LA PACE SI COSTRUISCE SOLO CON UNA CONFERENZA INTERNAZIONALE da IL MANIFESTO e S. ISAIA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA PACE SI COSTRUISCE SOLO CON UNA CONFERENZA INTERNAZIONALE da IL MANIFESTO e S. ISAIA

La pace si costruisce solo con una Conferenza internazionale

CONFLITTO. Quel che in questo tragico quadro manca del tutto è una prospettiva che si ponga per obiettivo il superamento della guerra, il ripristino di rapporti che assicurino la pace duratura tra le Nazioni.

Gaetano Azzariti  07/10/2022

Ormai la guerra è totale. Da un lato, il referendum farsa e la dichiarazione di annessione “irreversibile” dei territori occupati, dall’altro un atto presidenziale che stabilisce la definitiva “impossibilità di intrattenere negoziati” con il nemico. Nel frattempo, sul campo, gli eserciti si affrontano con diverse fortune (in questo momento è l’armata russa che sembra in difficoltà), nella prospettiva di una guerra di lunga durata. Sempre che non si realizzi la follia – oscenamente ipotizzata – dell’apocalisse nucleare, contro l’umanità: “Dove fanno il deserto, lo chiamano pace”.

In questa situazione è massima la responsabilità della comunità internazionale. Sino ad ora si è limitata a schierarsi, a prendere una parte tra i due soggetti in conflitto.

La grande maggioranza delle Nazioni condannando la Russia per l’invasione (141 Stati, secondo una risoluzione assunta dall’Assemblea dell’Onu), una minoranza astenendosi (35 Stati) ovvero giustificando l’occupazione dei territori ucraini (5 Stati). Ma è sul piano diplomatico che è parsa del tutto insufficiente l’azione dei Paesi non belligeranti. Non si registrano serie iniziative, fatte salve le improbabili iniziativa di mediazione, affidata principalmente alla Turchia dell’autocrate Erdogan, arenata prima ancora di nascere; ovvero le misteriose interlocuzioni della Russia con le potenze orientali, le quali tentano di frenare gli “eccessi” ma, al tempo stesso, stringono rapporti commerciali sempre più intensi.

Certamente non possono essere annoverate tra le iniziative diplomatiche per far cessare la guerra in corso tutte quelle decisioni, pur così rilevanti, assunte dai Paesi del Nord Atlantico di sostegno armato ad una delle due parti in conflitto, quella ritenuta a buon diritto aggredita. Al di là di ogni possibile giudizio costituzionale, giuridico, politico, strategico, militare o etico che si pone a fondamento della consegna delle armi agli ucraini, non si può pensare che questa sia la via per giungere a ristabilire rapporti pacifici tra le Nazioni.

In caso, si punta a vincere la guerra e sconfiggere il nemico sul campo di battaglia, costi quel che costi, hors-la-loi e hors-l’humanité. Così anche l’aumento delle spese militari, la corsa al riarmo e il rafforzamento della Nato, con l’ingresso di nuovi paesi sino ad ora rimaste neutrali, sono misure assunte nella prospettiva di una possibile escalation. Anche in questi casi, al di là di ogni giudizio o auspicio, misure che devono farsi rientrare in uno scenario che sconta il proseguimento del conflitto armato ed anzi la possibilità di una sua estensione.

Quel che in questo tragico quadro manca del tutto è una prospettiva che si ponga per obiettivo il superamento della guerra, il ripristino di rapporti che assicurino la pace duratura tra le Nazioni. In fondo è questo il compito che lo Statuto delle Nazioni Unite affida agli Stati non belligeranti, i quali – ai sensi degli articoli 33 e 52 – devono anzitutto perseguire una soluzione mediante negoziati, accordi o altri mezzi pacifici di loro scelta.

Un tipo di azione non armata, ma tanto più necessaria in assenza di un intervento diretto del Consiglio di Sicurezza, paralizzato dalla sciagurata regola dell’unanimità di voto dei membri permanenti (ex art. 27). Un intervento reso ancor più urgente dalla chiusura di ogni canale o possibilità di accordo tra le due parti in guerra, che non può che essere intesa come un preannuncio di una lunga guerra di trincea, una guerra disumana e “senza fine”.

Non voltarsi dall’altra parte, come si suole ripetere invocando solidarietà per l’aggredito, non può voler dire esclusivamente fornire armi per proseguire la guerra, ma anche e soprattutto fare di tutto per rimuovere le cause del conflitto e giungere ad un nuovo equilibrio che coinvolga non solo le Nazioni belligeranti, ma l’intera comunità internazionale. Se è dunque vero che la guerra non è solo “affar loro”, costruire la pace è un “nostro” preciso dovere. Ecco il punto decisivo su cui dovremmo soffermarci di fronte alla drammaticità dei fatti.

Una precisa strada è stata indicata, sin dall’inizio del conflitto armato proprio da questo giornale, rilanciata ora con forza da Europe for Peace. Una proposta che, nell’ostinato silenzio di chi ha responsabilità di governo, in forme diverse è stata fatta propria anche dalla più alta autorità politica del nostro paese (Mattarella di fronte al Parlamento del Consiglio d’Europa) e dalla massima autorità religiosa del pianeta (Papa Francesco in molte occasioni).

La richiesta è quella – rivolta ai Governi, ma anche ai popoli – di promuovere una conferenza internazionale per garantire la pace e la sicurezza tra le Nazioni. Non è un compito facile, ma è questo ciò che spetta fare alla comunità internazionale in una situazione di stallo bellico e di incerto futuro come è quella attuale.

Non si dica che è pura utopia, in caso è sano realismo. È la storia, infatti, che ci insegna che non si è mai conclusa una guerra senza un’equilibrata e stabile intesa tra le parti. Senza un accordo generale potremmo avere solo una serie di tregue armate, in attesa dei successivi conflitti. Una conferenza internazionale che definisca un nuovo scenario e impegni tutti i Paesi al reciproco rispetto, sottoscrivendo un patto di convivenza tra i popoli e le Nazioni, è la forma giuridica che la storia ci ha consegnato: da Qadeš ad Helsinki.

LA RANA E L’APOCALISSE NUCLEARE

 

Sebastiano Isaia  07/10/2022

 

Se siete tentati di correre giù in strada gridando
“L’Apocalisse è vicina!”, provate a ripetere a
voi stessi: “No, non si tratta di questo. La verità
è che non capisco cosa stia accadendo nel mondo”.
Yuval Noah Harari.

Noi non affrontavamo un rischio da Armageddon
nucleare dai tempi del 1962 con Kennedy e la crisi
missilistica di Cuba.
Joe Biden.

Ora che è stata ampiamente sdoganata la possibilità di una guerra mondiale combattuta anche con il prezioso ausilio delle bombe atomiche (“tattiche” o “strategiche” che siano), la celebre tesi secondo la quale per la gente è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo ha acquisito una precisa, quanto tragica, pregnanza e un’attualità che anche durante la fase più critica della crisi pandemica, con la conta giornaliera dei morti e dei feriti, nessuno aveva pensato potesse avere. Come salvarci in caso una bomba atomica malauguratamente esplodesse nelle nostre vicinanze? Fare gli scongiuri? Sperare nel Signore dei venti (come ai bei tempi di Chernobyl)?  Correre come fulmini dentro i comodi rifugi antiatomici che abbiamo (?) avuto l’eccellente e previgente idea di comprare? Insomma, che fare? Tutti i quotidiani oggi cercano di dare una risposta intelligente (cosa a dir poco ardua!) a questa terribile domanda che ovviamente circola anche in televisione, nei “social” e ovunque esista gente che vuole essere in qualche modo rassicurata – o da terrorizzare, dipende da cosa si vuol ottenere dalla cosiddetta opinione pubblica.

La soglia della nostra sopportazione psicologica si è dunque alzata ancora di un altro tot, e l’umanità rischia davvero di fare la fine della famosa rana che a furia di adattarsi alla temperatura dell’acqua messa a scaldare nella pentola, troppo tardi si accorge di essere stata bollita. È quel che accade quando si grida L’Apocalisse è vicina! senza capire che l’Apocalisse, qui intesa come immane catastrofe, è già arrivata, e da molto, troppo tempo. L’Apocalisse non è incombente: è in corso. Ciò che deve “arrivare” è piuttosto la fine di questo capitalistico mondo. Arriverà? Riformulo la domanda: la metaforica rana è ancora viva? è in grado di saltare fuori dal pentolone prima che sia troppo tardi? «Lo scopriremo solo vivendo». Appunto, solo vivendo…

«La Nato dovrebbe rendere impossibile alla Russia l’uso di armi nucleari, servono degli attacchi preventivi» (Volodymyr Zelensky). «Zelensky ha dichiarato la necessità di attacchi nucleari preventivi sulla Russia. Gli psichiatri educati dovrebbero eseguire una trapanazione preventiva del cranio su questo idiota» (Dmitry Medvedev). Diciamo pure che i protagonisti della tragedia non sono all’altezza della situazione. Ma potrei anche sbagliarmi. E di molto.

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