IN MARCIA LA SPECIE CONTRO LA MINACCIA DI ESTINZIONE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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IN MARCIA LA SPECIE CONTRO LA MINACCIA DI ESTINZIONE da IL MANIFESTO

In piazza la specie contro la minaccia di estinzione

5 NOVEMBRE. Oggi, di fronte alla fame di parti consistenti della popolazione mondiale e alla ripresa degli armamenti, tra cui quello nucleare, la scienza e la tecnologia sarebbero capaci di inventare conoscenze e dispositivi diversi da quelli sviluppati; magari per creare bellezza e armonia col pianeta

Enzo Scandurra

La manifestazione del 5 novembre segna uno spartiacque con le sue precedenti: è stata anche una manifestazione di specie contro la minaccia di una totale estinzione. Forse c’è ancora speranza se, come dice Pascal: «il cuore ha le sue ragioni che la ragione non comprende». Una nuova cultura desiderosa di vivere nella qualità e di svilupparsi dentro i limiti, la vittoria della vita vera contro l’ingannevole metaverso mediatico. Di tutte le specie vissute o viventi sul pianeta, quella umana è la più flessibile e, di conseguenza, la più resiliente. Apparso sul pianeta privo di quelle protesi naturali (zanne, artigli, pelliccia) che gli avrebbero consentito la sopravvivenza, la sua evoluzione é andata di pari passo con la costruzione di protesi esterne che compensavano questa sua carenza originaria. Così come l’orso polare dotato di spessa pelliccia sopravvive nei territori gelidi o la tigre che con le sue zanne può predare indiscussa, l’uomo si sarebbe presto estinto.

Ma se questa sua fragilità rappresenta originariamente il suo punto debole, al tempo stesso costituisce la sua forza. Una zebra sa correre più di un uomo ma non sarà mai capace di vivere nell’Artico: la sua eredità genetica, che rappresenta la sua unicità e la sua forza, la inchioda entro i limiti dettati dalla sua appartenenza di specie. L’uomo, a differenza di ogni altro animale, può diventare qualsiasi cosa: un cacciatore, un pescatore, un uomo politico o un banchiere. E riesce a vivere in qualsiasi punto del pianeta grazie a protesi esterne (abiti, utensili).

La capacità di essere solidale con i suoi simili gli consente inoltre di moltiplicare la sua forza. E seppure quest’ultima è limitata, egli ha creato dispositivi potenti (armi) per sconfiggere avversari animali molto più dotati. L’uomo è in sostanza l’animale più resiliente di tutti grazie all’uso del linguaggio, alla sua creatività, alla fabbricazione di utensili. E in questo senso si è affermato su tutte le altre specie, spesso eleggendosi, con tracotanza, a dominatore del pianeta.
Ora questa sua abilità che lo ha sottratto da una naturale estinzione cui lo avrebbe condannato la sua vulnerabilità, può rivelarsi una minaccia per se stesso non essendo più capace di governare la tecnologia da lui stesso creata.

Ha devastato il pianeta che abita, ha scatenato conflitti cruenti con i suoi simili, ha consumato tutte le risorse disponibili del pianeta e ha moltiplicato a dismisura la potenza distruttiva che avrebbe dovuto difenderlo da minacce esterne. Ora la sua resilienza può rivelarsi un’arma puntata contro se stesso.
La sua flessibilità e resilienza potrebbe però anche farlo uscire da questa condanna a morte se solo sapesse usarla in modo diverso da quanto fino ad ora fatto. Sarebbe necessario prendere coscienza dei limiti che ha finora infranto, ovvero quelle leggi che governano la biosfera che nella sua onnipotenza ha pensato di travalicare aiutato da una potente tecnologia. Sarebbe necessario ripensare a quella solidarietà che gli ha consentito di sopravvivere unendosi ai suoi simili tutte le volte che veniva minacciato.

Scoprirebbe che quella caratteristica che lo ha sempre aiutato, la resilienza, è anch’essa limitata e soggetta sempre a leggi ben più grandi che sono le leggi della natura che governano il pianeta.
La sua hybris lo ha portato oltre ogni limite come quando Ulisse varcò le colonne d’Ercole e non fece mai più ritorno.
Dovrebbe riflettere su quella direzione impressa alla scienza e alla tecnologia sempre più svincolate dal mero e originario bisogno di aumentare la conoscenza e di favorire il benessere sul pianeta.

Oggi, di fronte alla fame di parti consistenti della popolazione mondiale e alla ripresa degli armamenti, tra cui quello nucleare, la scienza e la tecnologia sarebbero capaci di inventare conoscenze e dispositivi diversi da quelli sviluppati; magari per creare bellezza e armonia col pianeta.
La grande manifestazione del 5 novembre a Roma ha sprigionato immense nuove energie per questa ricerca e ha saputo dare un significato positivo alla sua resilienza di specie, svelandoci come sopravvivere di fronte alla minaccia di un’apocalisse totale: una nuova alleanza con i suoi simili, con la Natura e le sue leggi.

Un doppio binario per disarmare l’ideologia unipolare

ANTICIPAZIONI. Un estratto dal libro «A sinistra. Da capo» (Paper First), che verrà presentato oggi a Roma all’Auditorium, alle 18 (con l’autore, ne discuteranno Norma Rangeri, Agnese Pini, Giuseppe Conte, Andrea Orlando, Andrea Riccardi)

Goffredo Bettini

Lo scorso 24 febbraio Putin all’improvviso ha invaso anche l’Ucraina, un atto terribile, criminale e ingiustificabile. La condanna è stata quasi unanime in tutto il mondo. Ogni tentativo di determinare con la violenza un nuovo equilibrio è inaccettabile. Egli nel corso degli ultimi vent’anni (come Hitler in Germania, anche se in forme diverse) ha fondato il consenso e il potere sulla riscossa della patria. Via via l’ha trasformata nel collante di uno stato illiberale, poliziesco, arbitrario nella gestione del diritto. (…)

SE SI INTENDE con la potenza di fuoco determinare uno squilibrio, è del tutto legittimo che l’aggredito si difenda in tutti i modi possibili. Così sta accadendo; anche sulla base di un consenso democratico e popolare che pochi immaginavano così intenso e premessa di molte vittorie che sul campo l’esercito ucraino sta strappando all’avversario più potente. Non ho mai avuto un dubbio sull’invio da parte anche dell’Europa di armi a sostegno di Kiev. Nel mezzo di uno squilibrio imposto con la guerra, occorre aiutare chi lo subisce a ristabilire l’equilibrio. Senza la resistenza, l’Ucraina non avrebbe avuto neppure la possibilità di sedere a un possibile tavolo di pace (…).
Ma mentre si combatte per il riequilibrio, è decisivo avere in mente quale debba essere l’esito al quale si intende giungere. La sconfitta definitiva dell’avversario? Improbabile che ciò accada. Messa con le spalle al muro, la Russia potrebbe, in forme diverse, mettere mano ai suoi ordigni nucleari. A quel punto gli scenari sarebbero devastanti e incontrollabili. Altro che atomiche tattiche. L’atomica è l’atomica.
Se non siamo in grado di fermare il conflitto oggi, di fronte a un’aspra contesa tra eserciti convenzionali, come si può pensare che il tentativo di stroncare l’avversario con armi eccezionali non sia immediatamente contrastato con armi altrettanto eccezionali? Ecco il motivo per il quale, combattendo, si deve tenere aperta continuamente la prospettiva della pace. Mettendo in campo tutto il dialogo possibile.

LE PERSONALITÀ e le nazioni che hanno una posizione terza. Il magistero così allarmato di papa Francesco. Non si tratta neanche per un momento di giustificare Putin. Piuttosto di capire se nei trent’anni di storia russa dopo il crollo sovietico si siano commessi anche degli errori da parte dell’Occidente. L’amministrazione americana con Bush padre aveva assicurato a Gorbacëv che la Nato non sarebbe avanzata nei paesi dell’Est comunista e verso i confini della Russia. Forse fu solo una stretta di mano o un accordo verbale (come dichiarato da Putin). La Nato, al contrario, non è stata ferma. Gradualmente, passo dopo passo, ha occupato tutta l’Europa orientale.
Non è la sede per approfondire la natura della Nato, né per analizzare gli allarmi che nel corso del tempo sono stati lanciati dalla Russia. Basta dire che tutto ciò è apparso una minaccia per Mosca: un crescendo avventuroso e destabilizzante (…).
L’Europa cosa ha fatto? Anche riguardo al destino delle comunità russe rimaste nei vari Paesi dell’ex Urss. Esse sono state dimenticate, in molti casi maltrattate. In Lettonia, ad esempio, dove la popolazione è per circa un quarto russa (il 28% della quale, più di 150mila persone, costituita da «non cittadini» e quindi priva di diritto di voto e di alcuni diritti sociali). Non mi riferisco al modello sociale o costituzionale che ogni Stato coinvolto, autonomamente, intende adottare; piuttosto a un assetto militare fondato su reciproche garanzie. Tra le quali era e va valutata la «neutralità» dei Paesi confinanti e cuscinetto (…).

OGGI, IN UN MONDO multipolare nel quale si sono affermati grandi Stati-continente, è una cecità pensare di raggruppare tutto l’Occidente (al suo interno così diverso) contro il resto del mondo (anch’esso al suo interno diverso). Ma questo si sta rischiando di determinare. Una grande responsabilità la porta sulle spalle l’Europa. La sua rinuncia a svolgere un ruolo autonomo, di dialogo, di deterrenza, di impegno adeguato alla trattativa e alla pace. In questi ultimi mesi l’Europa si è identificata con gli Stati Uniti d’America e la Nato. In modo del tutto innaturale rispetto a quello che dovrebbe, al contrario, rappresentare: un ponte tra mondi diversi; il crocevia delle molteplici, contraddittorie e autonome spinte che giungono da tanti popoli in movimento. L’Europa del Novecento ha toccato i fondali più profondi della guerra. Via via, in seguito, è diventata un esempio di convivenza democratica, di apertura alle diversità, di modello sociale avanzato ed emancipativo.

È IL TERRITORIO sul quale inevitabilmente si propiziano al meglio i rapporti tra l’Occidente e l’Oriente. A Bruxelles si è, invece, preferito l’atlantismo ideologico piuttosto che il lavoro necessario per la fine della guerra. Le sanzioni sono giuste e hanno svolto un ruolo. Ma, come l’invio delle armi, pretendono un doppio binario. Mentre punisci, devi capire la scaturigine degli avvenimenti; in tal modo si possono rendere ragionevoli ed equilibrati i possibili esiti. Si deve combattere bene e allo stesso tempo ragionare.
Occorre armare l’Ucraina e disarmare l’ideologia unipolare. Siamo a un punto della guerra nel quale l’equilibrio è massivamente fragile. La Russia perde colpi ed è una vittoria del popolo ucraino, ma è difficile pensare che ci sarà una capitolazione della Russia. Anzi potrà aumentare la possibilità di una risposta ancora più rabbiosa e distruttiva. Grazie alla controffensiva di Kiev, si sta determinando il momento migliore per trattare una pace fondata sull’equilibrio possibile. Non è una scelta. È una necessità e anche un obbligo. (…) Di fronte al persistere della minaccia nucleare in mano non solo al duopolio Usa-Russia, ma a numerosi Paesi che devono insieme contribuire alla sopravvivenza della nostra specie.
Il generale e filosofo Sun Tzu insegna: «Il bravo stratega rifugge qualunque scontro non inevitabile, e se proprio deve combattere, non combatte un minuto più dello stretto necessario».

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