LA BANCA MONDIALE: BRUSCA FRENATA per L’ECONOMIA MONDIALE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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LA BANCA MONDIALE: BRUSCA FRENATA per L’ECONOMIA MONDIALE da IL MANIFESTO

La Banca mondiale scrive la parola tabù: stagflazione

CRISI UCRAINA. Guerra e Covid, il rapporto semestrale prevede disastri. Aumento del costo della vita e crescita anemica «come negli anni 70»

Luca Celada  08/06/2022

La Banca mondiale prevede una brusca frenata per l’economia mondiale. In un rapporto pubblicato ieri il massimo organo per lo sviluppo economico prevede che il prossimo anno il tasso di crescita scenderà dal 5,7% al 2,9%. Abbinato all’inflazione galoppante (attualmente 8% Usa e livelli simili nell’Eurozona) il trend negativo potrebbe prefigurare un periodo di stagflazione, la temuta convergenza di crescita anemica e aumento del costo della vita, paragonabile a quelli degli anni 70 – la crisi globale innescata dagli embarghi sul petrolio.

IL RAPPORTO segnala in particolare gli effetti prevedibilmente nefasti della guerra in Ucraina sul commercio globale e sull’infrastruttura finanziaria, dimezzando previsioni di crescita per il 2022 rispetto all’anno scorso. Nel 2023 e 2024 i dati potrebbero essere ancora peggiori, restando al ribasso per l’intero decennio, soprattutto in paesi poveri ed economie emergenti.
L’ultimo Global Economic Prospects Report mette nero su bianco quello che recentemente si vocifera con sempre maggiore insistenza ai piani alti di finanza ed economia. Solo la scorsa settimana ad un convegno, Jimmy Dimon, amministratore della JP Morgan Chase, la maggiore delle banche Usa, aveva procurato una doccia fredda a Wall street affermando che «le nuvole di tempesta» addensate all’orizzonte economico «potrebbero rivelarsi un uragano». Qualche giorno dopo Elon Musk, l’oligarca/influencer del momento, ha provocato un altro mezzo terremoto con un tweet in cui dichiarava un «super brutto presagio sull’economia» mentre annunciava il licenziamento del 10% della forza lavoro della Tesla.

ORA LA BANCA MONDIALE parla specificamente del conflitto ucraino, e dell’interruzione delle filiere globali del commercio che ha provocato, come responsabile primario dell’impennata dei prezzi. Il petrolio, che aveva toccato minimi ventennali di 20 dollari al barile durante la pandemia, si attesta oggi sui 120 dollari al barile e simili andamenti si registrano sui prezzi dei cereali. Il trend è aggravato dalle sanzioni economiche implementate col preciso scopo di procurare ulteriori disturbi «strategici» all’economia mondiale.
Un cupo pronostico quindi, anche se per ora è la mera previsione della scarsità ad aver fatto impennare i prezzi – e schizzare gli utili di corporation transazionali come la società petrolifere e dei trasportatori. Nel suo rapporto la Banca mondiale avverte inoltre di possibili disordini sociali e della destabilizzazione politica come potenziale corollario della carenza di prodotti primari.
La crisi promette di influire direttamente sull’andamento dei mercati che, attualmente in modalità “correzione” potrebbero venire spinti in territorio ribassista (definito come perdite superiori al 20%). La situazione ha già prevedibili risvolti politici. Ieri il Congresso Usa ha ascoltato la ministra del tesoro Janet Yellen che ha riconosciuto di aver «sottovalutato» il rischio inflazione aggiungendo però che «non erano prevedibili» i doppi scossoni della guerra e dei recenti lockdown in Cina. In realtà sono pochi i passi disponibili ai governi oltre al già iniziato rialzo dei tassi di interesse. Anche per contenere i prezzi dei carburanti (che promettono di ritorcersi contro il partito di Biden nelle elezioni politiche di mezzo termine) c’è poco che il presidente possa fare.

A QUESTO RIGUARDO Biden ha annunciato un viaggio in Arabia Saudita per colloqui col governo di Mohammed Bin Salman, despota implicato nell’omicidio Khashoggi che il presidente aveva in precedenza duramente criticato. Il viaggio di Biden, che questa settimana vedrà anche Bolsonaro, indica un altro prevedibile effetto collaterale, come, cioè, in tempo di crisi le alleanze “strategiche” avranno la precedenza sugli obiettivi “morali” come democrazia, politiche sociali, diritti civili e clima.

 

Quel Patto del lavoro del 1993 che solo il sindacato ha rispettato

SALARI E PRODUTTIVITÀ. Il sindacato e quel che resta a sinistra partano dal lavoro precario. E’ difficile rappresentarlo, organizzarlo, farne la leva per un rilancio, ma è la via maestra

Aldo Carra  08/06/2022

Dopo l’attacco al reddito di cittadinanza si è aperta la seconda fase. Le imprese non sono in grado, se vogliono stare sul mercato, di offrire lavori di migliore qualità e meglio remunerati perché l’economia italiana risente di un basso livello di produttività del lavoro.

Insomma sempre colpa di chi lavora, si potrebbe dire. Non è così, però.

Questa volta l’argomento ha una sua solidità e va fatto lo sforzo di approfondirlo. Perché è vero che la produttività nel nostro paese è bassa, che questo spiega i tassi di crescita bassi di un ventennio della nostra economia, ed è anche chiaro che questo handicap rende più difficile la crescita delle retribuzioni dei lavoratori. Quindi giusto non negare il problema ed affrontarlo con rigore.

Senza addentrarci in un approfondimento teorico sulla produttività dei fattori, lavoro e capitale, e sulla produttività totale che discende dalla loro combinazione, è necessario, però, che il confronto venga riportato su pochi ed elementari fattori che lo rendano possibile ed utile.

Semplificando molto, i principali fattori che spiegano la bassa produttività in Italia si possono riassumere intorno a tre questioni.

  1. La struttura dimensionale delle imprese italiane è caratterizzata da imprese più medio piccole che medio grandi. Ed è dimostrato che se confrontiamo grandi imprese italiane con grandi imprese straniere siamo ben competitivi e spesso tra i migliori. Quindi la più bassa produttività è in gran parte dovuta al fatto che abbiamo poche imprese grandi e molte piccole con scarsa disponibilità – per poca ricerca e pochi investimenti – a fare ricerca e produrre innovazione.
  2. Un secondo fattore è dovuto alla struttura settoriale della nostra economia. Poche imprese nei settori industriali e dei servizi avanzati dove ci sono i più elevati livelli di produttività dei fattori e molte nei campi dell’agricoltura, del commercio, dei servizi diffusi, dove, in Italia come altrove, la produttività è oggettivamente più bassa.
  3. Se a questi fattori aggiungiamo la distribuzione territoriale della produzione che vede molta concentrazione nel centro nord e solo pochi esempi diffusi nel resto del paese abbiamo una terza spiegazione. Perché è chiaro a tutti che nelle aree a forte intensità industriale esiste un fattore “ambientale” fatto di cultura industriale, sia degli imprenditori che della forza lavoro, e di infrastrutture che favoriscono diffusione di conoscenze, scambi, qualità ed efficienza della logistica che di per sé hanno un effetto moltiplicatore dei tassi di produttività.

Quindi, per fermarci per il momento qui, il problema della bassa produttività esiste ma andrebbe affrontato prendendo il toro per le corna ed affrontando i problemi elencati. È su questo livello alto della discussione che si dovrebbe sviluppare un confronto anche tra le principali rappresentanze del lavoro e delle imprese.  Senza trucchi e senza inganni. A cominciare da patti sociali o comunque li si voglia chiamare che dietro belle parole nascondono visioni miopi come quella di concordare un sostanziale blocco dei salari per bloccare la spinta crescente ad un loro aumento.

Su questo terreno abbiamo già dato e sarebbe ora di prendere atto, tutti, di errori e limiti già scontati.

Mi riferisco agli accordi famosi del luglio 1993 sulla cosiddetta politica dei redditi: contenimento dei salari per frenare l’inflazione a due cifre e aggancio alla produttività che avrebbe, quindi, dovuto fare un balzo in avanti. Ma niente è stato fatto per affrontare i tre problemi citati all’inizio, la produttività è rimasta al palo ed i salari pure. E dopo trenta anni c’è chi ripropone le stesse ricette?

Quando si capirà che i salari non sono solo in reddito per chi lavora, ma hanno una funziona di leva nell’economia di un paese? Che solo se sono spinte da salari decenti le imprese sono sollecitate ad investire, innovare, fare la loro parte nell’aumento della produttività? Perché salari bassi e lavoro precario vanno a braccetto con la bassa produttività.

Sarebbe ora di prenderne atto, e di parlare di un nuovo patto per il futuro. Certo se si riconosce che quello del 1993 è stato illusorio perché il sindacato lo ha rispettato, ma la classe imprenditoriale prevalente è rimasta miope ed egoistica, se ne potrebbe pure riparlare.

Ma, lo abbiamo scritto su queste pagine, con una classe imprenditoriale che bussa sempre a cassa, proponendo solo nuovo deficit a proprio favore è molto difficile progettare e concordare un futuro.

Meglio allora, oggi, che sindacato e quel che resta a sinistra partano da un altro punto di vista. Ormai viviamo in un mondo di lavoro precario. E’ difficile rappresentarlo, organizzarlo, farlo diventare la leva per un rilancio.

Ma ci sono momenti della storia in cui bisogna proprio ripartire dagli ultimi. Sono tanti e saranno di più e senza di essi ci sono solo rischi di avventure. E’ ora di farlo.

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