo del capitalismo» (p. 303) e che ruolo assegniamo ai mercati?

Limitare il capitalismo, (ri)costruire la società
L’attuale capitalismo finanziarizzato, insieme ai comportamenti economici che promuove (speculazione, ricerca del profitto per il profitto) possono essere considerati, dal punto di vista sociologico, in termini di «devianza» (p. 311). Infatti, sconvolgono la vita quotidiana di milioni di persone e l’ecosistema planetario. Non si potrebbe allora – nel caso si decida di lasciarli funzionare – fare in modo che disturbino il meno possibile la vita degli altri? La questione diventa pertanto quella di chiedersi che posto assegnare al comportamento capitalistico. A partire dal fatto che l’autore non smette mai di sottolineare la sua opinione. Egli sostiene che se, da una parte, il nostro comportamento è capitalista, allo stesso tempo esso non lo è mai del tutto, ma solo in una certa misura. Gli individui sono perciò soggetti a una socializzazione plurale che li porterebbe a integrare il loro comportamento con altri valori, diversi da quelli del calcolo e della massimizzazione, sia che si pensi alla logica dello scambio di doni, all’aiuto reciproco, all’amicizia o più generale alla solidarietà, tutte cose che non sono meno importanti per (ri)creare la società. In definitiva, il saggio di Denis Colombi svolge un buon lavoro nel trattare l’argomento. Di fronte al processo di trasformazione in atto del capitalismo, riesce ad aprire gli occhi sui nostri comportamenti quotidiani, facendoci riflettere su ciò che accade. Il testo è di facile lettura e scritto in modo pedagogico. Non è mai teorico e si limita a definire in poche e chiare righe i concetti che utilizza. Soprattutto, predilige la dimostrazione attraverso l’esempio. Per gli specialisti della letteratura di sociologia economica, questa lettura non offre un particolare valore aggiunto. L’autore non fornisce nuovi risultati di ricerca. D’altra parte, per il lettore che desidera essere introdotto a questa corrente di pensiero, la sociologia economica, e ai suoi autori fondamentali, come Mark Granovetter, Neil Fligstein, Jens Beckert, Lucien Karpik o Michel Callon, il libro offre una vera e propria sintesi, dettagliata e vivace, di opere che gettano uno sguardo originale sull’economia. Inoltre, fornisce una prospettiva interessante su tutta questa letteratura, mostrandone l’interesse e la portata per la comprensione dell’economia contemporanea e del suo potere, ma anche del nostro comportamento economico capitalistico, visto in tutti i suoi eccessi e assurdità («nostro malgrado»).


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 Olympe de Gouges   6 agosto 2022

Non va dimenticato che l’unica ragione d’essere di un’azienda privata è quella d’arricchire i propri investitori. Nell’insieme, è un fatto logico e necessario, ragione fondamentale di vita del capitalismo e dei suoi patrocinatori, i quali fanno il loro mestiere. Non è nemmeno scontato che essi debbano continuare ad esistere.

«Se la storia c’è insegnato qualcosa, è che nell’intima danza tra il potere statale e quello aziendale quest’ultimo, benché possa essere regolamentato, vi si oppone con tutte le risorse di cui dispone.

[…] Quando gli storici discutono dell’eredità del colonialismo britannico in India, di solito citano la democrazia, lo stato di diritto, le ferrovie, il tè e il cricket. Ma l’idea della società per azioni è forse una delle più cruciali esportazioni britanniche in India, e ha cambiato l’Asia meridionale, nel bene o nel male, più di ogni altra nozione europea. La sua influenza supera certo quella del comunismo o del cristianesimo protestante, forse anche della democrazia.

[…] Questo non dovrebbe sorprendere: come osservato recentemente Ira Jackson, l’ex direttore del Center for Business and Government di Harvard, le società di capitali e chi le controlla hanno ormai “sostituito la politica i politici … Come i nuovi sacerdoti e oligarchi del nostro sistema”. Furtivamente, le società governano ancora le vite di una porzione significativa della razza umana.

[…] Nel ventunesimo secolo una grande società di capitali può ancora sopraffare o rovesciare uno Stato con la stessa efficacia della Compagnia delle Indie orientali nel Bengala del Settecento.

[…] Walmart, che è [era] la più grande società del mondo in termini di fatturato, non include tra le sue attività una flotta di sottomarini nucleari, e né Facebook né Shell possiedono reggimenti di fanteria. Eppure la Compagnia delle Indie Orientali – la prima grande società multinazionale della storia – è stata il modello e il prototipo ultimo di molte società per azioni di oggi. Le più potenti tra loro non hanno bisogno di armate proprie: possono contare sui governi per proteggere i propri interessi e farsi salvare dal fallimento» (*).

Il sistema imperialistico delle multinazionali è un fatto storico, non una chimera cervellotica e complottistica come pretenderebbero far credere gli “onesti borghesi”.

L’evoluzione del processo storico mi pare evidente: una dittatura economica sempre più speculativa, sfruttatrice e devastatrice, gestita politicamente da omini di paglia arcigni e pericolosi ci sta portando diritti verso la catastrofe e l’annientamento.

Nell’epoca degli algoritmi efficienti e ordinatori non abbiamo più bisogno di azionisti privati e della gestione sovrastrutturale borghese. Perciò, facendo tesoro delle esperienze del passato, possiamo intraprendere una strada diversa, quella dell’effettiva socializzazione dell’economia e del mutualismo sociale. Non sarà un percorso facile, non sarà indolore, l’esito non è scontato. Non vedo altre opzioni.

(*) William Dalrymple, Anarchia. L’inarrestabile ascesa della Compagnia delle Indie Orientali, Adelphi 2022, pp. 491-93.

1 commento:

E. Bignami7 agosto 2022 08:54

https://thewalkingdebt.org/2021/01/11/il-lunghissimo-xix-secolo-1870-2020-150-anni-di-globalizzazione-bici-star-system-e-tassi-dinteresse/

https://thewalkingdebt.org/2021/08/23/la-nazione-globale-la-strada-verso-lassolutismo/

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