LA DISABILITÀ DEL MALE da FUTURA SOCIETÀ
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA DISABILITÀ DEL MALE da FUTURA SOCIETÀ

La disabilità del male

Stefania Fusero  11/02/2024

Un’illustre cittadina tedesca, ebrea polacca di nascita, scriveva all’inizio dell’anno 1917:

“Che cosa intendevi parlando delle sofferenze particolari degli ebrei? Sento altrettanto vicini gli sfruttati delle piantagioni di gomma a Putumayo o i neri dell’Africa con i cui cadaveri gli europei giocano a palla. Hai forse dimenticato le parole del capo di stato maggiore sulla spedizione von Trotha nel Kalahari? ‘E il rantolo dei moribondi, il grido impazzito degli assetati echeggiavano nel sublime silenzio dell’infinito.’ Ecco, questo ’sublime silenzio dell’infinito’, in cui echeggiano senza essere udite tante grida, risuona in me così forte che non mi resta nel cuore nemmeno un angolino riservato esclusivamente al ghetto. […]”.

Rosa Luxemburg in una lettera a Mathilde Wurm, 16 febbraio 1917

Durante il XIX e l’inizio del XX secolo, la Germania partecipò con gli altri Paesi europei alla brutale spartizione dell’Africa, colonizzando le terre che oggi chiamiamo Togo, Camerun, Burundi, Ruanda, Tanzania continentale e Namibia. La campagna fu particolarmente crudele in Namibia, dove nell’agosto del 1904 il generale von Trotha mise a punto un nuovo piano di battaglia per porre fine alla rivolta degli Herero. Nella battaglia di Waterberg diede l’ordine di accerchiare gli Herero su tre lati, in modo che l’unica via di fuga fosse verso l’arida steppa di Omaheke, propaggine occidentale del deserto del Kalahari. Gli Herero fuggirono nel deserto e von Trotha ordinò alle sue truppe di avvelenare i pochi pozzi d’acqua, di erigere posti di guardia lungo una linea di 150 miglia e di sparare a vista su ogni Herero, che si trattasse di uomo, donna o bambino. Molti morirono di disidratazione e di fame.

Mesi dopo, gli ufficiali tedeschi radunarono i sopravvissuti nei campi, per costringerli a lavori forzati e sottoporli a raccapriccianti esperimenti medici; centinaia di teschi e teste conservate furono mandati in Germania per studi razziali che confermassero la teoria secondo cui i neri sono inferiori ai bianchi.

A questo crimine di sterminio si riferiva in quella lettera Rosa Luxemburg.

Quello era il secondo – non il terzo – Reich, e Adolf Hitler, all’epoca quindicenne, stava ancora frequentando la Realschule.

Poco più di un secolo dopo, all’inizio dell’anno 2024, nel corso della riunione del World Economic Forum a Davos, una cittadina tedesca diversamente sensibile, Annalena Baerbock, attualmente ministro degli Esteri della Repubblica Federale Tedesca, così si esprimeva riguardo al genocidio in atto contro i palestinesi.

Ciò che serve è un “cessate il fuoco sostenibile”, ha dichiarato. Questo è, ovviamente, il codice per “nessun cessate il fuoco”. La sua preferenza è che i combattimenti – in realtà, soprattutto, i massacri – continuino, perché, come ha affermato, i cessate il fuoco “non cadono dal cielo”. Molti si sono chiesti quanto ottuso cinismo occorra per ricorrere all’espressione “cadere dal cielo”, proprio mentre si sta spiegando al mondo intero perché un genocidio commesso in gran parte mediante bombardamenti aerei (per non parlare ovviamente della fame, la sete, la promozione di malattie, le ripetute dislocazioni…) non debba fermarsi.

Tarik Cyril Amar, parafrasando Hannah Arendt, ha individuato in questa performance della Baerbock “una crudezza che può emergere solo quando un grande fallimento morale incontra una massiccia carenza intellettuale.” Dalla banalità del male di Eichmann alla disabilità del male di Baerbock.

Il governo tedesco ha assunto una posizione di sostegno incondizionato allo Stato di Israele, intensificando le vendite di armi durante il genocidio in corso; ha duramente represso e denunciato come “antisemitismo” le critiche rivolte a Israele e la resistenza contro i suoi crimini; infine è intervenuto al fianco di Israele nel procedimento della Corte internazionale di giustizia all’Aia, per il quale la Namibia, vittima del genocidio tedesco, ha fermamente e giustamente condannato Berlino.

La Germania ha respinto l’accusa di genocidio contro Israele, definendola una “strumentalizzazione politica” della convenzione sul genocidio delle Nazioni Unite, sottolineando al contempo il suo impegno nei confronti della convenzione, proprio a causa della sua responsabilità storica derivante dallo sterminio degli ebrei.

Nel secondo dopoguerra la Germania ha fatto i conti con la pesante eredità storica del nazismo denunciando i crimini della Shoah e riconducendoli correttamente al fanatico antisemitismo che ispirava il Terzo Reich. Oggi la legge tedesca punisce severamente ogni espressione di antisemitismo, compresa l’esposizione dei simboli nazisti, senza discriminarne la finalità, arrivando a casi grotteschi come quello verificatosi il 17 maggio 2023, quando il co-fondatore dei Pink Floyd, Roger Waters, certamente non sospettabile di simpatie neonaziste, è stato indagato per avere indossato un’uniforme in stile nazista sul palco di un concerto a Berlino, in cui intendeva denunciare fascismo, ingiustizia e fanatismo.

Allo stesso tempo, però, la Germania, come peraltro gli altri Paesi UE, gli Usa ed i loro satelliti anglosassoni, manifesta una sconcertante tolleranza quando quegli stessi simboli nazisti vengono apertamente e orgogliosamente esibiti dai militari ucraini, che l’Occidente sostiene con l’invio di finanziamenti e di armi.

È curioso che l’attuale classe dirigente tedesca fondi esplicitamente il sostegno incondizionato alle politiche di sterminio di Israele sul suo senso di colpa per un genocidio, quello contro gli ebrei, compiuto dalla Germania del Terzo Reich. Il fatto di riconoscere la propria responsabilità di Paese per un genocidio compiuto nel passato può giustificare il sostegno a uno che si sta compiendo sotto gli occhi del mondo, accompagnato per di più da una retorica esplicitamente razzista e disumanizzante che partendo dalle massime autorità sioniste si dispiega in tutti i livelli della società israeliana portando a un perfetto allineamento fra linguaggio e azione? Il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha dichiarato il 9 ottobre “Stiamo combattendo degli animali umani e ci comportiamo di conseguenza”, sottolineando di aver ordinato un ‘assedio completo’ della Striscia di Gaza, dove i palestinesi saranno privati di cibo, elettricità e carburante. Questo tipo di retorica, come sottolinea Ramzy Baroud, non è affatto nuovo, anzi sottende il progetto sionista dalle sue origini, basti citare “i palestinesi non esistono” di Golda Meir (1969), i palestinesi sono “bestie che camminano su due gambe” di Menachem Begin (1982), “i palestinesi sono come animali, non sono umani” di Eli Ben Dahan (2013).

È inoltre sorprendente che il senso di colpa di cui si fa carico la Germania attuale non si estenda oltre le vittime ebree del Terzo Reich.

Che dire degli oltre 12 milioni di civili russi (di cui un milione di ebrei) che perirono durante l’occupazione nazista dell’Urss?

Che dire dei circa 3,3 milioni di prigionieri di guerra sovietici che morirono in custodia tedesca, su un totale di 5,7 milioni catturati, per denutrizione, esposizione alle intemperie, maltrattamenti, esecuzioni sommarie, mancata assistenza? Questa cifra rappresenta circa il 57% di morti sul totale, avvicinandosi così al rateo di morte degli ebrei in custodia nazista (pari a oltre il 60%) e spicca a confronto con la morte in prigionia di soli 8.300 britannici e statunitensi su un totale di circa 231.000, con un tasso di mortalità del 3,6%.

Certamente ciò non avvenne per caso.

Gli storici hanno messo in evidenza la grande differenza della guerra sul fronte occidentale rispetto a quella condotta sul fronte orientale: mentre nel primo caso si trattava di una guerra per l’egemonia, nel secondo era una guerra ideologica, di sterminio, razziale.

Durante la Seconda guerra mondiale Hitler parlò incessantemente di conflitti ideologici e la guerra sul fronte orientale fu una guerra “ideologica”. Gli imperativi ideologici definivano non solo il suo atteggiamento nei confronti degli ebrei “non umani e verminosi”, ma anche nei confronti dei “subumani” dell’Est europeo; soprattutto slavi, principalmente russi.

La Weltanschauung di Hitler, relativamente semplice, si fondava su alcune costanti, quali il fondamento razziale dello Stato, la superiorità della razza bianca ariana sulle altre, la fissazione antiebraica. Un’altra costante fondamentale è che la conquista da parte dei tedeschi dello “spazio vitale” (Lebensraum) nell’Europa dell’Est era necessaria e legittima; essa poggiava sulla convinzione della superiorità razziale dei tedeschi e dell’inferiorità razziale degli slavi.

Hitler immaginava un impero tedesco oltre il Volga e gli Urali con la Crimea e il Caucaso – una sorta di “India tedesca” sul modello dell’impero britannico – popolato da russi, ucraini ma anche polacchi e cechi, razze inferiori che sarebbero dovute diventare “schiavi”, “negri bianchi”, o “indiani” nel suo grande Reich.

La rappresentazione negativa degli slavi ha una lunga tradizione nei paesi germanici, a cominciare dalla frequente equiparazione dei concetti “schiavo” (slavo) e “sklave” (schiavo), basata su un principio pseudoetimologico.

Agli occhi di molti teorici tedeschi, la Russia di Nicola I – uno Stato di schiavi governato da una ristretta classe dirigente di origine tedesca – sembrava in qualche modo confermare quella tesi. A parte i russi, nessuna nazione slava aveva governato il proprio Stato fino al 1870. Ciò non fece altro che confermare la convinzione che gli slavi nascono servi e non padroni. Ciò si consolidò negli stereotipi tedeschi… Già nel diciannovesimo secolo i russi venivano descritti come metà asiatici e metà barbari e a metà settembre 1941 Hitler dichiarò: “Gli slavi sono una massa di schiavi nati, che sentono il bisogno di un padrone”.

Lo storico polacco Jerzy W. Borejsza nel 2017 scrive nella postfazione al suo saggio A Ridiculous Hundred Million Slavs: “L’antislavismo è superato poiché in Europa il fenomeno è scomparso – speriamo per sempre. Con la fine della Guerra Fredda è scomparso nei territori tedeschi. E ha poche possibilità di rinascere sotto forma di razzismo antislavo… nell’onnipresente Unione Europea…”.

Purtroppo Borejsza si sbagliava: il razzismo antislavo, nella forma di razzismo antirusso giustificato dal sostegno incondizionato all’Ucraina, è risorto in Europa e in generale nel mondo occidentale, come dimostrano le dichiarazioni di orgoglio etnico e di presunta superiorità razziale rispetto agli “orchi” russi da parte di varie personalità ucraine, la palese esposizione di simboli nazisti, gli attacchi alla cultura russa in ogni sua forma ed espressione, la riscrittura della storia del Novecento con la cancellazione del ruolo dell’Armata Rossa nella liberazione dal nazifascismo, fino ad arrivare alla riabilitazione e glorificazione di collaborazionisti nazisti colpevoli di vari massacri.

Tutti ricordiamo, credo, quella “svolta a 360 gradi” che Putin avrebbe dovuto compiere per diventare un uomo diverso, secondo il genio geometrico di Annalena Baerbock. Ecco, purtroppo oggi possiamo affermare che è l’Europa sostenitrice dell’Ucraina ad avere compiuto quel movimento a 360 gradi, che l’hanno riportata punto a capo, come testimonia questa dichiarazione del settembre 2023 di Sarah Ashton Cirillo, allora portavoce delle forze di difesa territoriali ucraine: “I russi non sono europei… i russi sono asiatici e, in definitiva, provengono dai mongoli. Provengono da un gruppo di persone che vogliono essere schiavi e vogliono essere guidati, proprio come ai tempi di Gengis Khan. Vorrei che il resto dell’Europa e il mondo occidentale capissero che l’Europa finisce con l’Ucraina. Stiamo proteggendo i valori europei e i valori occidentali nello stesso modo in cui lo fecero centinaia e migliaia di anni fa, quando arrivarono i mongoli… Ogni russo che sostiene le decisioni di Vladimir Putin non è umano. Queste persone non sono umane. Sono nemici dell’umanità, infatti… ci rivolgiamo al mondo occidentale … per assicurarci che abbia compreso la minaccia di questi non umani”.

Ritorna la categoria concettuale di Untermensch, che peraltro non fu inventata dai nazisti tedeschi, ma mediata dal termine inglese “under-man”, creato dallo statunitense Lothrop Stoddard. *

Se ha ragione Cirillo, se sono questi i valori occidentali che stiamo sostenendo in Ucraina e in Israele, non possiamo stupirci di aver perso ogni legittimità morale nei confronti del resto dell’umanità, da cui ci stiamo sempre più isolando. Chi può prenderci sul serio quando a parole veneriamo i valori e i diritti umani, ma nei fatti li neghiamo a chi consideriamo inferiore e diverso?


Note bibliografiche:

Luxemburg, Dappertutto è la felicità – lettere di gioia e barricate, L’Orma 2023

Jerzy W. Borejsza, A Ridiculous Hundred Million Slavs, Tadeusz Manteuffel Intitute of History-Polish Academy of Sciences

Tarik Cyril Amar, Germany’s Annalena Baerbock – The Debility of Evil?, in «Brave New Europe», 18 gennaio 2024

Wikipedia sulla Germania in Namibia

Anne Van Mourik, A Stroll into Germany’s Conflicted Postcolonial Memory, in «JusticeInfo.net», 18 settembre 2023

Dan Glaun, Germany’s Laws on Hate Speech, Nazi Propaganda & Holocaust Denial: An Explainer, in «PBS», 1° luglio 2021

Roger Waters says Nazi outfit at Berlin concert was anti-fascist, Reuters 27 maggio 2023

Namibia Criticizes Germany’s support to Israel in Genocide Case, in «NourNews», 14 gennaio 2024

Wikipedia sui prigionieri di guerra sovietici

Matteo Ermacora, I crimini della Wehrmacht sul Fronte Orientale, in «DEP»

Ramzy Baroud, Human animals:The sordid language behind Israel’s genocide in Gaza, in «Jordan Times», 24 ottobre 2023

@KanekoaTheGreat, Ukraine’s former spokesperson, Sarah Ashton-Cirillo, was fooled by Russian pranksters, making several controversial statements, 27 settembre 2023

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