ISRAELE IN BILICO TRA ACCORDI DI CONVENIENZA E FASCISMO MESSIANICO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ISRAELE IN BILICO TRA ACCORDI DI CONVENIENZA E FASCISMO MESSIANICO da IL MANIFESTO

Israele in bilico tra accordi di convenienza e fascismo messianico

ISRAELE/PALESTINA. Netanyahu è determinato a sfruttare tutte le opportunità per prolungare la guerra, sia a Gaza che nel nord di Israele. Ma ormai quello che era considerato ieri un grande vincitore, un eccelso diplomatico, l’astro degli israeliani, è un leader sbiadito, screditato

Zvi Schuldiner  20/06/2024

Perché iniziare un articolo sulla possibile guerra sul fronte libanese con un riferimento all’oscura legge sui rabbini regionali? Finora questi ultimi venivano eletti dalle autorità locali. Ma al partito ultra-ortodosso orientale Shas è stata promessa una riforma.

La riforma che il primo ministro Benyamin Netanyahu ha promesso, permetterà di trasferire la decisione nelle mani del ministro della religione, ovviamente appartenente al partito Shas.
Si tratta di diverse centinaia di posti, salari, influenze, una delle varie forme di corruzione del sistema politico israeliano. Un’ulteriore crisi minaccia la presunta stabilità del governo: improvvisamente il nostro indaffarato premier si accorge che diversi membri del suo partito, sindaci e altri, non accettano di votare a favore di una legge piuttosto scandalosa. Non si preoccupa troppo dell’erosione della legalità provocata dalla corruzione imperante, ma naturalmente non può ignorare il malcontento.

Netanyahu è determinato a sfruttare tutte le opportunità per prolungare la guerra, sia a Gaza che nel nord di Israele. Ma ormai quello che era considerato ieri un grande vincitore, un eccelso diplomatico, l’astro degli israeliani, è un leader sbiadito, screditato; anche nel suo partito si sentono critiche importanti.

Deve essere chiaro che per Netanyahu la fine del regno significherebbe la prosecuzione dei processi che potrebbero portarlo in carcere. E gli israeliani, compresi i suoi elettori, ritengono ormai ben poco credibili le sue dichiarazioni e promesse.

Fino a un mese fa, un ritardo in una presa di posizione ufficiale del premier veniva magari giustificato con la necessità di «rispettare la santità del sabato», ma ecco che quando unità speciali in un’azione super popolare hanno liberato quattro prigionieri israeliani a Gaza, Netanyahu e consorte si sono affrettati a partecipare a ogni sorta di eventi suscettibili di riparare un po’ la loro sbiadita immagine, con l’eterna «signora Ceausescu» a raccontare a tutti i media che suo marito era tanto coinvolto, risoluto, preoccupato per la sorte degli ostaggi.

Israeliani e libanesi si trovano oggi sull’orlo di un precipizio che preferirebbero evitare e che può portarli a una guerra tragica. La poderosa forza aerea israeliana e i 100-150 mila missili nelle mani di Hezbollah potranno lasciare entrambi i paesi davvero soddisfatti delle rispettive «vittorie». Il Libano distrutto cercherà di contare sull’aiuto di Europa e Stati uniti per sperare, nei prossimi decenni, di riuscire a ricostruirsi dopo aver seppellito i morti. E gli aerei di Israele potranno sorvolare città semidistrutte, simili a Gaza oggi, o forse meno danneggiate delle città libanesi.

L’Iran non è sicuro di voler continuare a spingere Hezbollah verso uno scontro totale. Gli Stati uniti vogliono fermare Israele a Gaza. L’unica possibilità di arrivare a un cessate il fuoco nel nord di Israele passa attraverso il prolungato intervento dell’inviato degli Stati uniti Amos Hochstein, che avrebbe già espresso un possibile accordo al desiderio di intervento di Macron, visti gli interessi francesi in Libano.

Hochstein, rappresentante speciale di Joe Biden, già mediatore nell’accordo israelo-libanese sul gas nel conteso confine marittimo tra i due paesi, dopo una breve visita in Israele è arrivato in Libano ed esprime anche preoccupazione per il possibile intervento dell’Iran in caso di guerra.

Il premier Netanyahu ha promesso agli israeliani la «vittoria finale», la liberazione degli ostaggi, la conclusione positiva dell’attuale capitolo che vede la sua immagine deteriorarsi ogni giorno di più. Gli israeliani guardano pieni di dubbi e di sfiducia a quello che era visto come un leader popolare che assicurava la vittoria e oggi è considerato l’autore del fallimento del 7 ottobre. La menzogna e la corruzione sono il fattore dominante sulla scena israeliana di oggi.

Il vicepresidente del Parlamento israeliano (del Likud) ha affermato che i manifestanti contro il governo sono uno strumento di Hamas e solo dopo diverse ore e veementi proteste si è scusato: dice che si è trattato di un equivoco. Da Miami, il figlio di Netanyahu, nelle privilegiate condizioni di chi non è minacciato dal servizio militare e gode della protezione ufficiale israeliana, continua a sputare ogni giorno veleno e diffamazioni. Adesso si tratta di sapere chi ha fatto parte della delazione o del tradimento che ha facilitato l’attacco di Hamas… i sospetti di Yair Netanyahu toccano anche il comandante dell’esercito, il capo dei servizi segreti e altre personalità. Naturalmente non il primo ministro.

A Gerusalemme decine di migliaia di israeliani continueranno a manifestare contro il governo. La richiesta delle dimissioni del governo e di nuove elezioni si fa sempre più forte. Ma le alternative sembrano ogni giorno più tristi. Di fronte alla rabbia di chi chiede il ritorno dei prigionieri (la maggioranza dei quali, tuttavia, probabilmente non è più in vita), di fronte al disgusto per un governo che continua a distribuire milioni di dollari ai discutibili sostenitori di Netanyahu, di fronte a elementi che sembrano aprire le porte all’ottimismo, alla caduta del governo e al cambiamento, già si levano le forze di un imponente fascismo messianico. L’estrema destra pubblica già piani di colonizzazione nel sud del Libano e sottolinea la necessità di espellere i palestinesi da Gaza.

Il terribile impatto dell’attacco di Hamas del 7 ottobre ha significato per molti israeliani la chiusura di ogni possibile opzione di negoziati di pace. La brutale e letale reazione israeliana, dal canto suo, fa sì che anche palestinesi moderati vedano oggi con occhi più comprensivi l’attacco di ottobre, anche se non approvano gli omicidi indiscriminati, gli stupri, l’eliminazione di bambini e anziani.

I cinici interessi delle potenze e i tentativi di preservare dubbi interessi locali potrebbero portare a un relativo contenimento dell’incendio. Ma il pericolo che il fuoco diventi incontrollabile dominerà l’intera scena nel prossimo futuro.

Bibi pronto all’attacco. Nasrallah: colpiremo ovunque in Israele

PER CIELO E PER TERRA. Il premier Netanyahu sarebbe sul punto di ordinare l’invasione del Libano. Il movimento sciita avverte che risponderà con forza. Tel Aviv ha la superiorità militare, ma Hezbollah ora è un moderno e sofisticato piccolo esercito.

Michele Giorgio, GERUSALEMME  20/06/2024

Benyamin Netanyahu è stato impegnato ieri a sedare la guerra interna alla sua litigiosa coalizione di destra su leggi controverse da approvare. Ma guardava al nord. Entro qualche settimana o forse solo qualche giorno, Netanyahu potrebbe ordinare alle forze armate di invadere il Libano così da spingere i combattenti di Hezbollah lontano dal confine e, come afferma qualche analista israeliano, per ridisegnare gli equilibri in Medio oriente.

MARTEDÌ SERA i vertici militari hanno comunicato che i piani operativi per un’offensiva in Libano sono stati «approvati e validati». Il ministro degli esteri Israel Katz ha avvertito che il Libano intero, e non solo Hezbollah, pagherà un costo elevatissimo se scoppierà una guerra aperta tra i due paesi.

Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha risposto ieri a questi ammonimenti durante il discorso commemorativo per Taleb Sami Abdallah, il comandante di Hezbollah più importante ucciso da Israele dopo il 7 ottobre. Da un lato ha ribadito che il movimento sciita libanese «non vuole entrare in una guerra totale con Israele, perché la sua lotta è solo un fronte di sostegno» ad Hamas e ai palestinesi e che gli attacchi con missili e droni lungo il confine termineranno se Israele fermerà la sua offensiva a Gaza e sarà realizzato un cessate il fuoco vero, migliore di quello proposto da Joe Biden e approvato dall’Onu. Dall’altro ha però avvertito che nessun luogo di Israele sarà risparmiato in caso di guerra totale.

PAROLE credibili. Hezbollah ha notevoli capacità militari e un arsenale molto più ampio e avanzato di quello di Hamas a Gaza. I suoi droni sono stati in grado di penetrare lo spazio aereo israeliano e di riprendere immagini di Haifa, dei suoi impianti industriali e delle sue basi militari. Il filmato, diffuso martedì, ha destato sorpresa in Israele abituato a pensarsi come la superpotenza hi-tech della regione e a vantarsi di poter utilizzare droni e altri strumenti di sorveglianza contro nemici vicini e lontani. Hezbollah ha detto che può realizzare anche questo: da gruppo guerrigliero con l’aiuto dell’Iran, negli ultimi dieci anni si è trasformato in un moderno e sofisticato piccolo esercito in possesso di missili di varia gittata in grado di colpire ogni punto del territorio israeliano.

A TRATTENERE Netanyahu dal lanciare l’offensiva non sono tanto le mediazioni tra Tel Aviv e Beirut, ancora in corso, per evitare una nuova guerra, bensì le conseguenze di una massiccia risposta di Hezbollah. In caso di guerra il movimento sciita non si limiterà a lanciare missili e droni verso centinaia di obiettivi, a cominciare da Tel Aviv e Haifa, ma cercherà di indirizzare le sue truppe d’élite Radwan, le più addestrate, all’interno del territorio israeliano e di occupare centri abitati e basi militari.

Lo sfollamento dalla Galilea in quel caso riguarderebbe centinaia di migliaia di israeliani e non solo gli attuali 60mila che chiedono allo Stato un’azione di forza, anche la guerra aperta con Hezbollah, pur di tornare alle loro case sul confine.

ISRAELE per vincere la guerra – che si prevede catastrofica per la popolazione libanese – dovrà lanciare le sue divisioni corazzate fino al Litani se non addirittura fino alle porte di Beirut, per poi imporre un cessate il fuoco alle sue condizioni. Non solo, inciterà alla «sollevazione» le formazioni libanesi sponsorizzate da Usa e Francia, che chiedono il disarmo di Hezbollah, a scagliarsi con più forza contro il movimento sciita. In sostanza Israele replicherà in Libano la strategia che – senza grandi risultati – attua a Gaza per «rimuovere Hamas dal potere». Una escalation regionale è credibile: l’intervento dell’Iran a difesa di Hezbollah e del Libano non si può escludere. Mentre le milizie irachene e yemenite (Houthi) intensificheranno gli attacchi con droni e missili contro obiettivi israeliani e nel Mar Rosso. «Israele non può permettersi di meno, deve conseguire una vittoria netta e strategica su Hezbollah. Perciò deve spostare la priorità al fronte nord e lanciare una guerra in profondità nel territorio libanese», ha esortato su Ynetalerts l’analista Ron Ben Yishai.

LA NUOVA GUERRA tra Israele e Hezbollah, il «secondo round» di cui si parla dal 2006, non è mai stata così concreta come in questi giorni. Il ministro della difesa israeliano Yoav Gallant ha tenuto ieri sera una riunione a Safed con il capo di stato maggiore Herzi Halevi, il capo del comando settentrionale Ori Gordin e il capo dell’aviazione Tomer Bar. «Abbiamo l’obbligo di cambiare la situazione nel nord», ha intimato Gallant. Nelle ultime settimane il Comando del Fronte interno ha allestito rifugi antiaerei e confezionato 80mila pacchi alimentari da distribuire durante la guerra, ha riferito Ynet.

LA SCORSA settimana ha pianificato le linee di rifornimento per le truppe israeliane che invaderanno il Libano. E ha rafforzato le batterie Iron Dome e David’s Sling per neutralizzare in parte i 4mila missili che Hezbollah sarà in grado di sparare ogni giorno per diversi giorni.

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