LA MISSIONE IMPOSSIBILE TRA REINDUSTRIALIZZAZIONE E CASINO-CAPITALISMO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA MISSIONE IMPOSSIBILE TRA REINDUSTRIALIZZAZIONE E CASINO-CAPITALISMO da IL MANIFESTO

La missione impossibile tra reindustrializzazione e casino-capitalismo

Trumpnomics Sembra incredibile che qualcuno abbia preso sul serio l’obiettivo di Dollar Trump di ridurre la voragine del debito statunitense (36mila miliardi di dollari) e, allo stesso tempo, reindustrializzare questo Paese dove l’industria ha un peso sul Pil pari a meno dell’11%

Tonino Perna  09/08/2025

Sembra incredibile che qualcuno abbia preso sul serio l’obiettivo di Dollar Trump di ridurre la voragine del debito statunitense (36mila miliardi di dollari) e, allo stesso tempo, reindustrializzare questo Paese dove l’industria ha un peso sul Pil pari a meno dell’11%, contro il 20 per cento del Giappone, il 23 per cento della Germania e dell’Italia, e oltre il 27 per cento della Cina.

Anche sul piano occupazionale il contributo dell’industria manifatturiera è molto al di sotto della media dei paesi industrializzati: l’8,5 per cento del totale degli occupati contro il 14,5 per cento della Ue e il 24 per cento della Cina.

Anche il Regno Unito punta alla reindustrializzazione dato che la sua industria manifatturiera pesa meno dell’8 per cento sul Pil e occupa la stessa percentuale. Ma, il governo inglese non pensa di ritornare al XIX secolo quando era leader mondiale nel tessile o nella produzione di carbone, né pensa che siano efficaci i dazi per proteggere la sua industria, punta piuttosto sulle energie pulite, su R&S (ricerca e sviluppo) e innovazione, sull’alta formazione e sulla produzione di tecnologia avanzata, compreso il settore militare.

Nella storia contemporanea non si è mai registrato un caso di reindustrializzazione su vasta scala che punti sull’industria di base (acciaio e gas) e su quella tradizionale. Ammesso che si trovino gli imprenditori disposti ad investire nell’industria leggera (abbigliamento, calzature, alimentari, arredi ecc.) o in altri settori in cui l’import è prevalente, ci vorrebbero anni prima che si avviasse questo processo di reindustrializzazione.

Per quanto i dazi possano difendere l’industria nazionale in molti prodotti provenienti dall’Asia (non solo dalla Cina) il differenziale nel costo del lavoro è tale che solo un contingentamento delle importazioni metterebbe al riparo l’industria statunitense.

Soprattutto Trump ignora il fatto che gli Usa sono un paese a capitalismo maturo che ha da tempo abbandonato le produzioni a basso valore aggiunto, occupando sempre più le parti alte della catena del valore fino ad abbandonare gran parte della “economia reale” per specializzarsi nel campo della finanza, diventando un paese leader di quello che brillantemente Luciano Gallino ha definito come “finanzcapitalismo”.

E la forza di questo modo di produzione è basata sulla potenza del dollaro, una calamita che ha attratto capitali da tutto il mondo, un bene rifugio che le guerre scatenate dagli Usa hanno rafforzato, una moneta fiduciaria, sganciata da ogni relazione con l’economia reale statunitense.

È stato dimostrato come, dagli ’50 del secolo scorso, c’è una forte connessione tra i conflitti armati, che vedono il governo Usa in prima fila, e il rafforzamento del dollaro. D’altra parte con una spesa militare che ha raggiunto i 1000 miliardi di dollari, pari al 37% della spesa militare globale, Trump non ha rinunciato al modello militare-industriale ma vuole trasferire una parte della domanda dal governo Usa a paesi terzi, a partire dalla Ue.

Soprattutto Dollar Trump rischia di perdere il consenso di una parte del suo elettorato a cui aveva promesso salari più alti e difesa del posto di lavoro. Se l’aumento dei dazi porterà delle entrate per il bilancio statale Usa, se ridurrà il deficit delle partite correnti, avrà come primo effetto un sensibile aumento dell’inflazione che colpisce in primis i lavoratori dipendenti, la classe operaia che il tycoon aveva blandito.

Anche l’indebolimento del dollaro rispetto alle principali valute (rispetto all’euro nei primi mesi di quest’anno ha perso più del 12 per cento) si traduce in aumento del costo della vita perché l’importazione di molti beni di consumo non potrà nel medio periodo essere sostituita.

Ma, Trump ha un’altra arma che sta usando dall’inizio del suo secondo mandato: le criptovalute. Coerentemente con l’obiettivo di sganciarsi dal controllo della Fed e di guadagnare personalmente anche su questo versante, ha firmato una legge denominata Genius (Guiding and Establishing National Innovation for US Stabelcoins) che dà un impulso rilevante alle criptovalute agganciate al dollaro, ed in particolare integra nelle riserve strategiche statunitensi i Bitcoin, la più volatile moneta digitale.

In questo modo vorrebbe costringere il variegato mondo delle criptovalute, con un business di oltre 4.000 miliardi di dollari (sic!) a restare legate al dollaro, anche come risposta alla crescente insofferenza dei Brics che puntano ad uno sganciamento dal dollaro come moneta di riserva internazionale che ancora conta per il 59 per cento delle riserve mondiali in valuta (ma era al 70 per cento agli inizi di questo secolo).

In sintesi, da una parte Trump dichiara di volere riportare l’industria manifatturiera a produrre negli Usa, ma dall’altra insegue il casino-capitalism, il suo cavallo di battaglia, unitamente all’industria delle armi da far crescere a spese degli alleati-servi europei, e non solo. Come dice un noto adagio “chi vuole la botte piena e la moglie ubriaca” finisce per non avere né l’una né l’altra.

Dazi e sussidi, sovranisti a casa loro

Nuova finanza pubblica L’accordo dell’Europa con gli Stati uniti sui dazi al 15% fa discutere. Non intendiamo scivolare sul crinale del «chi ha vinto?», poiché le future variabili saranno molteplici. Vorremmo invece riflettere […]

Marco Bertorello, Danilo Corradi  09/08/2025

L’accordo dell’Europa con gli Stati uniti sui dazi al 15% fa discutere. Non intendiamo scivolare sul crinale del «chi ha vinto?», poiché le future variabili saranno molteplici. Vorremmo invece riflettere sull’incongruenza da parte del governo italiano, e ci pare di Confindustria, sebbene con motivazioni e osservazioni più articolate, nel sostenere al contempo la «sopportabilità» di tale accordo e la necessità di aiuti alle imprese che verranno colpite.

Gli industriali parlano della necessità di un «piano straordinario» in considerazione della svalutazione in corso del dollaro che rappresenterebbe un ulteriore costo aggiuntivo di circa 13 punti percentuali.

L’Italia rappresenta una quota rilevante dell’export continentale verso Washington: nel 2023 era seconda in Europa con 67,3 mld di euro dietro la sola Germania (157,7 mld). Tale quota fa chiedere a Meloni un fondo europeo dove prevedibilmente la partecipazione italiana non potrà che essere rilevante.

Per azzerare l’effetto dazi occorrerebbe girare circa 10 miliardi l’anno di soldi pubblici (presi dalla fiscalità generale) alle aziende esportatrici italiane così che queste possano non aumentare il prezzo dei propri prodotti (al netto della svalutazione del dollaro). L’effetto concreto sarebbe prendere 10 miliardi dalla fiscalità tricolore per regalarli alle casse statunitensi.

Tradotto: gli italiani dovrebbero finanziare i consumatori statunitensi per consentirgli di continuare ad acquistare prodotti nostrani agli stessi prezzi. Operazione che, se generalizzata, renderebbe politicamente indolore la scelta di Trump, anestetizzandone le controindicazioni. Ridurrebbe, infatti, il rischio di inflazione a casa propria, otterrebbe un aumento delle entrate fiscali che gli servirebbero per ridurre il debito e/o ridurre le tasse ai ricchi.

I dazi finirebbero per tradursi in un’operazione vincente per Washington, che non pagherebbe alcun costo, neppure in termini di consenso. Un invito a rilanciare sulla politica dei dazi, poiché tutta a spese nostre. Tanto più che nel breve-medio periodo sarà molto complicato che le aziende americane possano sostituire la maggior parte delle importazioni europee. Senza ulteriori ritorsioni Usa (che non si possono certo escludere) per ora l’impatto reale per le imprese potrebbe essere modesto.

La miopia di tale impostazione non finisce qui.

Considerando che l’export italiano è un settore trainante compensare le imprese che sarebbero penalizzate dai dazi potrebbe significare aiutare aziende, per fare solo degli esempi, come Ferrari o Campari, che di affari negli Usa ne fanno parecchi e che di aiuti certo non hanno bisogno. Eppure non si parla di sussidi mirati e circoscritti che sarebbero più comprensibili.

Inoltre, quali distorsioni (per non dire truffe) genererebbe questo approccio? Altro che superbonus per l’edilizia!

Se la politica protezionista statunitense è ritenuta così sbagliata bisognerebbe contrastarla costruendo un contesto capace di favorire il sottrarsi ai ricatti di Trump. Dovremmo investire in nuove relazioni commerciali con paesi ugualmente colpiti dai dazi, dal Canada al Brasile; ipotizzare piani per scommettere su nuove produzioni e nuovi mercati; scommettere su scelte ecologicamente sostenibili per sottrarci alla dipendenza e alle minacce energetiche.

Si potrebbe accrescere la domanda interna, magari sostenendo quei salari colpiti duramente dalla recente inflazione o investendo in scuola, ricerca e mobilità sostenibile. Invece l’Italia si caratterizza immediatamente per confermare un modello traballante fondato su bassi salari e pochi investimenti, un modello «facile» a cui ci riteniamo inchiodati, incentrato sulla competizione dei costi che per reggere necessità persino della mano pubblica.

Insomma, l’Italia degli aiuti alle imprese finirebbe per puntellare il sovranismo a stelle e strisce attingendo direttamente dalle nostre tasche. Una scelta piuttosto originale per chi si ritiene paladino degli interessi nazionali.

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