LA GUERRA di DECOMPOSIZIONE del CAPITALISMO RUSSO da NEC PLUS ULTRA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA GUERRA di DECOMPOSIZIONE del CAPITALISMO RUSSO da NEC PLUS ULTRA

La guerra di decomposizione del capitalismo russo


 Pablo Jiménez C.  11/05/2022

La guerra in Ucraina sta svolgendo il ruolo di fungere da preludio al processo di implosione del capitalismo mondiale – attualmente al collasso in quella che è la sua piena crisi ecologica – che si sta svolgendo sotto forma di guerra economica e militare tra i soggetti moderni; vale a dire che si sta disintegrando al ritmo di quella stessa colonna sonora che lo aveva visto nascere con la rivoluzione economica e militare del XIV e XV secolo: guerra, sangue e violenza. Per comprendere appieno l’attuale processo di contrapposizione bellica e di competizione economica inter-imperialista, bisogna analizzarlo sotto la prospettiva della totalità del movimento storico. L’invasione militare da parte della Russia – l’ultimo caposaldo di quel regime di modernizzazione capitalista arretrata che era l’URSS – ai danni dell’Ucraina – una delle ex repubbliche sovietiche che all’epoca della Rivoluzione russa era stata integrata in quello Stato attraverso il processo di controrivoluzione bolscevica – implica e comprende diverse dimensioni economiche, politiche, culturali, sociali e storiche, che costituiscono una totalità complessa e diversificata, la quale mantiene il suo asse di unità in quello che è il movimento di produzione e riproduzione allargata del capitalismo globale. Considerato su larga scala, la situazione attuale del capitalismo russo comincia a chiudere un ciclo che si era aperto tra il 1923 e il 1927, con l’ascesa di Stalin alla guida dello Stato sovietico e con l’inizio del processo di accumulazione originale accelerata, che avrebbe portato l’URSS a diventare una superpotenza capitalistica mondiale tra il 1945 (con la vittoria sulla Germania nella moderna guerra industrializzata) e il 1949 (con la detonazione della prima bomba atomica sei mesi dopo la fondazione della NATO). A partire dal 1947 e fino alla sua dissoluzione ufficiale nel 1991, l’URSS si è costituita come polo di accumulazione del capitale globale, in competizione con le potenze occidentali per l’egemonia mondiale all’interno del modo di produzione capitalistico. Tuttavia, la sua arretratezza rispetto alle potenze capitalistiche occidentali è stata il fattore determinante della sua dissoluzione quando, con la ristrutturazione capitalistica degli anni Settanta, è apparsa sempre più incapace di competere nella sfera produttiva, con l’industria ancora una volta in ritardo rispetto alla delocalizzazione dei processi produttivi; rispetto all’intervento sul mercato mondiale di quei Paesi asiatici come Singapore e Hong Kong che hanno completamente compromesso le esportazioni industriali della Germania Est e della Cecoslovacchia; e rispetto alla rivoluzione microelettronica e alla massificazione dei consumi.

Robert Kurz, a differenza della maggior parte dei suoi contemporanei, aveva compreso che l’implosione del socialismo di caserma – una forma capitalistica di modernizzazione arretrata realizzata sotto la bandiera del marxismo – costituiva l’anticamera del collasso del processo di modernizzazione globale. Tuttavia, questo processo di collasso non doveva essere inteso come il crollo imminente e immediato del sistema capitalistico, ma come il fallimento già in atto di un modo di produzione storico che si va sempre più a scontrare con i propri limiti interni ed esterni. Pertanto, il crollo dell’URSS non ha comportato immediatamente il crollo del capitalismo russo in quanto tale, ma piuttosto la sua riorganizzazione e il suo adattamento alle nuove circostanze storiche create dal processo di globalizzazione capitalistica. L’ascesa di Putin al vertice gerarchico dello Stato russo, avvenuta nell’ultimo giorno dello scorso millennio, ha significato tanto la riorganizzazione del capitalismo russo quanto l’inizio del suo processo di decomposizione nel contesto di uno stato di eccezione permanente rispetto alla società. In realtà, il suo vero «merito» storico – se ragioniamo secondo l’ideologia della morte propria del soggetto illuminista – sarebbe invece proprio la stabilizzazione del capitalismo russo e la formazione di uno Stato imperialista arci-autoritario e indipendente – in grado di competere con l’Occidente – che ha interrotto i continui sforzi occidentali, volti a trasformare la Federazione Russa in una periferia asservita al neo-imperialismo occidentale. L’Occidente, che oggi sparge lacrime di coccodrillo sulla violazione della sovranità dell’Ucraina – con un governo di orientamento occidentale – e per i bombardamenti sulla popolazione civile, non ha avuto alcun riguardo per tale sovranità quando, nell’ambito di una strategia più ampia, ha cooperato per spodestare il governo filorusso di Yanukovych e separare il Paese dall’orbita geopolitica del capitalismo russo. In effetti, l’obiettivo fondamentale, e il punto focale dell’intervento occidentale in Ucraina nel 2014 – nel quale si evidenziavano le differenze tra gli Stati Uniti e l’UE, in particolare la Germania, sempre più indipendente – è stato quello di impedire la costituzione di un blocco di potere in grado di competere a lungo termine con le potenze atlantiche, una minaccia latente che avrebbe potuto frenare le ambizioni occidentali nello spazio post-sovietico e, cosa particolarmente preoccupante per la leadership di Washington, aprire la possibilità di un’alleanza economica e politica alternativa nello spazio orientale dell’UE. In tal modo, i piani dell’imperialismo russo per costruire un simile blocco, a est e nello spazio post-sovietico, vennero sabotati con il crollo del governo ucraino, lo scoppio di una guerra civile e la formazione di battaglioni apertamente neonazisti che negli ultimi anni, con il tacito sostegno dell’élite europea e il silenzio dei media occidentali, hanno terrorizzato la regione del Donbass. Questa offensiva dell’Occidente e la sua espansione geopolitica verso Est sono state accompagnate dalla crescente erosione del capitalismo russo e dei suoi satelliti, in quanto risultato della crisi di valorizzazione del capitalismo mondiale. Di fatto, l’élite del Cremlino si è trovata a essere sempre più sulla difensiva sulla scena internazionale. Nella regione del Caucaso, in Bielorussia e, quest’anno, in Kazakistan, il blocco di potere articolatosi dopo il crollo dell’Unione Sovietica attorno al rinnovato imperialismo russo, ha cominciato a mostrare crescenti segni di erosione e di logoramento. Pertanto, le ambizioni neo-imperiali dell’élite moscovita si sono viste coinvolte in un processo di erosione accelerato dalla crisi socio-ecologica, la quale ha iniziato a colpire prima i suoi satelliti. E nel 2020, la Bielorussia – governata autoritariamente da Lukashenko dal 1994 – ha cominciato a mostrare i segni di una stagnazione economica, rimanendo intrappolata in una situazione politica ed economica apparentemente irrisolvibile, innescata dallo scoppio di proteste di massa che hanno avuto un carattere simile a quelle che avevano scosso il capitalismo internazionale nel 2019. La risposta a questa crisi è stata una repressione spietata e un ulteriore avvicinamento di Lukashenko a Mosca, per rimanere al potere. Di conseguenza, il sogno neo-imperiale russo, di un blocco economico indipendente tra l’UE e la Cina – attraverso la “Nuova Via della Seta” -, ha iniziato a scontrarsi con la realtà economica e geopolitica dell’attuale crisi socio-ecologica. Nel contempo, il capitalismo russo avrebbe dovuto anche lottare con la forza delle armi e delle merci per poter mantenere il suo status di potenza centrale, cercando allo stesso tempo anche di arrestare il processo di disintegrazione della sua sfera di influenza. In realtà, l’élite russa, con Putin in testa, si trovava con le spalle al muro già prima dell’invasione dell’Ucraina, e la situazione è stata aggravata dallo scoppio di un grande incendio sociale in Kazakistan nei primi giorni di quest’anno.

A proposito di quest’ultimo punto, si potrebbe dire che la rivolta sociale in Kazakistan è stata l’anticamera diretta del processo bellico cui stiamo oggi assistendo. Ex repubblica sovietica, oggi satellite del regime del Cremlino, il Kazakistan concentra sul proprio territorio quelle che sono tutte le caratteristiche del deterioramento delle condizioni di vita che ben presto colpiranno anche le popolazioni delle potenze centrali del capitalismo globale. Il continuo aumento del costo della vita e l’impoverimento della popolazione, sommato all’aumento del prezzo del gas, sono stati il fattore che ha scatenato una rivolta con caratteristiche simili a quella che ha scosso la regione cilena nel 2019, con la differenza che questa ribellione è stata affogata nel sangue grazie alla politica terroristica congiunta del governo kazako e delle forze armate russe, senza che alla popolazione venisse offerto alcuno spettacolo democratico, come invece è stato quello che il capitalismo di tipo cileno ha intrapreso per contenere la dimensione sovversiva della rivolta. Il Kazakistan e la sua rivolta, oggi già dimenticata dall’opinione pubblica mondiale, e soprattutto dagli isterici antifascisti nazionali [*1] che inneggiano alla politica militare dell’imperialismo russo, ha portato a un rafforzamento dello stato di eccezione permanente in cui la popolazione vive fin dalla disintegrazione dell’URSS; e dove la classe dirigente di quel Paese sa consapevolmente che d’ora in poi dovrà rafforzare la già dura repressione quotidiana della popolazione per tentare di perpetuare il suo posto nel capitalismo mondiale: una lezione che i suoi superiori a Mosca dovranno presto applicare. In questo senso, la rivolta in Kazakistan indica sia l’impoverimento delle condizioni di vita su scala globale, che si fa sentire con particolare forza nei Paesi della periferia delle catene globali delle merci, sia le caratteristiche specifiche che questo processo assumerà nelle regioni della modernizzazione ritardata del XX secolo. Su quest’ultimo punto, va notato come la struttura autoritaria dei loro regimi sembri essere proprio una caratteristica di queste regioni, determinata dalla loro collocazione sia nel mercato capitalistico globale sia nella rete di relazioni competitive tra le potenze capitalistiche. In effetti, un regime democratico, in uno qualsiasi dei Paesi che ancora rimangono nella sfera di influenza della Russia, o nella Russia stessa, lascerebbe spazio all’intervento occidentale; un rischio che l’élite politica e imprenditoriale a capo di questo Stato – e le varie bande ad essa collegate – non possono permettersi.

Così, le rivolte in Kazakistan (2022) e in Bielorussia (2020-21) ci lasciano intravvedere il rafforzamento di un regime di costante repressione della popolazione, in un contesto storico nel quale le condizioni materiali di vita non potranno che peggiorare. Nel contesto della crisi socio-ecologica del tardo capitalismo avanzato, potremmo rovesciare una famosa frase del Capitale per dire che i Paesi periferici stanno semplicemente mostrando ai Paesi più avanzati l’immagine di quello che sarà anche il loro stesso futuro. L’acuirsi di questa crisi che si è aperta quest’anno in Kazakistan, è stata una manifestazione locale della crisi globale, ma simultaneamente anche un’anticipazione di quale sarà il futuro della sua metropoli imperiale con sede a Mosca, la quale, nell’ultimo decennio, si è mossa tra la competizione per conquistare un posto egemonico all’interno del capitalismo globale, attraverso la ricerca della formazione di un blocco euro-asiatico (soprattutto nel suo avvicinamento alla Germania), da una parte, e dall’altra l’avanzata della NATO verso est, attraverso l’integrazione delle ex repubbliche sovietiche in quell’organizzazione, insieme alla crisi socio-ecologica che ha colpito sotto forma di incendi boschivi massicci, disboscamento, scioglimento del permafrost, nonché calo dei consumi e inflazione nel mercato interno. Vale anche la pena di notare che il cambiamento climatico – secondo una dichiarazione dello stesso Putin – sta avanzando nella regione russa ben 2,5 volte più velocemente rispetto alla media globale; il che non significa che questo sia servito a cambiare la configurazione del capitalismo russo, ma piuttosto che la produzione di gas e carburante per l’esportazione ha subito un’accelerazione. Sembra essere questa la logica conseguenza dello sviluppo storico della modernizzazione capitalista: morire di miseria in mezzo alla ricchezza. Infatti, una delle catene più deboli del capitalismo globale, a causa della sua posizione arretrata rispetto all’Occidente, è allo stesso tempo anche una superpotenza militare, che ha ereditato un enorme arsenale di armi e un’infrastruttura di sviluppo scientifico e tecnologico; cosicché la perpetua continuità al potere di Putin costituisce sia un’eredità del capitalismo «concentrato», lasciato in eredità dal regime sovietico, sia una necessità imposta dal carattere assai specifico che gli impone il proprio processo storico di modernizzazione. È solo grazie a questo permanente e aperto stato di eccezione che il capitalismo russo ha potuto perpetuarsi fino ad oggi, e questa è anche una delle cause immediate per cui, in un momento decisivo della sua competizione con le potenze occidentali, e dell’avanzata della NATO verso est, l’invasione militare dell’Ucraina si è imposta come una necessità per la sopravvivenza del capitalismo russo, il quale vede sgretolarsi le proprie fondamenta economiche, politiche e sociali dentro ai propri confini e a quelli dei suoi alleati nello spazio post-sovietico.

La propaganda anti-russa che viene diffusa massicciamente da tutti i media occidentali, e che presenta Putin come il nuovo arci-nemico della democrazia, dimentica opportunamente che la Russia sta lottando per la sopravvivenza nel contesto dell’aggravarsi della crisi sistemica del capitalismo mondiale, per evitare di essere ridotta a periferia di quel neo-imperialismo occidentale che ha persistentemente silurato e bloccato l’ascesa della Russia a grande potenza. Il confronto bellico ed economico nella regione eurasiatica non è altro che l’espressione del processo di declino socio-economico indotto dalla crisi socio-ecologica del capitalismo mondiale; è una lotta che si svolge all’interno di una nave che sta affondando. Così, nel bel mezzo di quella che è una crisi generalizzata, l’Occidente democratico vede in che modo – nonostante tutti gli sforzi che ha fatto negli ultimi decenni per sabotare la rinascita di una superpotenza nell’Europa orientale – la Russia si stia ergendo come potenza militare ed economica in grado di competere con l’Occidente utilizzando gli stessi metodi di espansione imperialista. Questo processo segna la fine della politica tedesca – il Paese che si era costituito come nucleo egemonico dell’Europa occidentale – di contenimento e inclusione del capitalismo russo nella struttura economica dell’Unione Europea, poiché d’ora in poi dovrà affrontare la contraddizione, posta dall’intero sviluppo economico degli ultimi decenni, in cui la Russia ha occupato una posizione periferica come fornitore di materie prime ed energia, mentre si è fatto di tutto per minimizzare la sua influenza nell’Europa orientale e nello spazio post-sovietico.

D’ora in poi, le potenze europee dovranno muoversi tra la minaccia latente di un confronto militare con una superpotenza nucleare (che è stata superata di decenni in quello che è lo sviluppo scientifico e tecnologico delle armi ipersoniche; armi che hanno sconvolto l’equilibrio di potere de facto tra le potenze nucleari) e la necessità delle loro forniture energetiche, principalmente petrolio e gas. Il neo-zar Vladimir Putin e la sua nidiata di scagnozzi hanno capito perfettamente questa situazione, e nella loro falsa coscienza la sfrutteranno fino in fondo: persecuzioni, incarcerazioni, leggi dittatoriali e polizia politica dovranno sedare i disordini sociali che stanno aumentando a causa della guerra e delle sanzioni economiche dell’Occidente (che faranno soffrire la classe operaia e la classe media in declino), e allo stesso tempo continuare l’avanzata militare fino alla realizzazione dei suoi obiettivi strategici, sapendo di avere alla gola la Germania e il resto dell’Europa, con le loro armi ipersoniche a portata di mano. In altre parole, sapranno come affrontare la fame del popolo russo, mettendo a tacere le sue lamentele con il manganello elettrico, ma non verrà fermata l’avanzata, considerando che possono sempre chiudere il rubinetto del gas. In effetti, è solo in questo senso che Putin è stato veramente sincero, cioè quando ha sbattuto in faccia ai genocidi occidentali quella che è la natura comune, sottolineando che la Russia fa parte del sistema commerciale mondiale, e non farà mai nulla per minare quel sistema di cui fa parte, quindi continuerà le sue azioni militari per ottenere con la forza le sue pretese sull’Ucraina e, a tal fine, accetterà anche il peso delle sanzioni che le sono state imposte. Dopo tutto, ciò che la Russia rischia nel lungo periodo, e per cui sta combattendo oggi, nonostante le tristi illusioni della sinistra nostrana, è il suo posto al tavolo della distribuzione della massa globale di plusvalore.
Del resto, con l’arrivo nei centri stessi del capitalismo globale di una crisi segnata dall’aumento del costo della vita, dall’ascesa della nuova destra e dai post-fascismi [*2] emersi con le crisi economiche e con la rottura della promessa di una classe media universale, le potenze della NATO stanno abbandonando sempre più la loro retorica liberale a favore di una glorificazione della guerra come risposta alla crisi, e i media ufficiali stanno già iniziando ad alludere al fatto che una guerra con la Russia non solo migliorerà l’economia, ma potrebbe persino avere un impatto sulla riduzione del riscaldamento globale.
Inoltre, nel breve termine, l’élite capitalista statunitense ha già raggiunto un obiettivo strategico, riuscendo ad aprire una breccia tra Germania e Russia, evitando così momentaneamente lo spettro di un’alleanza eurasiatica che, insieme alla «Nuova Via della Seta» cinese, avrebbe aggiunto un ulteriore fattore di erosione a quella che è già la sua indebolita egemonia mondiale. Pertanto, l’attuale processo consentirà agli Stati Uniti di consolidare un’alleanza oceanica che si estende dall’Atlantico (NATO) al Pacifico (Giappone, Corea del Sud e Taiwan), e che è apertamente diretta contro l’ascesa della Cina ai vertici del capitalismo mondiale.
In questo modo possiamo dire che l’invasione dell’Ucraina segna l’inizio di una nuova era, in cui le potenze centrali del capitalismo mondiale – raggruppate in campi imperialisti ben definiti, ma con interessi indipendenti e contraddittori tra le potenze che li compongono – saranno sempre più spinte al conflitto armato, soprattutto ibrido, come modo per nascondere le conseguenze di una crisi generalizzata che non può essere risolta in questo modo, ma che – tra l’aggravarsi della crisi socio-ecologica e la guerra tra le potenze – ci fa già intravvedere il declino storico del capitalismo.
Di fatto, la guerra come strumento strategico di sottomissione politica diventerà d’ora in poi sempre più attraente per gli Stati che navigano nella crisi del tardo capitalismo avanzato, i quali ora iniziano senza esitazione a muovere truppe, propaganda e masse per perseguire i loro obiettivi politici ed economici.
La pulsione di morte che si impadronisce dei Paesi in conflitto, questa fascinazione per la guerra e per la morte che investe diversi settori della popolazione, soprattutto ultranazionalisti e neo-reazionari di diverse tendenze – anche quelle che sventolano bandiere antifasciste – deve essere intesa come un’ideologia di morte che esprime il grido universale di disperazione di un’umanità che si sta autodistruggendo in quella che è la sua forma di socializzazione capitalistica globale. Coloro che temevano il crollo della civiltà non devono più avere dubbi, perché la barbarie è già qui e, a partire da ora, le forze emancipatrici devono riunirsi intorno alla critica radicale di queste nuove condizioni, e alla promozione di un nuovo paradigma di emancipazione sociale che sia all’altezza tanto della catastrofe che stiamo vivendo quanto delle possibilità latenti nella scienza e nella tecnologia del capitalismo del XXI secolo [*3].

NOTE:

[*1] – In Cile esiste una lunga tradizione di antifascismo e antimperialismo, che oggi convergono in una sorta di critica tronca del capitalismo. Così, questo antifascismo spazia da gruppi di ultra-sinistra legati all’anarchismo e al leninismo nelle loro diverse tendenze, e arriva alle varianti progressiste della sinistra che si battono istericamente contro il “fascismo” di Kast  (l’ex candidato alle presidenziali), ma che rimangono sospettosamente in silenzio quando l’attuale presidente, che si suppone “antifascista”, invia i militari a reprimere violentemente le comunità mapuche, o quando gli stessi militari maltrattano violentemente gli immigrati che fuggono dal collasso sociale in Venezuela.

[*2] –  Quando parlo di post-fascismo, mi riferisco in particolare ai movimenti neofascisti che si sono diffusi in diverse parti del mondo, come nel caso dell’Ucraina o degli Stati Uniti, che, pur avendo un legame formale e simbolico con il fascismo “originario” del XX secolo, presentano tuttavia caratteristiche specificamente postmoderne, che reagiscono allo scatenarsi della pulsione di morte della competizione e alle attuali condizioni di crisi della modernizzazione capitalistica. Per questo motivo ho dato loro un nome diverso dal fascismo in quanto tale, poiché si tratta di un fenomeno diverso.

[*3] –  Per chiarire quest’ultima affermazione, è importante sottolineare che attualmente esistono diversi mezzi materiali che ci permetterebbero di eliminare rapidamente diversi problemi sociali che derivano direttamente dalle dinamiche capitalistiche: fame, malattie curabili e così via. Tuttavia, non possiamo adottare acriticamente la scienza e la tecnologia, al contrario, dobbiamo sottolineare il loro legame diretto con la forma di valore e, collegato a questo, il carattere distruttivo e la base per l’autodistruzione e la distruzione che le sottende.

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