LA “BARRIERA MENTALE” CHE OSTACOLA LA TRANSIZIONE ECOLOGICA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA “BARRIERA MENTALE” CHE OSTACOLA LA TRANSIZIONE ECOLOGICA da IL MANIFESTO

La «barriera mentale» che ostacola la transizione ecologica

PSICOLOGIA. La cultura del consumare è al centro del saggio Società dei consumi e sostenibilità. Una prospettiva psico-culturale di Bruno Mazzara, docente di psicologia dei consumi all’università La Sapienza di Roma

Marinella Correggia  29/02/2024

«Consumo, dunque sono». Zygmunt Bauman sintetizza così un pilastro del sistema e al tempo stesso un elemento identitario: nella modernità liquida, con la perdita delle certezze si è passati dalla società dei produttori (etica del lavoro per fabbricare beni durevoli e soddisfare bisogni reali) a quella dei consumatori. E la cultura del consumare è al centro del saggio Società dei consumi e sostenibilità. Una prospettiva psico-culturale di Bruno Mazzara, docente di psicologia dei consumi all’università La Sapienza di Roma.

IN UN EXCURSUS anche storico, l’autore esamina le interconnessioni fra le dinamiche sociali, economiche, politiche, geopolitiche e quelle psico-culturali (spesso sottovalutate) che ostacolano il cammino teorico e concreto verso una società ecologica, partendo da una società dei consumi che ha prodotto vantaggi ma «ha comportato e comporta tre ordini di problemi: disuguaglianza sociale, ripercussioni sull’ambiente, impatto sugli effettivi livelli di felicità e soddisfazione delle persone». Già: come spiega Eric Fromm, è fallita la grande promessa «della massima felicità per il massimo delle persone e di una illimitata libertà». L’insoddisfazione diffusa e le dinamiche di competizione prodotte dal consumismo giustificano uno specifico filone di ricerca sul rapporto fra felicità ed economia.

LA «SOCIETÀ DELL’OPULENZA» (J.K. Galbraith) è ricca di questi paradossi. Aggravati dal fatto che il fenomeno coinvolge solo una parte della popolazione mondiale ma impatta su tutti, in termini di sfruttamento umano, inquinamento e alterazioni climatiche. A introdurre il tema dei bisogni indotti – che poi sarà centrale in tutte le teorie critiche sulla società dei consumi-, è Karl Marx. E l’analisi sul valore d’uso e il valore di scambio è una pietra di fondazione per le letture sulla società dei consumi da parte delle scienze sociali. Marx ed Engels (ripeteva Giorgio Nebbia) avevano chiare le colpe del capitalismo nella rottura fra umani ed equilibrio naturale.

Su questa scia nasce il filone dell’ecosocialismo avviato da André Gorz. Una delle più rapide e vaste trasformazioni sociali e culturali della storia umana, la «cultura del consumo», prende avvio in Europa con la rivoluzione industriale (e capitalistica). Ma è negli Stati uniti che diventa parte integrante del sogno americano – anche da parte delle classi meno abbienti). La «repubblica dei consumatori», l’American way of life: riferimento planetario, valoriale e comportamentale, indice della superiorità di quel modello (nell’Urss, invece, scaffali vuoti). Con Vance Packard, poi, si sviluppa la critica alla società dei «persuasori occulti» (marketing, mode finalizzate all’obsolescenza programmata) e al ruolo dei mezzi di comunicazione (nient’affatto indipendenti).

Al passaggio dall’essere all’avere (la prima fase del dominio dell’economia sulla vita) si aggiunge quello dall’avere al sembrare, in uno «pseudo-mondo» che quasi sostituisce la realtà. E poiché la cultura del consumo (mutazione antropologica pervasiva, secondo Pasolini), si innesta quasi in ogni cultura locale, è arduo concepirne una radicale trasformazione.

MA COME DIFFONDERE un modello di consumo adatto alle urgenze ecologiche e sociali, quando la gravità della situazione non ottiene vera attenzione da parte dell’opinione pubblica e – conseguentemente – dal mondo dei decisori, mondo anche delle leggi? Il testo analizza soprattutto le barriere e i condizionamenti (tanto più al tempo di Internet) che ostacolano la consapevolezza e la comunicazione dell’«impensabile»: la spada di Damocle climatica – in Occidente non ancora sufficientemente minacciosa, ai più.

LA SOLUZIONE ALLA CRISI ambientale non verrà da tecnologie salvifiche, ma dal superamento di un modello di sviluppo basato sulla crescita infinita e sull’accumulazione capitalistica. Un modello fortemente radicato anche nella nostra vita mentale. Dunque, per ispirare il cambiamento occorrono norme e valori percepiti come ampiamente condivisi e quindi potenziale fonte di approvazione sociale. Per rendere pensabile e attrattivo un modello diverso di vita e società occorre affrontare gli ostacoli psico-culturali, con gli strumenti propri delle scienze sociali.

Dal cambiamento climatico danni per 200 miliardi di dollari l’anno

AMBIENTE. Secondo il rapporto Swiss Re l’economia che scende di più è quella degli Stati uniti, l’Italia perde lo 0,11 del Pil, quasi integralmente relativi ai danni causati dalle alluvioni e dalla mancata gestione del rischio idrogeologico

Luca Martinelli  29/02/2024

Una delle tante conseguenze degli eventi estremi sono i danni collegati ai pericoli meteorologici. I quattro principali sono inondazioni, cicloni tropicali, tempeste invernali (in Europa) e forti temporali, che oggi causano perdite economiche globali stimate in 200 miliardi di dollari l’anno.

Il dato è stato presentato ieri dal centro di ricerca di Swiss Re Institute, legato all’omonima società di assicurazioni, che ogni anno pubblica un rapporto dedicato al tema dell’impatto dei cambiamenti climatici, realizzato sulla base delle conclusioni del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (Ipcc). Changing climates: the heat is (still) on analizza le aree in cui è probabile che i pericoli si intensifichino e le sovrappone alle proprie stime, fornendo una visione delle possibili implicazioni economiche dirette se le catastrofi naturali legate al clima si andranno a intensificare a causa del cambiamento climatico.

Ad oggi, l’economia che perde di più è quella degli Stati uniti, che subisce danni pari allo 0,4% del prodotto interno lordo (97 miliardi di dollari), mentre le Filippine perdono il 3% del proprio Pil (per un valore 12 miliardi di dollari). L’Italia è a metà classifica dato che occupa la diciassettesima posizione sui 36 Paesi analizzati da Swiss Re: la riduzione del Pil stimato nel nostro Paese è nell’ordine dello 0,11%, quasi integralmente relativi ai danni causati dalle alluvioni e dalla mancata gestione del rischio idrogeologico.

Nel 2023 in Italia ci sono stati in tutto ben 378 eventi meteorologici estremi, +22% rispetto al 2022 secondo Legambiente. Lo scorso anno sono risultate in crescita soprattutto alluvioni ed esondazioni fluviali (+170%), ma anche i problemi collegati alle temperature record registrate nelle aree urbane (+150%). La conta dei danni supera gli 11 miliardi di euro solo per i due eventi più significativi, cioè le alluvioni che hanno colpito l’Emilia-Romagna (due volte, a maggio) e la Toscana (nel mese di novembre).

Swiss Re, sulla base dei dati e delle proiezioni dell’Ipcc, prevede che il rischio di alluvioni si intensifichi a livello globale, ma ad oggi la causa principale di perdite economiche legate agli eventi atmosferici – tanto negli Stati Uniti quanto nei Paesi dell’Asia orientale e sudorientale – sono i cicloni tropicali. Se in termini assoluti le perdite economiche dovute agli eventi meteorologici negli Stati Uniti sono le più elevate al mondo, è soprattutto a causa degli uragani.

Secondo il report, il primo passo per ridurre le perdite è ridurre il potenziale di perdita attraverso misure di adattamento. Esempi di azioni di adattamento sono l’applicazione dei codici edilizi, l’aumento della protezione contro le inondazioni e l’attenzione agli insediamenti nelle aree soggette a pericoli naturali. In definitiva, le perdite in percentuale del Pil di ciascun Paese dipenderanno dall’adattamento futuro, dalla riduzione delle perdite e dalla prevenzione.

Per Swiss Re la diffusione annuale di un report dedicato al rischio e ai cambiamenti climatici è l’occasione di stimolare uno degli ambiti di attività della società specializzate nei settori delle assicurazioni e delle ri-assicurazioni. L’Italia, ad esempio, è tra i Paesi meno abituati ad assicurarsi contro il rischio di danni ambientali causati dagli eventi estremi. Dei danni subiti tra il 1980 e il 2020, appena il 5% risultava assicurato, contro una media europea del 27%, secondo la Banca centrale europea.

Per Swiss Re, lo scorso anno i sinistri legati a catastrofi naturali di grandi dimensioni hanno comportato risarcimenti per 1,3 miliardi di dollari, al di sotto del budget di 1,7 miliardi di dollari stimato dalla società, che ha chiuso il bilancio 2023 con utili per 3,2 miliardi di dollari.

La pubblicazione è in ogni caso funzionale ad accendere l’attenzione dell’opinione pubblica su un tema non più procastinabile: già il rapporto 2021 The economics of climate change: no action not an option evidenziava che se il riscaldamento globale rimane sulla traiettoria attuale il mondo potrebbe perdere fino al 7-10% del prodotto interno lordo entro la metà del secolo. Ma non chiamiamola decrescita, perché è tutt’altro che felice.

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