“LA GUERRA CAPITALISTA” da SINISTRAINRETE
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“LA GUERRA CAPITALISTA” da SINISTRAINRETE

«La guerra capitalista»

Una discussione su centralizzazione dei capitali, nuovi imperialismi e guerra

Francesco Pezzulli intervista Stefano Lucarelli

Pubblichiamo la prima di una serie di interviste che la sezione sudcomune sta portando avanti sul tema del capitalismo digitale. Il curatore della sezione Francesco Pezzulli dialoga qui con Stefano Lucarelli sui temi del libro che ha scritto insieme a Emiliano Brancaccio e Raffaele Giammetti, La guerra capitalista, edito da Mimesis e in uscita oggi, 25 novembre. 

* * * *

Nel testo appena pubblicato di cui sei autore insieme ad Emiliano Brancaccio e Raffaele Giammetti (La guerra capitalista, Mimesis, 2022 https://www.mimesisedizioni.it/libro/9788857592336), scrivete che «la guerra capitalista è la continuazione delle lotte di classe con mezzi nuovi e più infernali». Puoi illustrarci i termini della questione e come mai giungete a questa conclusione?

Noi siamo partiti da un fatto: la cosiddetta «legge» di centralizzazione dei capitali in sempre meno mani, originariamente teorizzata da Marx, può essere verificata empiricamente. Se ci pensi si tratta di un tema che è stato sempre messo in secondo piano dagli studiosi contemporanei di Marx, ma che in realtà oggi è molto più rilevante rispetto, per esempio, alle riflessioni sulla caduta tendenziale del saggio di profitto. L’analisi della centralizzazione dei capitali tutto sommato era restata sullo sfondo anche nelle analisi critiche del processo di globalizzazione diffusesi soprattutto nella seconda metà degli anni Novanta. E comunque non era mai stata analizzata con gli strumenti adeguati. Oggi in effetti – come mostriamo nel libro – trova una conferma nei dati.

È curioso che l’attenzione su questa «legge» tendenziale e sistemica sia stato posto, dopo la crisi globale del 2007-2008, proprio dagli analisti del mondo finanziario sulle pagine del «Financial Times» o di «The Economist», o persino dagli stessi magnati dell’Alta Finanza, coloro che – per dirla con Warren Buffet – si sentono vincitori della guerra fra le classi sociali.

Cercando di studiare il processo di centralizzazione nel modo più accurato possibile – impiegando quindi delle adeguate tecniche statistiche ed econometriche a partire dai dati disponibili per comprendere la gerarchia degli assetti proprietari che caratterizzano il capitalismo contemporaneo – siamo giunti a visualizzare innanzitutto alcuni aspetti della lotta fra capitali. In questo senso, i nostri studi rappresentano un inedito nel campo delle scienze sociali. Per noi è stato molto importante fare i conti con il metodo scientifico che i fisici come Giorgio Parisi hanno proposto per studiare l’interazione fra disordine e fluttuazioni nei sistemi: grazie ai «network» che siamo riusciti a identificare applicando le tecniche utilizzate nell’analisi dei sistemi complessi, rileviamo che al giorno d’oggi oltre l’ottanta percento del capitale mondiale è controllato da meno del due percento degli azionisti mondiali. Questo club ristretto di grandissimi azionisti si riduce nel tempo. Il fenomeno investe un po’ tutti i paesi del mondo, a partire da Stati Uniti e Cina.

Lo scontro fra capitali non è mai un affare prettamente limitato al mondo finanziario né allo scontro fra i proprietari dei mezzi di produzione. Da esso dipendono i processi che disgregano la classe dei lavoratori. Più precisamente quando i capitali creditori e debitori si identificano in capitali di nazioni diverse, la loro feroce guerra economica, in particolari circostanze che analizziamo nel libro, può arrivare a tramutarsi in una vera e propria guerra militare. Il lavoro ovviamente subisce sempre più gli effetti devastanti della lotta intra-capitalistica. Quando la guerra diventa un esito possibile dello scontro fra capitali nazionali, il processo di disgregazione della classe sociale subalterna si acuisce ancor di più fino a giungere a un paradosso: i subalterni non si riconoscono più come classe sociale, ma come un gruppo i cui interessi sono comprensibili solo in un’ottica nazionalistica. In tal senso si può dire che la guerra capitalista è la continuazione delle lotte di classe con mezzi nuovi e più infernali.

Un merito del libro consiste nel ricordarci che la lotta di classe non avviene esclusivamente tra le due classi «fondamentali» ma anche all’interno della stessa classe dei capitalisti. Puoi ricordarci, di questa seconda lotta, quali sono stati dal punto di vista storico economico, i momenti più recenti e significativi?

La centralizzazione dei capitali in sempre meno mani è la risultante di una lotta interna alla classe capitalista, tra capitali debitori in difficoltà e capitali creditori che tentano di assorbirli e «mangiarli». Per certi versi l’analisi degli scontri fra capitali è più importante dell’analisi del conflitto di classe. In ogni sistema economico vi sono grandi capitali e piccoli capitali. Ciò che ci ha colpito in particolare è che in questo grande mare, in cui i pesci grandi si cibano dei pesci piccoli, per utilizzare l’immagine della nota incisione di Bruegel il Vecchio – si assiste al contempo a una riorganizzazione dei pesci grandi attorno a diversi poli, poli che sono tra loro distinti per una caratteristica basilare in una economia monetaria di produzione: si può diventare pesci grandi sia accumulando debiti che specularmente accumulando crediti. Creditori e debitori possono convivere pacificamente ma ciò può avvenire solo by design. Quando i creditori utilizzano i crediti accumulati in un modo non condiviso dai grandi debitori, allora la pace vacilla. E ciò avviene per esempio quando i crediti sono impiegati per ridefinire gli assetti proprietari che tradizionalmente sono stati sempre sotto il controllo dei debitori. I grandi creditori e i grandi debitori si sono preparati alla guerra accumulando armi. Lo dimostra l’analisi delle spese militare degli ultimi venti anni.

Almeno dai primi del 2000 abbiamo riflettuto sul passaggio «dall’imperialismo all’impero» come tratto distintivo della globalizzazione capitalista. Nel testo, la categoria di imperialismo è centrale mentre quella di impero viene velocemente considerata «fumosa» (v. pag. 196). Puoi indicarci i motivi di questa centralità e di questa supposta «fumosità»?

La categoria di «Impero» è una suggestione superata. Ma questo non significa riproporre il concetto di «imperialismo» nei termini ossificati del Novecento. Né significa negare che Empire (Harvard University Press, 2000) di Hardt e Negri sia stato un testo importante ed evocativo. E hai ragione a riconoscere l’importanza formativa dell’esercizio che molti di noi fecero riflettendo sul passaggio dall’imperialismo all’Impero. Un esercizio che si tradusse in un modo di fare politica volto ad attaccare frontalmente i simboli di una globalizzazione cui assegnavamo delle capacità di comando diretto sulle nostre vite. Una strategia politica che oggi non esiste più e su cui è urgente tornare a riflettere a partire da una lettura delle relazioni di potere che sia la più precisa possibile. Anche per questo abbiamo cominciato a lavorare su La guerra capitalista.

Ma rileggiamo insieme alcuni passaggi fondamentali della Parte Terza di Impero sui limiti dell’imperialismo e proviamo a verificare in che modo quelle riflessioni possano essere ancora rilevanti nel lavoro interpretativo necessario a riorganizzare le energie per costruire una alternativa alle follie politiche con cui stiamo convivendo da più di un ventennio: 

Il libro di Lenin sull’imperialismo si presenta, soprattutto, come una sintesi delle analisi di altri autori […]. Il testo contiene anche contributi originali, il più importante dei quali è l’impostazione della critica dell’imperialismo da un punto di vista soggettivo, che si ricollega al motivo marxiano dei potenziali rivoluzionari intrinseci alla crisi. […] Lenin adottò l’ipotesi di Hilferding secondo cui il capitale era entrato in una nuova fase di sviluppo di dimensioni internazionali, caratterizzata dal monopolio, la quale avrebbe prodotto un aggravamento delle contraddizioni […]. Ma Lenin non accettava che l’utopia di una banca internazionale unificata potesse essere presa sul serio e che il superamento della crisi […] potesse mai realizzarsi. […] Lenin era d’accordo con la tesi di fondo di Kautsky secondo la quale esiste un trend nello sviluppo capitalistico verso la cooperazione internazionale da parte dei singoli capitali finanziari nazionali che avrebbero probabilmente dato vita a una unica organizzazione mondiale. Quello che respingeva energicamente era l’uso che Kautsky faceva di questa proiezione per giustificare un futuro di pace […]. [C]on la sua rielaborazione del concetto di imperialismo, Lenin fu in grado di anticipare il passaggio a una nuova fase del capitale che andava oltre l’imperialismo e fu capace di individuare il luogo (o il non-luogo) dell’emergente sovranità imperiale. […] [L]’imperialismo mantiene saldamente le sue frontiere e la distinzione fra dentro e fuori. Attualmente, però, l’imperialismo è diventato il limite del capitale […] i confini creati dalle pratiche imperialiste ostruiscono il corso dello sviluppo capitalistico e la piena realizzazione del mercato mondiale. Il capitale deve sbarazzarsi dell’imperialismo e distruggere le barriere tra dentro e fuori. […] Questa è l’alternativa implicita nel pensiero di Lenin: o la rivoluzione comunista mondiale o l’Impero. 

A me pare di poter dire che innanzitutto nella parte di Impero in cui si passa in rassegna il dibattito sull’imperialismo non viene negata la possibilità che esistano diverse tipologie di imperialismo. L’imperialismo non è riducibile ad un unico modello astratto, se non per una esigenza di semplificazione da parte degli autori. Ciò che noi mostriamo ne La guerra capitalista è la compresenza di almeno due modelli di imperialismo, l’uno ostile all’altro. Entrambi non sono riducibili al modello di imperialismo novecentesco kautskyano. D’altro canto, nonostante gli sforzi per definire delle caratteristiche invarianti di una concreta sovranità imperiale – che Hardt nella voce Impero per Lessico Postfordista (Feltrinelli, 2001) individua 1) in un dispositivo di dominio decentralizzato e decentralizzante rappresentato dal mercato mondiale, 2) in un ordine che di fatto sospende la storia e cerca di fissare per l’eternità lo stato di cose presenti, 3) nel fatto che la distinzione fra sfera pubblica e sfera privata tenda a venir meno e 4) in un potere sempre consacrato alla pace in cui non può esserci guerra contro un nemico esterno – ben presto abbiamo dovuto riconoscere che ciò che chiamavamo Impero era qualcosa di multilaterale. Inoltre, esso era caratterizzato da crisi finanziarie ed economiche ricorrenti che si accompagnavano a tensioni internazionali. Le tensioni sfociavano in guerre che presupponevano persino l’individuazione di nemici esterni ricondotti a territori nazionali ben precisi: pensa all’Afghanistan, all’Iraq, alla Siria. Nel 2011 Christian Marazzi, riconoscendo che la Fed stava speculando sulle politiche monetarie restrittive nei paesi emergenti, parlò di una «cooperazione conflittuale» a livello di governance multipolare: «La banche centrali dei paesi emergenti che negli ultimi tre anni hanno perseguito politiche monetarie espansive e hanno contribuito così ad evitare una recessione mondiale di lunga durata, sono oggi chiamate dalla Fed a fare il lavoro sporco, ossia ad aumentare i tassi d’interesse per ridurre il rischio d’inflazione su scala mondiale». 

Proprio il suo multilateralismo rendeva ingovernabile l’Impero (la tesi è ripresa in Diario della crisi infinita ombre corte, 2015). Lo stesso Negri nelle sue Cinque lezioni di metodo su moltitudine e Impero (Rubbettino, 2003) riconosceva che il libro con Hardt – la cui stesura risaliva al 1997 – non toccava alcuni temi divenuti fondamentali: da un lato, la fortissima insistenza americana sull’unilateralità dell’azione imperiale; dall’altro, il perfezionarsi dei meccanismi di controllo che si distendono verso e talora ineriscono alla guerra. Guerra che oggi costituisce la sovranità, la politica sovrana, esattamente come ieri la costituivano disciplina e controllo. 

Quindi, come vedi, nonostante Empire abbia rappresentato un grande tentativo per riorganizzare in modo nuovo le rivendicazioni dei soggetti disgregati dalla violenza di un capitalismo che si è presentato come unica alternativa pacifica per realizzare un mondo di scambi internazionali in cui non esistevano sconfitti e nemici, è restato ben poco degli elementi distintivi dell’Impero così come sono stati sintetizzati da Hardt nella voce che ho richiamato. Sono passati più di vent’anni da quel tentativo di ricostituzione di una scienza della mobilitazione su scala internazionale che aveva scommesso su una forma di sovranità globale senza centro né confini.

Lo sforzo analitico che affrontiamo ne La guerra capitalista è mirato proprio a comprendere i movimenti dei grandi e dei piccoli capitali dentro e fuori i confini nazionali e le implicazioni che il processo di centralizzazione ha anche sul terreno della sovranità. Riscontriamo proprio un multilateralismo come conseguenza della centralizzazione capitalistica. Un multilateralismo problematico e instabile che definisce diverse idee dell’ordine globale tra loro in conflitto.

Nel libro è presa come riferimento la guerra Russo-Ucraina. Quali insegnamenti, nell’ottica del vostro lavoro, questa terribile faccenda ci consegna? Se doveste azzardare una previsione, come ritenete che andrà a finire?

Se riconduciamo la guerra fra Russia e Ucraina alle relazioni fra grandi creditori e grandi debitori, che sono esito del processo di centralizzazione dei capitali, essa appare in una luce diversa rispetto alle narrazioni più diffuse, e che rischiano di farci piombare in una falsa coscienza: non si tratta di una guerra per l’autodeterminazione di una regione o per la sovranità di una nazione, né per la denazificazione di un territorio o per la libertà di un popolo aggredito. Come scriviamo nell’introduzione a La guerra capitalista

Quel conflitto sanguinoso segna l’avvio di una contesa economica su vasta scala, che servirà a verificare se gli Stati Uniti e i loro alleati possono tranquillamente saltare dal liberoscambismo al protezionismo e tutti gli altri debbono passivamente adattarsi – oppure se da ora in poi le regole del gioco economico si decideranno in base a un diverso ordine dei rapporti di forza globali. 

Le ricerche future serviranno a confermare o a smentire la seguente ipotesi: il grande debitore (gli Usa) sta lavorando per superare il multilateralismo globale. Per tornare ad un bipolarismo – o se preferisci usando la metafora proposta da Toni Iero (http://www.maggiofilosofico.it/il-triello-per-una-geoeconomia-del-xxi-secolo/) per passare da un triello a un duello – gli Usa devono rompere l’integrazione commerciale russo-europea e sino-europea, creando forzosamente un polo russo-cinese. 

Con questo libro abbiamo voluto mettere a disposizione di chi vorrà leggerlo e discuterlo alcuni strumenti analitici e un metodo scientifico di lettura degli eventi che possano essere compresi nel modo più semplice possibile. Lo abbiamo fatto nella convinzione che l’analisi geopolitica senza la critica dell’economia politica rischia di restare una narrativa troppo dipendente dalle sensazioni individuali. E lo abbiamo fatto nella speranza di distribuire un antidoto contro quella falsa coscienza che rappresenta uno degli ostacoli maggiori per la ripresa di un vero dibattito democratico in questo Paese. E io in particolare scrivevo avendo sempre in testa un verso di una poesia di Friedrich Hölderlin: «dove è il pericolo, cresce anche ciò che dà salvezza».

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