LA DENUNCIA CEI SULL’AUTONOMIA È SERIA: VA ASCOLTATA da il FATTO E IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA DENUNCIA CEI SULL’AUTONOMIA È SERIA: VA ASCOLTATA da il FATTO E IL MANIFESTO

La denuncia Cei sull’Autonomia è seria: va ascoltata

STEFANO FASSINA  29 MAGGIO 2024

Sull’Autonomia differenziata, lo scontro è arrivato a coinvolgere anche la Conferenza episcopale italiana. I nostri vescovi, in una nota ufficiale, hanno osato affermare: “Il ddl Calderoli rischia di minare le basi di quel vincolo di solidarietà tra le diverse Regioni che è presidio al principio di unità della Repubblica”. Esiste davvero il rischio? “No”, sostiene senza alcun dubbio in un’intervista il prof. Cassese, già presidente del Clep, il Comitato nominato dal ministro Calderoli per definire i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni. “No”, ribadisce in un’altra intervista Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli-Venezia Giulia, dopo aver invitato “la Cei a leggere il testo del ddl Calderoli”. Perché no? Perché sono previsti i Lep, dicono.

Prima di verificare le risposte delle due autorevoli personalità, facciamo un fact checking sul nodo politico di fondo: lo scambio tra Ad e premierato. Nella sua intervista, Fedriga afferma: “Non c’è scambio, sono due riforme complementari. Vedi i grandi Stati federali”. Vediamoli. Innanzitutto, in nessun sistema istituzionale del globo terracqueo esiste il premierato. Nessuno. Esistono il presidenzialismo e il semi-presidenzialismo, nei quali si elegge il presidente con un voto e l’assemblea legislativa con un altro, in elezioni con meccanismi elettorali diversi e distanziate nel tempo. In nessun sistema democratico il capo dell’esecutivo può essere eletto da una minoranza dei partecipanti a elezioni per eleggere i componenti delle Camere. In secondo luogo, tutti, ma proprio tutti i grandi, ma anche i piccoli, Stati federali hanno la Camera delle autonomie territoriali, dove i componenti sono eletti dai cittadini nelle autonomie o nominati dalle relative assemblee legislative: dagli Stati Uniti alla Germania, dalla Spagna all’Austria. Pertanto, l’Italia costituirebbe un doppio unicum planetario. Non è punto secondario. Fa la differenza tra secessione di fatto e federalismo.

Entriamo ora nel merito dei mitici Lep. In primo luogo, va segnalato che soltanto una parte delle materie richieste da Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna è dotata di Lep. In secondo luogo, la definizione dei Lep, nonostante offra amplissimi margini di discrezionalità all’autore, viene lasciata al completo arbitrio del governo, poiché è affidata in prima battuta a Dpcm, atti amministrativi al riparo del controllo parlamentare e del Quirinale. Il presidente Cassese dovrebbe ricordare la lettera inviategli il 10 agosto 2023 dall’allora Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco. In essa, è scritto: “Le prestazioni qualificate come Lep effettivi… sono nella maggior parte dei casi formulate in termini troppo generici, in buona parte riconducibili a mere dichiarazioni di principio. Gli stessi ‘criteri di misurabilità’ tendono a definire la platea dei potenziali beneficiari delle prestazioni, ma non appaiono collegati con il contenuto specifico di queste ultime, che rimane in larga parte indeterminato”. Oltre a quella di Visco, gli ricordiamo anche la lettera (5/0723) di dimissioni dal Clep di 4 illustri presidenti (Amato, Bassanini, Gallo e Pajno), poco avvezzi a dissensi istituzionali: “Finché non sono stati determinati tutti i Lep, e non sono stati ridefiniti, in relazione ai loro costi standard, gli strumenti e i modi per assicurare a tutte le Regioni una effettiva autonomia tributaria che consente loro di finanziare integralmente i Lep medesimi, la effettiva portata di quei principi resta indeterminata e indeterminabile”. Insomma, la via dei Lep è impraticabile nel nostro quadro di finanza pubblica e non si può lasciare al governo fare quel che vuole sull’illusorio totem issato a protezione dell’uguaglianza dei cittadini. La Cei denuncia rischi reali. Chi li nega gioca col fuoco.

Premierato, destra scomposta e nervosa

SENATO. Sì al primo articolo. Gestaccio della ministra Casellati, forse preoccupata per il «chissene» di Meloni

Kaspar Hauser  29/05/2024

Il Senato ha approvato ieri il primo articolo del ddl sul premierato elettivo, e lo ha fatto in una seduta istruttiva sulla cultura costituzionale della destra, che fa capire le ragioni che animano l’attuale maggioranza nel suo disegno di riforma. Sul piano del dibattito pubblico va invece registrata la severa presa di posizione contro il premierato elettivo («una riforma discutibile e rischiosa») della ex presidente della Corte costituzionale ed ex ministra della giustizia, Marta Cartabia – da sempre sintonica con il presidente Mattarella – in un’intervista a Civiltà Cattolica.

Il primo degli otto articoli del ddl Casellati è, per certi versi, il più marginale rispetto all’elezione diretta del premier: esso infatti abroga il potere del presidente della repubblica di «nominare senatori a vita cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario».

Le ragioni di questa scelta, spiegate in aula dalla ministra Casellati: si tratta di un istituto estraneo al concetto di un parlamento eletto a traino del premier eletto direttamente; inoltre visto che è comunque prevista la fiducia dei due rami del parlamento, i senatori a vita altererebbero i numeri del Senato. Ieri, verso la fine del voto sui 147 emendamenti a questo articolo si è giunti a discutere un emendamento di Elena Cattaneo, scienziata e senatrice a vita nominata da Napolitano, e Julia Unterberger, capogruppo delle Autonomia: mantenere il potere del capo dello Stato di nominare i senatori a vita, ma togliere a questi la prerogativa di votare la fiducia. Per altro una proposta avanzata nel 2021 da Ignazio La Russa e da Alberto Balboni. Cattaneo ha fatto un discorso alto, parlando della «missione propria di un senatore a vita per sostenere la democrazia parlamentare», vale a dire quella «innanzitutto di offrire alla comunità politica e ai cittadini la propria parola intesa come spazio e opportunità di conoscenza e ragionamento».

«Il pari diritto di parola, in quest’Aula – ha aggiunto – in seno al parlamento e nel Paese, è per me il privilegio, il servizio più alto che vivo e che sento, a cui il senatore a vita è chiamato ad attendere». In tutta risposta il presidente del Senato La Russa, allungandogli i tempi di intervento non ha saputo fare a meno di ironizzare: «Per una volta che abbiamo l’onore di poterla ascoltare, prego, ha il tempo doppio». E anche il relatore Balboni, per motivare il suo no all’emendamento e il dietrofront rispetto alla sua antica proposta, non ha resistito ai toni irridenti nell’esporre i suoi argomenti («forse la senatrice non sa che…»). Al di là delle proteste delle opposizioni, che hanno portato anche alla sospensione dell’Aula dopo un gestaccio della ministra Casellati verso Enrico Borghi (Iv), la riflessione riguarda la cultura politica e istituzionale della destra. Come ha evidenziato Unterberger (per due volte insultata, da Zaffini e da Biancofiore, perché non parlerebbe bene italiano), dietro il comportamento irridente si cela un atteggiamento ostile al contributo che gli intellettuali (scienziati, artisti, professori, ecc) portano al dibattito pubblico, intellettuali verso i quali arriva la vendetta: «finalmente», come ha confessato la meloniana Cinzia Pellegrino.

Il nervosismo della ministra Casellati è stato colto da Matteo Renzi. Dopo il «chissene importa» del premierato dichiarato domenica da Meloni, forse la ministra teme di far la fine di Giambruno, Maurizio Leo, Giovanni Toti, abbandonati da Meloni in quattro e quattr’otto. Renzi, intervenendo su un emendamento di Iv si è rivolto ai senatori di maggioranza: Se avete ancora un briciolo di dignità politica, siccome sapete che non oggi, ma tra qualche mese dovrete tornare indietro e bloccherete le riforme costituzionali, io vi sfido, abbiate il coraggio di passare al semipresidenzialismo con l’elezione diretta del presidente della repubblica. Fermatevi, o lo farete ora o lo farete fra un anno, ma questa riforma in porto non va .

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